RACCONTO: Fate of Eberron - La fine






Erano lontani dalla città ora, sulla piana, e guardavano l’orizzonte di Sharn al tramonto, uno spettacolo che mozzava il fiato con le sue gondole volanti, le guglie e i picchi che si stagliavano contro le schegge di luce del mare, incendiato dal sole morente.
Sopra a tutte, svettava la torre Cannith costruita dal potente casato degli artefici nel corso dell’ultimo secolo rendendola la sede principale del Sommo Lord Cannith e facendo assurgere la stessa Sharn a punto centrale e loro principale sede.
L’idea di Jekis e del vuoto involucro dell’Artimagius di far crollare tutto non sarebbe stata così sbagliata, se non avesse coinvolto innocenti a vari livelli. A parte i fautori della distruzione della loro patria, il Cyre, e della loro vita. Ne avevano presi abbastanza, in quegli ultimi anni dopo la guerra, ma non era ancora finita.
«Quanto ancora?» Chiese Sylvion.
«Un’ora dopo il tramonto. All’ora di cena.» Rispose sicuro Lorian.
«Ci saranno tutti davvero?»
«Per festeggiare la mia morte? Sono arrivati Cannith da tutte le altre nazioni. Per il Sommo Lord Cannith ero più che altro una spina nel fianco, mi sopportava solo perché avevo il marchio del drago, altrimenti mi avrebbe già fatto fuori da tempo. O, almeno, ci avrebbe provato.»
«I nostri piani cambiano, dunque?»
Lorian sorrise sghembo a Sylvion. «Direi proprio di no.»
Videro tre figure avvicinarsi, camminando tranquilli. Un elfo che teneva le mani nelle tasche di un pastrano nero secondo l’ultima moda di Sharn, un secondo elfo vestito di una tuta aderente e un uomo con vestiti sgargianti e un cappello piumato in modo fin troppo vistoso.
Quando arrivarono davanti a loro l’elfo sorrise subdolo e gli occhi di ossidiana si accesero di una luce divertita. «Siete in ritardo.»
Ellenshan ridacchiò, voltandosi a guardare la città lontana e ribatté: «I fuochi d’artificio devono ancora iniziare, no?»
«Aspettavamo voi, gentaglia.»
La voce allegra dell’unica donna del gruppo attirò Sharmaxdrar che si avvicinò ad Anat per abbracciarla e baciarla con passione. «Sei una pazza, Ani. Mi fai ogni volta morire di spavento.»
La ragazza, a dispetto della sua fama di dura e senza cuore, si sciolse nell’abbraccio lasciando che la testa si posasse sulla spalla possente del marito. «è per questo che mi ami, no?»
Marcus guardò la compagnia e scosse la testa divertito, gettando a terra il cappello e stiracchiandosi tornò alle sue reali sembianze di changeling. «Quanti ne mancano ancora?»
«Una cinquantina, stando alle stime del progetto. Venti sono sparpagliati tra Q’Barra e la costa, un’altra decina sono a Darguun. Gli altri non si sa dove siano e senza la rete neurale non li scoverete mai.»
Marcus guardò Fender e scosse la testa: «Scordatelo.»
Ellenshan rabbrividì, ricordando la terribile sensazione della connessione che aveva avuto dopo tanti anni di assenza. «La rete va distrutta Fender… è come una droga per chi ci entra.»
Mentre si perdevano in chiacchiere amene cercando di ignorare le effusioni di Anat e Sharmaxdrar – comprensibili visto la totale assenza di contatti per quasi due anni – il sole affondò definitivamente nel mare a chiudere quell’ultima giornata e le luci su Sharn si accesero come lucciole una dopo l’altra a illuminare una notte che forse avrebbe avuto la parvenza di una notte tranquilla per gli abitanti provati dagli ultimi avvenimenti.
Il marchio del drago superiore sulla spalla di Lorian iniziò a illuminarsi in contrasto con l’accendersi piano dopo piano della torre Cannith. L’uomo si tolse l’impermeabile che da cinque anni lo accompagnava ovunque, lasciandolo cadere a terra, quindi si tolse anche la fine camicia di lino aperta sul davanti in un profondo scollo tenuto da dei laccetti e, rimasto a torno nudo, batté le mani chiudendo gli occhi.
Fender gli si mise alle spalle e lasciò che lo sguardo andasse lontano, alla città lontana. «Ci siamo.»
«Questo è il momento della verità. Vai Lorian, tocca a te.»
L’artefice annuì a occhi chiusi, il marchio si illuminò fino a scottare. Pose le mani a terra e digrignò i denti per lo sforzo di incanalare più potere magico possibile. Sentì il sangue cantare l’ode di potenza mentre ai suoi occhi vide la magia saettare invisibile lungo il terreno, espanderi, allungarsi, percorrere rocce, terreni coltivati, spaccare case diroccate e salire infine su per i torrioni di roccia su cui Sharn posava raggiungendo il secondo livello. «Non… non ce… la… faccio…»
Anat gli mise una mano sulla spalla, dall’altro lato lo fece Ellenshan. Fender lo costrinse a terra, Sharmaxdrar, Sylvion e Marcus rimasero in disparte fianco a fianco, con le braccia incrociate sul petto e l’espressione impassibile, assolutamente neutra nei due changeling e così tipica della loro razza. Non che non provassero nulla, ma era più difficile mostrare le emozioni per i changeling per l’assenza di lineamente definiti. «Non è tempo che tu ti arrenda, Lorian!» Sussurrò uno dei due, temendo di romperne la concentrazione in un momento così delicato.
