OPINIONI: Per chi sono le recensioni?



Leggendo blog di qua e di là mi sono imbattuta in un paio di articoli di blogger che scrivono come autori self su ambiti diversi (per lo più weird, horror, etc.) e che in pratica esprimono con sicumera adamantina che le recensioni servono solo ai lettori.

Ebbene, con l’esperienza che ho da recensore Top di Amazon, non sono affatto d’accordo.

Sono recensore TOP500 su Amazon non da troppo, ma questa esperienza mi ha dato modo di imparare a fare recensioni sempre migliori. Non ritengo le mie migliori di altre, semmai imparo da altri a migliorare le mie di volta in volta.

Ma recensire seriamente un prodotto su amazon vuol dire esprimere non solo il proprio parere e la propria esperienza diretta con il suddetto, ma anche darne una valutazione oggettiva. A chi serve tutto questo? Certamente agli altri fruitori del prodotto per capire se vale la pena o meno acquistarlo, ma anche e soprattutto ai venditori/produttori per comprendere se e dove intervenire per migliorare la qualità o sistemare qualche altro problema. Perché la reputazione, così bistrattata nel mondo umano (e di faccialibro, soprattutto), è la cosa più preziosa che si ha online. Non è quindi assolutamente improbabile che, a una recensione negativa del prodotto, il venditore ti contatti privatamente via mail per approfondire la questione, indagare su quali sono questi difetti. Mi è successo molte volte e sono sicura che mi succederà anche in futuro. E non ci vedo nulla di assurdo, inquietante o che altro in questo.

Quindi, ecco, la risposta alla domanda “per chi sono le recensioni?” trova già risposta: di certo, non sono solo per i fruitori, ma anche e soprattutto per i produttori.

Questo concetto, così come si applica per un irrigatore, uno zaino, una lampadina, un ciccio pasticcio qualunque, si applica a maggior ragione anche ai libri.

Recensioni positive del tipo “libro bellissimo, non potete farne a meno, lo divorerete in trenta nanosecondi” o “se dovessi mai scrivere un libro, questo è l’esempio di come non lo farei” sono recensioni che non servono a nessuno se non a lisciare l’ego di chi le scrive. Allo stesso modo, fare il riassuntone del libro (o descrivere senza commenti appropriati un oggetto), non sono recensioni utili. Nel primo caso potrebbe far pendere la mia idea di acquistarlo o meno tanto quanto leggerne l’anteprima, nel secondo caso mi vien da dire che ho gli occhi per vedere anche io le foto, leggerne la descrizione che sembra presa pari pari da quella del prodotto non mi farà cambiare idea rispetto a quello che i miei stessi occhi vedono.

Se spostiamo il focus sulle recensioni di libri ed ebook, quindi, torniamo al punto focale di questo articolo: per chi sono le recensioni? Certamente sono per gli altri lettori, ma servono – e tanto – anche ad autori (specialmente se sono autopubblicati o indie che dir si voglia) ed editori. Perché non si raggiunge mai la perfezione in un libro, ma si può lavorare per migliorarsi sempre e migliorare la qualità del testo offerto in pasto al pubblico lettore.

Detto questo, vorrei ora aggiungere due assunti:

  1. Non si deve piacere a tutti (altrimenti sei un calciatore e allora vabbè)
  2. Il lettore è giudice e sovrano e solo lui determina il successo o meno del libro

Partendo da questi due assiomi, a tutto quanto finora detto aggiungo che il quadro recensioni diventa assolutamente prezioso e inestimabile per tutte e tre le categorie coinvolte da un testo (lettori, autori ed editori) qualora esse affrontino e argomentino sia tematiche oggettive che emotive. E per quanto sulle motivazioni emotive noi autori ed editori si debba mantenere un assoluto e rispettoso silenzio (vedi precedenti punti 1 e 2), in merito alle motivazioni oggettive ci venga almeno riservata la cortesia di farci sapere con chiarezza perché piacciono o no. In fin dei conti, non abbiamo il potere di leggere nella mente dei recensori, né abbiamo tutti la capacità di capire cosa effettivamente non va in un dialogo “legnoso”. Perché, magari, ci si esprime in modi diversi e non è che gli autori abbiano la verità in tasca per capire da soli cosa non va.
Vale anche in scrittura la postilla d’oro del programmatore: per quanto tu riguardi il codice per scovare quello stronzo di errore che manda in vacca tutti i calcoli di previsione finanziaria, ci sarà uno che passando per caso dietro di te punterà il dito e dirà: «Guarda che quell’apice lì è sbagliato.»
Che, chi scrive lo sa, equivale a un: per quanto tu ti concentri a rileggere il testo, ci sarà sempre una virgola, un errore ortografico, una D eufonica che ti sfugge. Un orrore grammaticale. Un dialogo improbabile.
Come quando il collega ti indica una riga di codice con errore che insegui da una settimana, quando il lettore coglie anche solo un refuso, ve lo assicuro, quelli sono momenti in cui spaccheresti volentieri la testa di qualcuno contro lo spigolo della scrivania. Non lo fai solo perché sai che è illegale.

Quando commisi l’enorme ingenuità di contattare il simpatico duo Girola-Cavallaro che stroncò Domine et Serva, fui ripagata da pubblica umiliazione da parte di entrambi  (l’uno con i suoi amichetti di FB, l’altro con un simpaticissimo post sul suo blog), eppure non feci nulla di diverso da ciò che è uso abbastanza comune su amazon, proprio in virtù del fatto che no, le recensioni non sono solo per chi compra, ma sono anche per chi al libro ci lavora.

Per questo, per quanto possa sembrare assurdo, amazon mette a disposizione la possibilità di contattare i recensori, salvo che poi magari fai prima tramite i messaggi di FB.

E sempre per questo motivo, nel resto del mondo è abbastanza normale contattare il cliente insoddisfatto per capire cosa non va e di conseguenza su cosa agire per migliorare il prodotto, di certo capita più sulle piattaforme di amazon UK e USA, ovvio, mentre in Italia, limitata alla cultura dei pokemon e del complottismo a tutti i costi si deve fare per forza il macho orgoglione (anche e soprattutto se sei femmina) che sennò a chiedere fai la figura del pirla. O della stalker.

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