RACCONTO: Antico Credo - 4

Il rientro a Roma era stato altrettanto spossante, solo che invece di crollare nel suo letto alla domus
Rubinia, Omar era stato racconto da Zarich svenuto per le strade di Ostia. Aveva rischiato di non cogliere l’invocazione di aiuto dell’amico, tale era la sua abitudine di non ascoltare i pensieri altrui.
Quando si risvegliò, due giorni più tardi, trovarsi in un letto senza ricordare come ci fosse arrivato lo lasciò con l’amaro in bocca e il fatto di non aver ancora chiuso la propria mente un po’ stupì Zarich.
«Stai invecchiando, un tempo tre giorni in mare non ti avrebbero ridotto così.»
La chiusura mentale scattò immediata e Zarich sogghignò divertito mentre, le spalle voltate all’amico, gli versava del vino caldo speziato in una coppa.
«Non avevamo fatto un patto, qualche secolo fa su questo argomento?»
«Se mi sbandieri i tuoi pensieri così apertamente non posso non percepirli…»
Omar sospirò rassegnato, sentendo l’allegria dell’amico. Era da tanto che non gli vedeva un sorriso sulle labbra e la cosa era finalmente una piacevole svolta nelle loro vite.
Zarich non indagò su cosa lo avesse spinto ad andare in Egitto e Omar non fornì spiegazioni e, non appena rimessosi in forze, se ne tornò di corsa a Roma. Il consigliere dell’imperatore lo accompagnò senza esprimere alcun dubbio e le quindici leghe che separavano la cittadina portuale alla capitale volarono sotto gli zoccoli dei cavalli in breve tempo.
Come giunsero in città proseguirono assieme, pur senza parlarsi, verso il Palatino e lì si divisero: Zarich si diresse al palazzo imperiale dove Diocleziano aveva disposto per lui un appartamento e Omar svoltò attorno al palazzo e al circo massimo per andare a rifugiarsi nella domus Rubinia, la casa di città della figlia adottiva dell’imperatore. Tutto sommato, pur sotto le mentite spoglie di uno schiavo, la sua era una posizione ottimale per i loro scopi.
Come arrivò davanti alla porta secondaria della casa Omar si guardò intorno, quindi non rilevando presenze inopportune come altri servi della casa o liberti che gestivano le botteghe ricavate dalle tabernae nel muro di cinta della domus, svicolò rapidamente in una stradina in ombra e si inoltrò nel dedalo di strade dell’Urbe fino a giungere alla base dell’Esquilino, in uno dei quartieri più malfamati della città, dove viveva una sostanziosa comunità egiziana: era giunto il momento di selezionare le persone giuste per il lavoro che aveva in mente.

Uscì dalla popina tre ore più tardi e con una dose massicciamente sopra la media di cerevisia in corpo, ma ne era valsa la pena. Barcollando si accertò che il medaglione di Seth fosse al suo posto sotto la tunica nera, quindi se ne tornò a casa. Poco dopo dalla popina uscirono alla spicciolata altri cinque uomini che, dopo essersi tirati il cappuccio bianco sulla testa, estrassero dalla tunica un medaglione raffigurante un cartiglio di Seth e si avviarono in direzioni diverse della città.

Le cose iniziarono a cambiare dopo qualche tempo. La prima direttiva che Omar aveva dato era di dare un nome ai sessanta volti che ancora lui non conosceva e per ottenere quelle informazioni quei cinque uomini fecero cose di cui era meglio restare all’oscuro. Il fatto che si fossero trovati dei cadaveri amputati in mezzo alla spazzatura dei vicoli non destò alcun sospetto: era cosa piuttosto comune essere aggrediti, uccisi e amputati per i gioielli, se ci si azzardava a muoversi per la città con il buio e senza una scorta.
Dopo un primo momento di destabilizzazione, comunicare mentalmente con Omar divenne per tutti e cinque abbastanza normale e l’uomo fu sempre attento a non guardare ciò che non gli interessava.
La comodità di quel metodo aveva fatto loro risparmiare molto tempo e nel successivo anno e mezzo Omar venne a conoscenza di tutti i nomi mancanti e osservò compiaciuto la regolarità con cui depennava da quella lista un nome dopo l’altro. Ma mai velocemente come avrebbe desiderato.

Ecco una cosa che, nonostante secoli e secoli di allenamento e applicazione, non era mai riuscito a imparare: la pazienza. Nei paesi a Est, oltre il confine valicato da Alessandro Magno, c’era un detto: siediti sulla sponda del fiume e attendi di veder passare il cadavere del tuo nemico. Il problema era che lui, il cadavere del nemico, tendeva a buttarcelo, nel fiume.

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