RACCONTI: Sortes - Cap. XII

Attenzione: il racconto non appartiene alla linea temporale definitiva della Specula.
Racconto di Nazareno Vianello



A.U.C. 1064
Dal diario personale di Haimirtch Etrurio Venetio  comandante in carica della coorte XVII Siriana.


In un giorno raggiungemmo Katabolos. Alloggiamo ad una popina diversa da quella dove avevamo pernottato all'andata.
Se possibile, era meglio evitare di essere visti, o addirittura riconosciuti, da chiunque avesse già incrociato le nostre strade. Cercammo di usare travestimenti diversi da quelli della volta precedente.
Anche se piccola, la città portuale sulla strada per Tarsos brulicava di vita. Le imbarcazioni ormeggiate al molo, sembravano lasciarsi cullare dalle onde del mare.
Tamer sembrava essersi momentaneamente ripreso, aveva appetito e la febbre era scesa del tutto. Il suo volto era affilato a causa delle continue febbri che lo avevano consumato, ma nei suo occhi grigi vi era la sua consueta luce che proveniva dalla sua mente geniale. Non sottovalutava minimamente il problema, al contrario detergeva sistematicamente i propri piedi con uno straccio imbevuto di aceto e miele e si lavava il più possibile.
Durante la notte decidemmo comunque di fare dei turni per precauzione. Al mattino,T'Challa uscì in perlustrazione. Un controllo non avrebbe fatto male a nessuno, mentre Tuscia e Cornelio fecero rifornimenti di erbe medicinali al mercato. Avrei voluto lasciare che lei spedisse una missiva al suo mentore per avere qualche consiglio, ma la missione non poteva considerarsi finita fino a quando non avessi preso contatto con una delle nostre spie a Byzanthium.

Nella stanza ora eravamo solo io e Tamer.
Alzai lo sguardo dalle pergamene che stavo compilando per far quadrare i conti e mi decisi ad affrontare la questione.
«Come ti senti?»
Lo guardai dritto negli occhi per cercare d'intuire una sua eventuale mezza verità, ma egli contraccambiò il mio sguardo. Si alzò barcollando e avvicinatosi alla sua sacca da viaggio la aprì ed estrasse una piccola custodia di cuoio.
Sciolto il laccio che ne teneva unite le parti, lo aprì con delicatezza. Dentro vi era un piccolo scampolo di lino che teneva qualcosa avvolto al suo interno.
Il maestro d'ombre lo prese tra le mani quasi con devozione, poi dopo averlo lentamente srotolato ne liberò il contenuto. «Queste sono le mie...Si, so a cosa stai pensando, io non sono un divinator... in realtà le può usare chiunque; logicamente quelli che hanno il dono possono interpretarle al meglio, ma in questo caso non sarà necessario.»
Restai a bocca aperta, erano sortes, ma a differenza di quelle di Tuscia, fatte di semplice osso, quelle erano in avorio intagliato e perfettamente lavorato. Dovevano valere una fortuna. Certo, non è il materiale di cui sono fatte che rende un veggente più o meno bravo di quello che è, ma ne restai comunque impressionato.
«Sono un regalo del mio maestro...E vista la tua faccia, accontentati di sapere questo.»
Tamer, le raccolse ed iniziò a concentrarsi. Stava eseguendo il rituale davanti me, ma perché?
I suoi occhi si chiusero ed il suo corpo sembrò diventare leggero. Anche se perfettamente in piedi e mi stava di fronte, dava tutta l'impressione di non trovarsi lì. Un soffio di vento entrò dalla finestra, la tunica di cotone del maestro d'ombre si mosse appena. In quello stesso istante, i suoi occhi si aprirono e le sortes toccarono il pavimento.
Mi accorsi di aver trattenuto il respiro, ma appena ripresi mi resi conto di avere il fiato corto. Osservai i piccoli pezzi d'avorio e sentii un brivido scorrermi lungo la schiena.
«Vedi? Questa volta non sono cadute in piedi.»
Cercai di capire ciò che quei piccoli pezzi d'avorio stavano mostrando, ma non ero un divinator...
«Cosa significano?» Chiesi titubante, pensando di conoscere la risposta, ma quella che ottenni non era quella che mi aspettavo.
«Significa che dobbiamo fare ritorno a Roma e consegnare la testa di Antimo direttamente a Diocleziano.»
«Stai mentendo! E poi avevi già compiuto il rituale vero?...quando diamine l'hai fatto?? Eri sempre sotto la nostra sorveglianza!»
«Ehi, tu mi offendi comandante! Stai parlando con un maestro d'ombra!» Tamer scherzò mentre raccoglieva le sue sortes per riporle accuratamente nella custodia. D'un tratto, lanciò un urlo e perdendo l'equilibrio rovinò a terra.
Mi alzai di scatto per soccorrerlo. «Cosa succede, dove ti ...»
Il mio compagno stava tenendo le mani sull'inguine.
La cosa finì come era cominciata e subito dopo egli si rialzò ed andò a risistemare le proprie cose nello zaino.
«Le sortes...Non parlavano di Roma, vero? Rispondimi! É un ordine!» Continuai a guardarlo con ostinazione, ma poi un lampo mi attraversò la mente.
«Ecco cos'è accaduto al tempio... Hai avuto un attacco! É per questo che non sei riuscito a trattenere il vescovo con la tua magia! Il suo dio non centrava nulla!»
«Taci! ...»
Tamer andò a sedersi sul letto senza però smettere di fissarmi.
«Non so se sia la punizione del dio di Antimo o cosa, ma mi serve un medicus
«Hai Tuscia.»
«No. Lei no.» Distolse lo sguardo per poi riprendere.
«Non so se sopravvivrò questa volta, comandante. Ma non voglio che sia lei a tentare di curarmi. Se morissi, il rimorso per non essere riuscita a salvarmi la torturerebbe perseguitandola per tutta la vita.»
« Cos'hai?»
« Non lo so, ma non migliora. Io non sarò certo puro come una vestale...e te ne ho combinate tante...»
«Troppe...»
« Ma, per una volta, ti chiedo un favore personale... Non devi farne parola con gli altri. Giuramelo. Giuramelo, Haim!»
Ponderai su quella richiesta, non avevamo molto tempo, il resto del gruppo stava per tornare.
«Io sono Haimrich Etrurio Venetio comandante della Coorte XVII Syriana e sono un tuo superiore, non prendo ordini da te.»
Nella stanza scese il silenzio, ma non lessi nei suoi occhi la rassegnazione, solo dolore...tanto dolore.
Tamer si morse il labbro, poi tornò a fissarmi.
«Infatti il mio non è un ordine, comandante...è una supplica. E un'altra cosa...qualunque cosa accada, lei non dovrà per nessun motivo fare ricorso alle sortes.»
In quel momento sentii le voci di Tuscia e Cornelio mentre salivano la scala che portava alla nostra stanza.
Al maestro d'ombre quelle parole erano costate tutto.
Il chiavistello si mosse, la porta si stava aprendo.
«D'accordo.» Fu l'ultima parola che dissi prima che Tuscia varcasse la soglia.

