PILLOLE DI STORIA: La divinazione

Gli antichi romani erano civilmente una delle popolazioni più evolute, sia a livello sociale che economico. Non a caso, quando si ricerca la prima vera forma di globalizzazione bisogna tornare molto indietro nel tempo, poiché furono proprio i romani a realizzarla.
Ciononostante, avevano anche tutti i limiti scientifici e tecnologici dell'epoca buona parte delle cose che oggi ci sembrano assolutamente normali e hanno una spiegazione chiara e lampante, per loro non era così.
Entravano in campo, allora, superstizioni e interventi divini per spiegare anche il male comune. Nonostante la larghissima alfabetizzazione (quasi il 70% della popolazione sapeva leggere, scrivere e far di conto), c'erano momenti alti e bassi - come sempre - nella diffusione della cultura. La grande parte dei misteri della vita che spaventavano l'antico romano erano inspiegabili e da qui la necessità di conoscere l'inconoscibile, cioè il volere degli dei.
Superstiziosi com'erano, i romani si circondavano di talismani e non c'era occasione in cui non consultassero un àugure, un divinatore per conoscere la propria sorte. Se ci pensiamo bene, con il proliferare di maghi e maghetti che ti sfornano in tv terni sicurissimi per il lotto, le cose non sono poi molto cambiate. O, più semplicemente, stiamo vivendo uno dei tanti momenti di regressione culturale che da sempre accompagnano le civiltà.
La divinazione divenne scienza vera e propria già dagli Etruschi, che poi la tramandarono ai Romani, famoso è il fegato sezionato, ove ogni parte descritta con dovizia di particolari assumeva un significato profondo. L'onere e l'onore di divinare divenne compito per pochi, sempre abbastanza bravi da tenersi sul vago, così da non commettere mai errori grossolani ed essere tacciati di frode, poiché la reputazione all'epoca di Roma non era una vuota parola come ora, era qualcosa di molto prezioso.
La divinazione, comunque, non era specialità solo di pochi o relegata solo in santuari dedicati e templi, ma era un po' alla portata di tutti. Tolti i sacerdoti, gli aruspici (che guardavano le viscere e in particolare il fegato degli animali sacrificati agli dei), i fulguralii (che divinavano osservando i fulmini in cielo) e sibille di fama mondiale che non tutti potevano permettersi di consultare, c'era una parte della divinazione che chiunque poteva fare anche da sé. Erano le sortes, bacchette parallelopeidali (e beccatevi il parolone) scritte sui quattro lati, oppure fiche o tavolette di legno che riportavano delle citazioni vaghe, e quindi molto interpretabili a proprio uso e consumo, su più temi: amore, lavoro, salute e cose del genere. Non se ne conosce il numero esatto, e anche nei nostri racconti restiamo sempre sul vago proprio per questo motivo.
Potevano essere gettati come dadi, estratti "a sorte" (appunto) o messi in un secchio che poi veniva riempito d'acqua (la situla).  Ognuno aveva il suo metodo, la cosa importante era di essere precisi nella domanda su cui si voleva una risposta e, poi, evitare di ripetere quell'interrogazione lo stesso giorno se l'esito non fosse stato fausto.
Insomma, era importante non tediare gli dei con le questioni terrene, c'era pur sempre il rischio che se la prendessero a male con il malcapitato.

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