RACCONTO: Antico Credo - 6

Nel corso del tempo Omar ebbe modo di riflettere più volte su quell’ultimo incontro notturno avuto con Zarich.
Lo sguardo che gli aveva lanciato congedandosi gli aveva tolto il sonno per molte notti, e questa era solo l’ultima in ordine di tempo, costringendolo a ricordare. Nemmeno tornare nella terra dove tutto era iniziato stava risvegliando i ricordi con la stessa prepotenza. Perché Zarich non aveva riconosciuto il simbolo che ancora portava al collo quella sera, ma lo avrebbe fatto, prima o poi ,e, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare la cosa con tutti loro. Tutti loro avevano segreti, nonostante si conoscessero da qualche millennio, tuttavia alcuni segreti potevano essere più pericolosi di altri.
Già solo il fatto di essere ancora vivi, a duemila e più anni di distanza dalla distruzione della loro terra e della loro civiltà, li costringeva a creare segreti per non influire sullo scorrere del tempo più di quanto si erano imposti di fare.
Erano, loro cinque, anime divise: consci che con il loro potere avrebbero potuto rifondare la dinastia enosigea sacra a Poseidone, ancora più potente e invincibile di prima, tuttavia ben decisi ad appoggiare i validi condottieri che si erano succeduti nel tempo, da Hammurabi a Dario, a Serse fino ad Alessandro, Romolo, Ottaviano, Domiziano e ora Diocleziano, senza forzare gli eventi o, al massimo, indirizzandoli resistendo alla costante tentazione di prenderne il posto.
Per cui, tutto sommato, quello che era successo al Nord con il lupo Fenrir, poteva succedere a uno qualsiasi di loro cinque. Era toccato a Elios e ancora, a distanza di cinque anni, ne pagava le conseguenze: i suoi poteri si erano spenti del tutto per tre anni e solo negli ultimi due avevano dato di nuovo segni di vita, riaffacciandosi timidamente e con notevole sforzo da parte dell’amico fino alla piena riconquista nell’ultimo periodo.
Sospirò, rigirandosi nel lettino stretto e scomodo del suo status di schiavo, ripensando al senso di smarrimento di quel tempo. Ricordava tutto come fosse successo non più tardi di una settimana prima, ma erano passati quasi tre millenni da allora: la sua casa, le sue mogli, i suoi parenti e amici, tutto era svanito nel mare, sprofondato e cancellato per sempre. Così, per un semplice capriccio degli dei. Un loro schioccar di dita e un’intera civiltà, evoluta e dominatrice del mondo, era scomparsa nel volgere di pochi, orribili, minuti. L’averlo visto di persona faceva ancora male.
Di tutti quelli in mare quella sera, due dozzine di sacrifici, solo loro cinque erano sopravvissuti. Si erano sempre domandati il motivo di quella loro maledizione, quale immondo gesto avessero compiuto per essere condannati a sopravvivere a tutto questo, ma non avevano mai trovato risposta e con il passare delle dinastie avevano anche smesso di chiederselo.
Dopo vent’anni di schiavitù in un’isola remota del Mare che un tempo dominavano erano fuggiti ed erano riparati a Khem, l’attuale Aegyptus. Lì erano stati accolti a braccia aperte e consolati dagli stessi dei. Tutto era successo e precipitato a Siwa, quando avevano rischiato di morire per mano di Zarich, sopraffatto alla fine anche lui da quanto li aveva travolti. Lì aveva capito che comunque non erano immortali e che sarebbero potuti morire. Aveva accarezzato quel pensiero per tutti i dieci secoli successivi, passati ad addestrarsi con Bastet e le altre divinità. Certo erano stati dei privilegiati, ma quale prezzo avevano pagato? Elios si era innamorato della dea gatto e ne era uscito a pezzi. Quando gli dei se n’erano andati, così, anche in quel caso senza una parola, per un mero capriccio e loro si erano di nuovo ritrovati senza patria, abbandonati a loro stessi.
