BRANO: L'isola delle ombre

Un’ora dopo l’alba il campo era stato smantellato e i giovani rimasti erano pronti con il loro bagaglio personale in spalla. Dinnanzi a loro vi era solo l’aio. Manlio Cornelio e i trenta legionari che dovevano garantire la sicurezza del campo di addestramento erano scomparsi. Le reclute avevano dovuto smantellare tutto da sole per poi proseguire fino a una nave ormeggiata a Massilia[1] che sarebbe salpata di lì a dieci giorni. L’aio era stato chiaro: solo coloro che si fossero trovati a bordo quando fosse salpata sarebbero rimasti nella Legio M Ultima.

Druso Ampliato sedeva sulla solita sedia pieghevole da campo e li fissava con il suo sguardo saggio e deciso; dopo un tempo che parve infinito alzò la mano in segno di congedo e disse solo: «Vale[2]

In dieci si lanciarono giù per il pendio senza perdere un attimo, ognuno diretto incontro al suo Fato. Altri otto, invece, erano rimasti sul pianoro a guardare gli altri scendere più o meno di corsa e, dopo aver salutato il loro maestro, si erano allontanati con tutta calma. In gruppo, chiacchierando e camminando come se stessero andando a fare una scampagnata.

Meditabondo l’aio si soffermò a fare un bilancio di quel corso. Erano anni che addestrava soldati per il corpo speciale della Specula e raramente la prova finale veniva affrontata in gruppo. Ognuno faceva affidamento solo sulle proprie forze e da lì ne uscivano solo i migliori, già durante quei sei mesi il gruppo era stato notevolmente ridotto, molti non sarebbero mai arrivati alla grande città, sulla nave sarebbero saliti veramente in pochi. Generalmente meno di un quinto dei partecipanti arrivava alla meta.

Quell’anno la selezione aveva portato un gruppo notevole, addirittura più di venti, di nuove reclute per la Specula, selezionate tra i migliori dei vari Magisterii; la cosa eccezionale era che erano arrivati alla prova finale addirittura in diciotto, ben al di sopra della media che era di meno della metà dei partecipanti.

Ripensò a quei sei mesi e a quanto successo: dai ventiquattro iniziali si erano velocemente ridotti di numero, più o meno sempre per lo stesso motivo: arroganza e presunzione che li aveva portati a strafare o a infischiarsene delle regole facendosi, oltretutto, pescare con le mani nel sacco. Era questo che Druso non sopportava dei giovani di oggi: l’arroganza e la presunzione.

Fece una smorfia pensando ai due che per questo motivo si erano fatti prendere dai vigiles al villaggio vicino la prima settimana. Tre erano rimasti feriti in cadute gravose e si erano dovuti ritirare per le ossa rotte, due ragazze erano state cacciate per il comportamento promiscuo con i legionari di guardia e con i notabili dei villaggi dove andavano ad addestrarsi. Non che gli importasse cosa facessero nel loro tempo libero, pressoché inesistente durante il suo tirocinio, ma quella volta aveva tenuto a precisare: «io addestro speculatores e speculatrices, non libertini e puttane.»

Quello che però gli doleva di più era la grave perdita che da quattro anni non subiva: la morte. Selenia Mbowe, conciliatrix della Mauretania, morta nella maniera più idiota. Si dolse per la ragazza e per la compagna di tenda, Valentina Aquiligias, che sembrava aver legato solo con lei. In effetti, entrambe erano piuttosto schive, anche se gli avevano riferito di aver visto la mauretana appartarsi fuori dal campo qualche volta, in compagnia di uno dei guerrieri, dopo aver sempre chiesto il permesso di allontanarsi. Quello che aveva scioccato tutti non era stato il modo insulso in cui Selenia si era ferita, con la spaccatura di una delle armi di legno cosa tra l’altro abbastanza normale, quanto il fatto che la ferita si fosse infettata e a portarsela via fosse stata la febbre nel giro di pochi giorni. Valentina ne era uscita distrutta e solo la minaccia di essere rimandata ad Aquileia con l’infamia era servita a riscuoterla.

E ora, quella novità: otto reclute si erano mosse in gruppo. Quei ragazzi avevano, a dirla tutta, un legame particolare: sin da subito si erano sempre aiutati tra loro e spesso avevano aiutato anche i compagni delle altre tende. Non vi era un capo vero e proprio, piuttosto Sargon il syriano e Wulfgar il belgico erano diventati dei punti di riferimento per i compagni.

