RACCONTI: Sortes - Cap. XI

Attenzione: il racconto non appartiene alla linea temporale definitiva della Specula.
Racconto di Nazareno Vianello




A.U.C. 1064
Dal diario personale di Haimirtch Etrurio Venetio  comandante in carica della coorte XVII Siriana.

Raggiungemmo la città portuale di Myriandros attorno all'hora decima. I cavalli erano esausti quanto noi. Non avevamo fatto nessuna tappa. Per alcune ore non avrebbero scoperto nulla, dandoci almeno un discreto vantaggio.
L'interrogativo restava nei confronti del senatore Antonio. Essendo un simpatizzante di Antimo, c'era la possibilità che avviasse delle ricerche, come d'altronde poteva anche accadere il perfetto opposto. La morte di quel vescovo avrebbe scatenato di lì a poco un'eco che avrebbe raggiunto Roma stessa. Anche se si era ritirato a vita privata, il senatore restava comunque un uomo molto potente ed avrebbe potuto agire, oppure decidere di fare qualche passo indietro per non restare invischiato in quella faccenda. Queste purtroppo erano tutte supposizioni... Ma a questo ci avremmo pensato in seguito.
Prendemmo alloggio ad una popina nelle vicinanze del molo. Cornelio pagò l'oste con tre sesterzi. Una cifra esorbitante, che tenne lontana qualunque domanda egli volesse o avesse pensato di fare.
Prendemmo alloggio in un'unica stanza. Caio si sbarazzò dei nostri travestimenti, le fiamme non lasciavano certo traccia... E così finalmente indossammo gli abiti che portavamo di consuetudine sentendoci finalmente a nostro agio.

T'Challa distese il maestro d'ombre su uno dei letti.
Tamer, febbricitante, era in uno stato di dormiveglia. Di tanto in tanto, il suo corpo era scosso da fremiti e sussulti.
Tornai in stanza con degli stracci ed una pentola d'acqua fresca.
Tuscia trasformò la sua paura e preoccupazione nel ferreo senso del dovere che aveva come medicus: fare tutto il possibile per il suo paziente.
Gettò delle erbe nella pentola, sciolse i nodi che trattenevano la tunica e la gettò a terra.
Con il panno imbevuto d'acqua fredda, che ora profumava di uno strano aroma, gli terse il sudore dalla fronte e dal viso, per poi immergerlo di nuovo nella pentola e fare lo stesso su tutto il corpo.
«T'Challa, per favore, vai al mercato e acquista del silfio.»
Il numida rispose con un semplice gesto del capo, giunto sulla porta si sentì richiamare.
«Amore... Fai in fretta, ti prego.»
Il violens scomparve dietro la porta e la sua corsa risuonò dalla strada.
Scipione si era seduto sul letto di fronte. Era esausto, ma non avrebbe ceduto, non ancora. Anche se non lo avrebbe mai ammesso, era vecchio, ma, come si ripeteva sempre, mai abbastanza. Anche se in quel caso non poteva fare molto, a modo suo, voleva rendersi utile.
«Come posso aiutarti, piccola?»
La sua voce, di solito tonante e rabbiosa risuonò nella stanza come un raggio di sole.
Quando si voltò, Tuscia aveva uno sguardo cupo e preoccupato. Caio cercò di sorriderle come poteva e alzatosi le si avvicinò. Io feci lo stesso.
«Cosa succede?»
«É questo il problema. Non lo so.»
La sua risposta ci lasciò attoniti. Non era mai accaduto che la sapiente non sapesse rispondere alle nostre domande. Al contrario, a volte ci rimproverava che non dovevamo restare nell'ignoranza, perché è solo con la conoscenza che si sconfiggono le malattie e soprattutto le nostre paure.
«Ho chiesto a T'Challa di comprare del silfio. Il decotto abbasserà la febbre...»
«E questo è un bene. Giusto?» Gli occhi del centurione erano speranzosi, ma io sentivo che c'era dell'altro.
Ci fu un attimo di silenzio. Dopo un respiro con cui sembrava cercasse le parole adatte riprese.
«... Si, è un bene; ma quello che mi preoccupano sono queste.»
Così dicendo, lei ci indicò il piede del maestro d'ombre.
Delle piccole macchie bianche e rosse si erano estese dalla pianta del piede fino alla caviglia. «Quando l'ho visitato la prima volta, ne aveva una soltanto sulla pianta. Gli avevo detto di immergersi nel frigidarium con regolarità per abbassare la febbre e gli ho imposto la fasciatura con le foglie di cavolo. Tutto sembrava funzionare, la febbre si era attenuata e si stava riprendendo...ma ora...» La voce di Tuscia s'incrinò appena.
«...ora T'Challa ti porterà le erbe che ti servono e preparerai il decotto.»
Lei mi fissò ed io cercai in tutti i modi di apparire rassicurante. La cosa funzionò. Almeno in quel momento, perché continuò a guardarmi e poi si tranquillizzò.
«Ora riposati, io e Caio ti diamo il cambio. Niente storie, questo è un ordine. Non partiremo prima di domani all'alba e, visto che, questa notte Tamer potrebbe necessitare di più attenzioni, devi essere in forze nel caso in cui serva il tuo aiuto. Tranquilla, ci sarà anche il tuo bestione a darci il cambio. Non lo perderemo di vista nemmeno un minuto.»
Tuscia sembrava aver accettato, ma come al solito ebbe l'ultima parola.
«D'accordo, ma prima gli preparerò il decotto, mi assicurerò che lo beva e poi riposerò. Intesi?»
Alla fine, fummo noi a rispondere all'unisono, rassegnati.
«D'accordo.»
T'Challa tornò con un pacchetto che conteneva le erbe che sarebbero servite per preparare l'infuso.
Il medicus glielo fece ingurgitare lentamente, poi Tamer piombò in un sonno agitato. Durante la notte si svegliò più volte chiedendo dell'acqua. Noi lo vegliammo dandoci il cambio, come promesso.