Era stato in quell’esatto momento che si erano incamminati tutti in direzioni diverse. Avevano pensato che allontanarsi da Khem, viaggiare per il mondo e scoprire cosa c’era oltre i confini conosciuti, forti anche del proprio potere, potesse essere utile. Ma lui non aveva mai avuto intenzione di farlo. Si era sentito abbandonato un’altra volta e per l’ennesima volta aveva guardato verso Cassandra, solo per vederla tutta affaccendata con Elios. Cassandra era stata la sua ancora per non impazzire quando si erano svegliati sulla spiaggia, quel giorno maledetto, ma non era sua e forse non lo sarebbe mai stata. Aveva detto che si sarebbe diretto a Est e inizialmente era quello che aveva fatto. Poi però aveva deviato a Sud e si era inoltrato nell’arido deserto egiziano, a piedi, da solo e senza acqua. Non era immortale e anche se l’acqua era il suo elemento principale assieme al vento, non poteva crearla dal nulla. Se ne sarebbe andato anche lui, così, per un capriccio. Senza dir nulla a nessuno, abbandonando se stesso alle sabbie del deserto.
Trovare quel nubiano seduto sul proprio stomaco all’alba del quinto giorno gli aveva cambiato la vita.

«Sei un idiota, per dirlo con la parola preferita della tua amica.»
Non conoscendolo, Omar non ritenne necessario replicare. Voleva soltanto morire. Un uomo senza uno scopo, in fin dei conti, era inutile e le cose inutili andavano abbandonate. Nemmeno quando era stato schiavo, dopo esser scampato alla distruzione e alla follia, si era sentito tanto inutile come in quegli ultimi giorni.
«Non ti degni nemmeno di rispondermi?»
«Non vale la pena sprecare il fiato.» La voce graffiò l’aria rocamente.
L’altro, sempre seduto sul suo stomaco, incrociò le possenti gambe nude sul suo petto, buttandogli la sabbia in faccia con i sandali e sghignazzò divertito: «Però lo stai facendo. Se proprio volevi morire potevi infilarti giù per la gola quella tua spada e avresti smesso di sprecare fiato tempo fa.»
«Pesi.»
«Visto che vuoi morire, non vedo cosa ti importi.»
A disagio, Omar si agitò cercando di liberarsi del fardello, senza riuscirci. «Vuoi toglierti dalle palle?»
«Come? Ah, scusa, non mi ero accorto… D’altronde non è che ti serviranno molto là dove andrai. Ammit mangia proprio tutto, ora che mi ci fai pensare…»
Omar raccolse gli ultimi brandelli di energia e la spinse con brutale ferocia contro quel nubiano. Un lampeggiare degli occhi di brace e tutto si risolse in nulla.
E allora lo riconobbe. Nubiano, atletico, carboni accesi per occhi, ghigno sadico e sarcasmo pronto. Seth.
Non avevano mai avuto molto a che fare con lui, in quel millennio a Khem, Bastet sembrava odiarlo dal più profondo del cuore e Ra chiaramente lo disprezzava, anche se talvolta ammetteva la sua utilità. Utilità che però non spiegava e che non era – ovviamente – legata solo al suo compito durante la navigazione notturna dell’astro solare.
«Seth. Fantastico. Uno non può nemmeno morire in pace.»
«Oh, beh, se è la morte che vuoi, posso dispensartela anche subito, ma non credo sia quello che
esattamente tu desideri in questo preciso momento.»
«Ah-ah. E, sentiamo, grande dio del deserto, cosa desidererei?»
«Uhm. Fammi pensare.» Replicò pronto il dio, intimamente divertito dall’atteggiamento istintivo e immediato del mortale. Ra si sarebbe offeso a morte, Bastet gli avrebbe rivolto la sua famosa occhiata ammonitrice, lui invece lo trovava divertente e genuino. Odiava il falso servilismo degli umani quando lo riconoscevano. «Beh, innanzi tutto il togliermi dalle tue palle.»
Con una risatina si sollevò, levitando a meno di un pollice dal corpo dell’uomo così da non schiacciarlo più con il suo peso, ma impedendogli al contempo di alzarsi in alcun modo.
«Poi sicuramente vuoi dell’acqua. Sei preso maluccio, tutto questo sole senza un’adeguata protezione ti farà male.»
Sopra di loro si formò una nuvola, si annerì gonfiandosi di pioggia che poi riversò su di loro e tutto intorno. La sabbia bevve più avidamente dello stesso uomo e tutto intorno iniziarono a fiorire rose del deserto e fiori da anni celati al sole in attesa del miracolo del deserto.
«Ma, soprattutto, tu vuoi uno scopo. E io voglio dartene uno.»
Omar sospirò, puntellò le mani e i piedi e si sfilò da sotto il dio per mettersi a sedere. Lieve, Seth si adagiò sulla sabbia asciutta sotto lo sguardo torvo e dubbioso dell’altro. «Stando a Bastet tu non fai mai nulla per nulla.»