Un rumore leggero portato dalla brezza primaverile lo riscosse dalle proprie elucubrazioni. Alla sua destra comparve una figura avvolta in un mantello a bande diagonali verdi e marroni, lungo fino alle caviglie e con il cappuccio calato a celare il viso. Non che gli servisse vederlo per sapere chi fosse, arrivava sempre all’inizio della prova finale, segno questo che altre piccole ombre erano appena nate. I morbidi calcei[3] ai piedi del nuovo venuto diedero al vecchio l’impressione che i passi fossero molto più lontani di quanto fosse l’uomo realmente, per poi non produrre più alcun rumore sul rado tappeto erboso dove stava l’aio. Giunto vicino ad Ampliato il visitatore aprì con un gesto brusco il mantello mettendo in mostra l’armatura anatomica in cuoio ornata da due file di pugnali da lancio, un pugio, una faretra con l’arco smontabile di sua invenzione e il gladio che teneva agganciati al cingulum[4], per poi inginocchiarsi al suo cospetto con fare teatrale.

«Ave, mio magister[5], come stai?» La voce morbida e profonda dell’uomo spezzò la quiete del pianoro.

«Gawain, razza di cretino, devi sempre fare questi ingressi melodrammatici?» Il vecchio aio si lasciò andare a una risata divertita, rimbeccandolo: «Visto il tuo grado attuale dovrei essere io a omaggiare te e non il contrario.»

«Lo devo a te se sono l’uomo che hai dinnanzi.»

«E devi a me anche il fatto che sei finito nei guai anni addietro.»

«Non potevi sapere delle reali mire di quell’uomo.»

«Avrei dovuto sospettarle.»

«Eri l’ultimo che poteva sapere qualcosa.»

«Beh, almeno ha pagato.»

«La Britannia è una terra dura e Asclepiodoto[6] ha fatto la fine che meritava.»

«A questo proposito non mi hai mai detto come hai fatto a scoprire che lui ti stava usando.»

«Lascia stare, non sono qui per parlare di queste cose.» Rispose Gawain, infastidito.

Ma il vecchio non si fece dissuadere dal tono secco, assunse un’aria pensierosa mentre l’uomo, alzatosi in piedi, si voltò verso la valle dandogli le spalle, rassegnato a dover sganciare un’altra piccola informazione se voleva poter proseguire nel lavoro. Appuntò lo sguardo nella vallata dove erano scese le reclute verso una meta che nella maggior parte dei casi non avrebbero mai raggiunto.

«Se non sbaglio tutto cambiò mentre eri in Aegyptus.» Buttò là Druso con aria meditabonda, riportandolo al problema attuale.

«Non insistere, è stato tutto archiviato con il sigillo imperiale.» Tentò di nuovo di tergiversare.

«Si certo, ovvio.» Commentò arcigno l’aio, riprendendo poi come se la cosa non lo toccasse: «E cosa nasconde questo sigillo imperiale?»

«Bada, Druso, sai bene che non se ne può parlare.»

«Oh, beh, se temi che l’erba faccia la spia…»

Gawain si coprì il viso con una mano, scuotendo il capo esasperato. Adesso ricomincia…, pensò. «Ne so qualcosa di spie.»

«Beh, visto quello che ti ho fatto diventare sarebbe grave il contrario.»

«Appunto. Per questo sono…»

Druso Ampliato sorrise serafico interrompendolo con un gesto noncurante della mano, per poi riprendere il discorso originario, senza lasciarsi traviare dagli inutili tentativi dal suo allievo. Ne doveva passare di acqua del Tevere sotto i ponti di Roma prima che quel pivello riuscisse a raggirarlo al suo stesso gioco, riprese quindi: «Quello che non ho mai capito, per esempio, è come mai Diocleziano fosse lì quando ufficialmente l’imperator era in viaggio verso la Tarraconensis[7]

L’uomo abbassò il cappuccio e lasciò che il vento gli scompigliasse i lunghi capelli biondi, continuò a osservare la valle e sospirò: non sarebbe riuscito a tergiversare ancora, tutto quello che aveva imparato lo doveva al vecchio aio con cui stava conversando e sapeva che, nonostante il ruolo ufficiale invertito tra loro, Druso aveva ancora molto da insegnargli. Si lisciò i lunghi baffi biondi che scendevano ai lati della bocca e si voltò a guardare l’insegnante di un tempo con un sorrisetto, accettando l’ennesima sconfitta: «Sei testardo vecchio.»

Druso ridacchiò soddisfatto, quindi impietoso impose: «Dimmi solo come hai fatto a capire il gioco di quel traditore.»