Al mattino eravamo più esausti di prima, ma le cure avevano sortito il loro effetto: la febbre era scesa.
Lo stavo tenendo d'occhio, quando il maestro d'ombre aprì gli occhi. «Come ti senti?»
«Come se una mandria di cavalli mi fosse passata sullo stomaco.» Era bianco come una statua di marmo. Gli occhi però erano quelli di sempre e un sorriso sghembo si aprì su quel viso tirato.
Tuscia si alzò di scatto. In un attimo, era accanto al suo capezzale.
«Ahia! E smettila! Ora sto meglio! Te l'avevo detto che avevo solo bisogno di rip...»
Ma Tamer non riuscì a finire la frase perché il medicus gli fece ingurgitare un'abbondante sorsata di decotto. «Puah! Che schifo! La vuoi smettere!!??»
«No.»
Il maestro d'ombre rimase per un attimo esterrefatto. Poi guardatosi intorno vide le nostre facce stanche che lo stavano fissando.«Ehi, non vi starete mica preoccupando sul serio vero? Ho esaurito le forze, tutto qui.»
Ma anch'egli si accorse che qualcosa non andava, ed a quel punto il suo sguardo si fece serio.«Cos'è che non so?»
Tutti volevano dire la propria, quindi dovetti far valere il mio grado. Dopo che il silenzio aveva preso il posto della confusione, presi la parola.
«Vedi, T'Challa ci ha riferito che qualche attimo prima di essere ucciso, Antimo aveva invocato i favori del suo dio. In quell'istante, il tuo potere ha smesso di funzionare e le ombre che lo avvolgevano si sono ritirate, così ci ha pensato lui a finirlo, trafiggendolo con il suo gabon. Puoi dirci che cos'è successo?»
Tamer cercò di riordinare le idee prima di pronunciarsi.
«Dunque, premetto che ho seguito le indicazioni di Tuscia e mi sono immerso più volte nel frigidarium. La cosa ha funzionato, e la febbre si era abbassata notevolmente. Mi sono sentito meglio e mi sono attenuto al piano. Certo, mi girava un po' la testa e avevo un po' di dolori alle ossa, ma è una cosa normale dopo una febbre da cavallo come quella. D'altronde, riutilizzando i poteri al tempio penso di essermi strapazzato troppo.
Quando mi sono fuso con le ombre, andava tutto bene. Poi, ho iniziato a controllarle e sono sicuro di averlo afferrato...Quel vescovo...Purtroppo da quel momento ho un vuoto e non riesco a ricordare cosa sia successo. Dubito comunque che un dio si scomoderebbe per proteggerlo.»
Tuscia prese la parola. «C'è un altro problema.»
«E quale sarebbe?»
«Guardati il piede.»
Il maestro d'ombre, messosi a sedere li controllò entrambi. Il destro presentava delle macchie bianche e rosse che partendo dalla pianta si estendevano fino alla caviglia.
La sapiente riprese il controllo della situazione.«Non so cosa siano, ma non mi piace. Potrebbero essere la causa della febbre. Se continua così dovrò al più presto mettermi in contatto con Uulius, il mio mentore.»
La cosa sembrava seria. Se non fossimo ripartiti, non so per quanto avremmo potuto ritenerci al sicuro. Però, muoversi immediatamente avrebbe comportato il rischio per Tamer di veder insorgere nuovamente la febbre. D'altro canto, attendere, avrebbe portato a due conseguenze. La prima consisteva nel fatto che eravamo ancora troppo vicini ad Antiochia e qualcuno - come gli emissari del senatore, per esempio - potevano rintracciarci. La seconda era che se Tuscia aveva ragione e quelle macchie erano la causa di cattivi umori che tentavano d'impadronirsi di Tamer, dovevamo fare in fretta.

Dopo esserci consultati, lasciammo a Tamer e Tuscia la decisione sul da farsi. Il maestro d'ombre si sentiva pronto a ripartire anche immediatamente, mentre il medicus sentiva sulle proprie spalle il peso delle parole che avrebbe pronunciato, ma il maestro d'ombre l'anticipò.
«Tuscia, ascoltami. Stai facendo del tuo meglio, ma siamo ancora troppo vicini. Non posso mettere a repentaglio la vita dell'intera coorte, dobbiamo allontanarci da qui e in fretta. Lo capisci questo? Prenderò il tuo decotto ogni volta che me lo ordinerai. Quell'intruglio terrà a bada la febbre e ci permetterà di metterci in salvo.»
Noi tutti fissammo la sapiente in attesa. In fin dei conti, alla fine di tutto, le nostre vite erano nelle sue mani. Nel bene come nel male.
Il medicus si eresse in tutta la sua statura e, dopo che il suo sguardo ci ebbe congelato le ossa, si voltò. Teneva i pugni stretti lungo i fianchi e la sua voce uscì gelida come una notte d'inverno.
«Ti salverò, brutto figlio di una lupa. Non so cosa tu abbia, ma ti giuro che ti rimetterò in piedi!»
Tamer cavalcò aggrappandosi a me. Non mi fidavo a lasciarlo cavalcare da solo. Almeno in questo modo avrebbe risparmiato le forze.

...continua...

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