«Ha ragione. Saggia ragazza… Anche se un po’ acida.»
«E quindi?»
«Quindi ti ho osservato negli ultimi tre secoli e mezzo… o giù di lì e mi sono accorto che mentivi a te stesso. È da molto che senti di non avere più uno scopo e i tuoi allenamenti in quest’ultimo millennio sono quelli che hanno dato meno di chiunque altro i suoi frutti proprio perché ti sei sempre chiesto a che pro farlo.»
Omar storse la bocca. «Una cosa è certa, da te non ci si devono aspettare risposte enigmatiche.»
«Sono tutte stronzate, a mio parere. Voi mortali non capite un cazzo se non vi si spiegano le cose terra terra, non capisco perché gli altri lo trovino assurdo.»
«Grazie per la considerazione, eh.»
«Volevi che dicessi che siete esseri superiori?»
Dopo un attimo di silenzio Omar si scoprì a sghignazzare e poi a ridere di gusto. Dopo aver vissuto tanto, per certi versi non poteva dar torto al dio del deserto considerando le reazioni degli altri esseri umani. Asciugandosi le lacrime ilari, fece un cenno al dio che sorrideva soddisfatto ora.
«Ra ha ordinato a tutti gli dei di abbandonare la terra, ritiene gli uomini indegni di essere aiutati e ha dichiarato terminata l’età dell’oro. Tutti hanno più o meno obbedito, anche se dubito saranno tutti così pronti a rispondere alla chiamata.»
«Per questo siete spariti tutti quanti così?»
L’altro, ora di nuovo serio, annuì e un tuono rimbalzò sulla nuvola sopra le loro teste. «Ra ha molto potere, il credo degli umani nel corso del tempo lo ha rivestito di un manto di guida degli dei e penso solo Horus gli tenga testa o forse Osiride. Ma Osiride è impegnato con l’oltretomba e Horus preferisce non far nascere polemiche sterili. Gli altri sono tutti troppo deboli per opporsi, e lui conosce i nomi segreti di ciascuno di noi, può spogliarci della nostra essenza divina, quindi evitiamo di farlo incazzare troppo.»
Omar raccolse le mani a coppa sotto la pioggerellina sottile e si portò alle labbra l’acqua che vi pioveva dentro.
«Se sei qui, immagino che tu non sia d’accordo.»
«Siamo in molti a non esserlo, dopo l’ordine Sobek e Thot si sono dileguati, porbabilmente si son nascosti da qualche parte e Bastet è fuggita in Nubia. Prima o poi lei tornerà, lei è l’anima di Khem.»
«E tu?»
«Ah, beh, Ra ci ha rinunciato eoni fa a farmi fare quello che vuole. Ora che sai a grandi linee come sono andate le cose, dimmi: ti va di avere uno scopo?»
Omar si scoprì a sperarci. «Cosa vorresti?»
«Ra e tutti gli altri, e quasi tutti gli uomini in verità, pensano che non mi interessi di nient’altro se non di me stesso. Nel loro essere divini hanno perso di vista che noi esistiamo in virtù di un equo scambio con voi. E se non siamo noi a proteggere Khem dall’iniquità, anche Maat smetterà poco a poco di esistere.»
«Ma?»
Seth ridacchiò. Quel mortale era perspicace. «Ma non possiamo più restare come prima. Ogni tanto potrei tornare, ma non potrebbe più essere come prima. E se non posso proteggere Khem e i suoi figli come ho fatto quando gli Yksos ci invasero, raggirandoli, allora vorrei che gli uomini lo facessero in mio nome.»
«E come?»
Seth rise, vedendo l’altro completamente avvinto dall’idea. «Con qualsiasi mezzo necessario.»
«Qualsiasi?»
«Qualsiasi.»
«Ma… E Maat? Da come parli vorrebbe dire ignorare i suoi precetti.
Lo sguardo del dio si fece fosco al pari della sua espressione. «Maat è l’equilibrio universale imprescindibile di questo mondo. Le sue Leggi sono sacre per gli dei, a maggior ragione devono esserlo per gli uomini.»
Omar boccheggiò, trovandosi di fronte a un paradosso, ma Seth riprese: «Comprendo il tuo dubbio. Sarete esentati solo da una Legge, scegli tu quale. E solo se necessario. Con Maat me la vedrò io.»
Omar guardò il dio e rimase in silenzio a lungo. Poi, incapace di dar voce ai propri caotici pensieri, semplicemente annuì.

Il sole tornò a splendere sul deserto.

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