«Chiacchiere tra simili. Bianco e grigio.» Rispose criptico l’uomo più giovane, di circa quarantacinque anni e con un fisico decisamente prestante e allenato.

Il suo maestro si drizzò sulla sedia stupito da quanto aveva appena sentito, esclamando: «Il Falco Bianco? Quella donna è un mito, nessuno ne sa niente, sono vent’anni che compare e scompare in giro per l’impero e tu l’hai incontrata? Quando?»

Il gallico si limitò a un sorriso che diceva tutto. «Meno persone sanno migliore è il segreto, me lo hai insegnato tu. Parliamo di questi giovani, cosa mi dici?»

L’aio si alzò in piedi appoggiandosi al bastone, conscio che non avrebbe saputo altro, quindi accettò di cambiare discorso: «Hai visto l’ultimo gruppo che si è mosso?»

«Sì. Strana cosa, vero?»

Il vento cambiò direzione e alle narici di Gawain giunse l’aromatico profumo della malva selvatica e del rosmarino. Non forte, ma leggero e piacevole. Voltò la testa a guardarsi attorno, ma nulla di diverso dal bel paesaggio montano balzò alla sua attenzione.

«Già, però c’è da dire che fanno tutti parte di una stessa tenda. Credo che resteranno uniti fino a Massilia.»

«Astuti, nessuno cercherebbe una compagnia così numerosa, di solito sono solitari.»

Druso stava per replicare non molto convinto quando l’allievo lo fermò con un gesto della mano sinistra. «Non mi dire altro, mi occuperò personalmente di loro.»

«Ma non ti batteranno mai!» Esclamò preoccupato Druso, ben sapendo che quella nave sarebbe salpata senza quei giovani promettenti a bordo, se il Magister Umbra si fosse messo di mezzo.

«Devono arrivare sulla nave, non devono battermi. Valuterò le loro mosse, potrei decidere di lasciarli salire, se li ritengo dotati.»

«Lo sono, fidati.»

Gawain annuì, concludendo: «Allora non avranno problemi.»

«Capisco.»

Gawain sorrise del tono afflitto del vecchio maestro. «Sceglierò solo i migliori tra loro, Druso, lo sai», cercò di rincuorarlo.

Il vecchio sospirò, battendogli una mano sul braccio con fare paterno. «Lo so. Buona caccia, pivello.»

«Buon rientro, maestro.»

Druso avvertì un profumo di malva e rosmarino, lieve, portato dal vento. Si voltò a guardare la figura
di Gawain che si allontanava a lunghi passi e ristette per un secondo, quindi aprì la bocca per avvisarlo, ma la voce non ne volle sapere di uscire.

Sul terreno, proiettata dal sole, l’ombra di Gawain gli fece segno di star zitto mettendo davanti al profilo del volto l’indice, sollevò una mano in segno di saluto e infine si aprì in un sorriso, una mezzaluna di luce nel fondo scuro.

Gawain camminava con il sole faccia, voltandogli le spalle.

«C’è ancora qualcuno che riesce a stupirmi…» Mormorò il vecchio, salvo poi scoppiare in una fragorosa risata non appena fu certo di non essere sentito dal Magister.



[1] Massilia: l’attuale Marsiglia
[2] Vale: forma abbreviata di ‘valete’. È il saluto di commiato latino, contrapposto al più noto ‘ave’, e significa addio o arrivederci.
[3] Calcei: calzature romane morbide ed eleganti, potevano essere aperte sulle dita dei piedi o chiuse per l’inverno e si allacciavano con strisce di pelle che si intrecciavano raggiungendo diverse altezze, secondo il gusto personale di ciascuno, dalla caviglia al ginocchio. I senatori romani le avevano ornate con le ‘lunule’, piccole falci di luna in oro come simboli di protezione del loro cammino.
[4] Cingulum: il cinturone a cui si appendevano il gladio e il pugio.
[5] Magister: letteralmente ‘maestro’ nell’accezione di gran conoscitore e non di insegnante.
[6] Giulio Asclepiodoto: prefetto del pretorio sotto Diocleziano, fu uno dei \“duces\” della tetrarchia, con Costanzo Cloro venne mandato a sedare la ribellione di Alletto in Britannia, dove rimase a governare per dieci anni. Nell’ucronia viene ucciso da Alletto, poi sconfitto da Costanzo Cloro.
[7] Tarraconensis: la provincia romana della Hispania Tarraconensis che prendeva buona parte dell’attuale Spagna.

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