RACCONTI: L'antico credo - 1

Cover ufficiale del gioco Prince of Persia che tanto ci ispira la figura di Omar.
Omar uscì con aria stanca dal cunicolo, rimise la grata coperta di rampicanti al suo posto, quindi crollò a sedere nel fango e nella pioggia sottile di febbraio, passandosi una mano sugli occhi.
Non sapeva se fosse più forte l’impulso di ridere, di piangere, di mandare tutto a quel paese e andarsene a Est un’altra volta, o urlare di rabbia. Quello a cui aveva appena assistito era stato tanto scioccante, quanto rivelatore e lo aveva schiantato lì, a terra. Si sentiva senza forze. Era troppo vecchio per quelle cose, anelava a un po’ di pace e nuovamente accarezzò l’idea di sparire e tornare in quelle alte montagne a Est, in quella terra che i nativi chiamavano Hindukush, lì in alto dove la calma era tutto, era il sale della vita, era la rincorsa e l’ottenimento della pace, lì dove anche respirare costava un’immensa fatica, arrampicati come capre su dirupi rocciosi a ridosso del cielo. Se, bighellonando tra quelle cime immense come il mondo, avesse incontrato Atlante intento a reggerlo sulle proprie spalle non si sarebbe stupito.
Sospirando stancamente sollevò il viso al nero cielo notturno, lasciando che la pioggia lo baciasse fredda, anelando a un seppur lieve sollievo che arrivò tra i suoi ricordi con l’insulto preferito di Arianna: idiota.
Alla luce di quello che era successo, Omar si sentiva effettivamente un idiota a non essere intervenuto. Avrebbe rischiato la pelle per farlo, ma ne sarebbe, forse, valsa la pena: quasi un centinaio di sovversivi fatti fuori in un colpo solo era un ottimo incentivo, senonché, conoscendo l’animo umano, sarebbe stata una mossa inutile visto e considerato che prima o poi ne sarebbero spuntati altri e lui non ci sarebbe stato per intervenire.
Lì, sotto la pioggia, Omar rise con una punta di nevrosi, rimpiangendo la consolante presenza degli amici. E tale si sentiva: solo. Era stato a meno di tre passi da quello che sembrava il capo di quei traditori e non aveva fatto nulla. Ma come avrebbe potuto? Certo, aveva capacità fisiche affinate nel corso di millenni e poteri mentali e magici di manipolazione degli oggetti che la maggior parte delle persone avrebbe associato alle divinità, ma un centinaio di nemici erano troppi anche per lui. Le sue doti erano tendenzialmente lente, potenti ma non letali come quelle di Elios, Dinocrate o Arianna e per usarle doveva fermarsi, non riusciva come Elios a usarle bene in combattimento, di solito gli bastavano le sue normali capacità di combattente con circa un migliaio e mezzo di anni di esperienza alle spalle.
Si rialzò a fatica e a passo spedito tornò verso il Palatino e la zona ricca di Roma, aggirò il palazzo imperiale e, imboccate alcune traverse scure, arrivò alla porta secondaria della domus Rubinia. Prese la sua chiave, aprì ed entrò silenziosamente, rifugiandosi poi in una stanzetta buia che rischiarò poco dopo con una lucerna.
L’interna domus era sprofondata nel sonno e il silenzio che le alte mura proteggevano dai rumori della città sempre in fermento quietò il suo animo. Durante l’assenza della domina – che risiedeva abitualmente a Nicea e che raramente veniva a Roma – la vita lì dentro era ridotta al minimo e gli schiavi avevano la libertà di usare tutta la casa. Era incredibile la fedeltà assoluta degli schiavi di quella donna: non un asse mancava mai all’appello e se dovevano fare delle spese impreviste annotavano tutto di modo che la padrona fosse sempre aggiornata. I soldi, ogni nuova luna, arrivavano e partivano regolarmente alle kalendae di ogni mese, per cui i fabbisogni del personale presente e le manutenzioni ordinarie erano sempre coperti, inoltre le botteghe lungo le mura della casa fervevano di attività e gli introiti rifocillavano l’economia di casa Rubinia tanto che ultimamente avevano comprato un’insula nella Suburra e l’avevano ristrutturata completamente, dalle fondamenta ai soppalchi in legno. Inutile dire che ogni mese c’era una fila infinita di famiglie che contrattavano l’affitto, sia tra quelle che già vi abitavano, sia tra altri tra cui si era sparsa la voce della bellezza e pulizia dell’insula.
Omar si tolse i vestiti fradici, si passò un panno umido per lavarsi e si asciugò bene prima di coricarsi a letto, a fissare il soffitto mentre decideva il da farsi. Non aveva avuto modo di riconoscere il Riformatore, sia perché dal suo nascondiglio gli era sempre di spalle e non lo aveva mai visto in viso, sia perché la voce era stata distorta dalla sua forma d’acqua e dalla cavernosa eco della sala sotterranea. Ma se alla mente non era arrivato, poteva arrivare facilmente a tutti gli altri lì presenti. E lo avrebbe fatto, tutto poteva succedere, ma non che venisse violata, così impunemente da dei traditori, l’unica sede della Specula dove si riuniva l’assemblea magistralis e dove i membri della Legio M Ultima, il suo braccio armato che agiva sul territorio, si riunivano per l’investitura o per la commemorazione dei compagni caduti. Questa era una cosa inaccettabile, fintanto che la Specula e la Legio M Ultima erano ancora sotto segreto militare, il fatto che quasi un centinaio di persone fosse a conoscenza di quel luogo era una fuga di notizie imperdonabile.
Molto probabilmente si doveva ringraziare il Riformatore per questo, ma ora doveva pensare ad arginare il problema e circoscriverlo il più possibile. Ed essendo traditori, non aveva problemi ad agire di conseguenza anche senza attendere la sentenza dei tribunali.
Deciso questo si rialzò e compilò una lunga lista di nomi, tutti quelli che lui era riuscito a riconoscere. Tenendosi la testa tra le mani, pianificò meticolosamente le prossime azioni per scoprire l’identità dei circa sessanta volti che si era impresso nella memoria e che erano ancora senza un nome. Una volta completata la lista delle cose da fare, avendo poco da fare come schiavo in quella domus, pulì e affilò le sue due lame dalla linea esotica mai vista in quella parte del mondo e quindi, riposte anche quelle, con un sospiro lasciò che una parte di lui, tenuta segreta anche ai suoi migliori amici, riemergesse dopo molti decenni. Estrasse, quindi, da un sacchetto nascosto sotto un asse sconnessa del pavimento un ciondolo in argento, raffigurante un cartiglio antico. Era da tanto, troppo tempo che aveva accantonato la Regola e forse era tempo di ritornare agli antichi usi, di quando era un egiziano d’adozione e gli dei camminavano con loro sulla terra.
«Grande Padre, non ti ho mai dimenticato. Khem ha lasciato a tutti noi qualcosa che anche a mille e più anni di distanza alberga sempre nei nostri cuori.»
Per tutta risposta una saetta cadde poco distante, con un fragore compiaciuto.
Omar mise al collo il medaglione raffigurante il cartiglio di Seth e andò a dormire con un sorriso sulle labbra.

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