«Siamo torn... Non devi muoverti dal letto! Come te lo devo dire!!?? E perché voi, comandante non gli avete detto nulla?»
Lo guardai ancora una volta, prima di rispondere. Il pericolo più grande per Roma, è Roma stessa. Quelle parole risuonarono nella mia mente come un monito. Io, che dovevo dare l'esempio, ora mi ritrovavo a mentire al resto della mia Coorte; creando così, a loro insaputa, un anello debole... Eppure, anche se come comandante, la mia mente aborriva l'errore che stavo commettendo, l'amicizia che mi legava al maestro d'ombre, mi fece mantenere quel segreto, che solo ora sto trascrivendo in questo diario.
«É dovuto andare alla latrina...Gli concedi almeno questo, Tuscia?»
La divinatrix non rispose. Si limitò a preparare il decotto e a trattare di nuovo il piede con miele e aceto.
T'Challa rientrò poco dopo con l'aria preoccupata.
«Problemi?» Cornelio era scattato in piedi e lo fissava in attesa...
«No, nessuno. É questo che mi turba. Forse, avremo anche fatto un lavoro pulito, ma trovo strano che un senatore come Lucio della famiglia dei Claudii non setacci tutte le strade possibili.
In fin dei conti siamo spariti esattamente nello stesso giorno in cui Antimo si è radunato con i suoi. Cosa ne pensate?»
Il numida si accorse dell'aria seria della sua compagna, ma si limitò a guardarla con dolcezza, per poi rivolgere di nuovo l'attenzione su di noi.
Il centurione si passò la mano sul mento irsuto, mentre cercava di ragionare sulle parole del nero. «Non abbassiamo la guardia... Anche l'oste qui da basso potrebbe essere una spia...É l'unica cosa che possiamo fare, senza esporci più del necessario. E tu, maestro dei miei stivali, muoviti a guarire!»
«Va bene così. Forza. si riparte...Cornelio, come va con i cavalli?»
«Sono riposati, comandante. Puoi constatarlo tu stesso, se lo ritieni necessario.»
«Tuscia. Come sta?»
« É stabile.»
«Si può muovere?»
«Penso di sì.»
«Pensi di sì? Sì o no?»
«Io...Io sto facendo del mio meglio. Ma non...non riesco a capire cos'abbia. Sto cercando nei miei testi ma non trovo nulla...avrei bisogno...»
La interruppi prima che gli cedessero i nervi e giocai la mia carta.
«Non posso ancora fidarmi. Non siamo ancora al sicuro e quindi sto ritardando la spedizione di ogni missiva compresa la tua per il tuo mentore...ma potremmo trovare qualcuno da affiancarti, che ne pensi?»
La sapiente mi fissò con sospetto e si mise sulla difensiva.
«E come pensi di rintracciarne uno? E soprattutto, non un medicus come me, che ha più o meno le mie stesse conoscenze o al massimo può essersi specializzato nel segare arti, ma un magister o almeno un doctor....Cosa puoi dirmi?»
«...Che ho ancora qualche freccia al mio arco, fidati; e ora se lo ritieni possibile...partiamo.»
Lei continuò a guardarmi. Sembrava mi sondasse l'anima. Sostenni il suo sguardo fino alla fine, in realtà ero sincero. A Tarsos...avevo un'amica.
«Va bene, partiamo.»


...continua...

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