Con un ruggito e un urlo potente di dolore, l’artefice sentì la pelle lacerarsi, incendiarsi, si levò intorno odore di carne bruciata, di sangue versato, tutto divenne luce e la magia riprese il suo percorso fino ad avvolgere la torre Cannith in una ragnatela di potere immensamente grande.
L’urlo di Lorian disciolse l’ultimo brandello, il potere si accese e uscì da qualunque controllo, l’artefice ve ne aggiunse altro attinto dalla torre Cannith e da quanti stavano al suo interno. Il marchio del drago iniziò a espandersi a circondare il corpo scosso da singulti e sussulti violenti fino a stritolarlo in un abbraccio di luce e calore. I tre che lo tenevano fermo si scostarono veloci, osservando il cambiamento preoccupati e speranzosi.
La luce si spense e Lorian si rialzò a fatica in piedi con occhi febbricitanti di potere, un sorriso di trionfo sulle labbra e il marchio del drago Siberys acceso su tutto il corpo. Lo sguardo fisso sulla città distante decretò: «è fatta. Fuochi d’artificio per festeggiare?»
A queste parole il percorso della magia così chiaro e luminoso ai suoi occhi che partiva dai suoi piedi e arrivava a circondare la lontanissima torre di Palazzo Cannith si accese anche per gli occhi degli altri mortali.
Si sentì un boato seguito da un rombo sordo, in differita di qualche secondo dal crollo del palazzo che sembrò implodere su sé stesso lasciando una pila enorme di macerie che la magia di Lorian contenne impedendo che devastasse la zona, coinvolgendo i palazzi e le abitazioni circostanti. Tutti i Cannith del Breeland erano radunati lì, quella sera, per inneggiare alla sua morte mascherando quella riunione come un urgente provvedimento da prendere contro di lui se fosse confermato il fatto che si era invece salvato, e lui invece aveva deciso del loro: imprigionati dalle macerie li aveva schiacciati con le pietre e si era premurato di risucchiare il loro potere prima di dare il colpo di grazia, rendendo Palazzo Cannith uno svettante pilastro lucente e piatto che si ergeva dal cuore del palazzo, circondato da una muraglia di pietra che si era eretta dalla base e dai lati. Era riuscito a modificare anche le tubature dell’acqua e i condotti illuminanti comandati direttamente dal livello degli ingranaggi rendendo il monolite di pietra traslucido per la soffusa luce che emanava e per l’acqua che lo velava andando a costituire così una nuova aerea fontana per la città.
Una fontana fatta di carne, sangue, magia e pietra, forgiata dalla vendetta e dalla sete di potere per la volontà di cambiare davvero quel mondo. Eberron forse non avrebbe approvato, visto che aveva sacrificato la sua vita per far sì che il Khorvaire e tutti gli altri continenti emergessero e fossero popolati, ma visto come si erano evolute le cose in una guerra che era durata anche più di cent’anni con il solo intento di distruggersi a vicenda, tanto valeva provare a rifare le cose.
Il progetto M. AR. CU. S. aveva quella finalità, dopotutto. Anche se loro, alla fine, si erano “disconnessi” dalla rete neurale e avevano deciso per un intervento più radicale e mirato. E per la sete di vendetta, anche.
La punta luminosa dell’enorme e imponente seppur leggiadro obelisco brillava a intervalli regolari e anche da quella distanza si vedevano le rune accendersi con lo stesso intervallo, scivolando lente verso terra.
Anat ridacchiò, battendo una mano sulla spalla all’artefice. «Creativo!»
«Sennò perché avrei scelto questo marchio?»
Ellenshan aiutò Lorian a sedersi e accese un piccolo fuoco su cui mise a scaldare una pignatta con del cibo che sembrava avere anche un’aria commestibile.
Sylvion lo canzonò divertito: «Ma dai… ti ricordi ancora come si fa?»
«Ci sono cose che non si possono dimenticare. Sei anni come chef a Q’Barra hanno dato i loro frutti. Potrei cucinarti anche dei sassi e tu li troveresti deliziosi.»
Il gruppo rise accomodandosi attorno al fuoco sulle coperte che Marcus e Sharmaxdrar avevano procurato per tutti insieme a dei vestiti di ricambio e finalmente Anat sciolse l’interdizione agli ultimi tre: si sfiorò il tatuaggio sull’ombelico che si illuminò, si distese e corse per tutto il suo corpo, rivelandosi per quello che era: il marchio di Siberys dell’interdizione Kundarak. Il viso di Lorian si sciolse al pari di quello dei due elfi, la pelle divenne grigiastra e in breve i tre assunsero i connotati tipici della loro razza: assenza di lineamenti marcati, occhi bianchi al pari dei capelli, pelle grigiastra e labbra sottilissime.
«Umpf, peccato. Mi ci ero abituato a quella faccia.»
«Sai che è pericoloso tenere troppo a lungo un aspetto. Cinque anni al massimo, poi… si rischia di fare la mia fine.» Chiosò dolce lei.
Lei, che non era tornata “normale” perché non si ricordava più qual era la sua forma “normale”.
Il gruppetto di changeling bivaccò in silenzio riposando e mangiando, il forgiato li guardava chiedendosi quando era stato che quel bizzarro gruppo era diventato la sua famiglia. Non se lo ricordava più nemmeno lui: ne avevano passate talmente tante dalla fuga dai laboratori in Cyre che la cosa aveva perso di significato. Si erano salvati la pelle a vicenda così tante volte che non se le contavano nemmeno più, neanche per gioco come era stato all’inizio.
Finito di mangiare Ellenshan cominciò a frugare tra i vestiti per estrarre un cambio e quando si spogliò avendo deciso la sua nuova identità mise in mostra il marchio Siberys della guarigione dei Jorasko. Anche gli altri lo imitarono, mostrando a loro volta quanto conquistato duramente in quegli ultimi dieci anni, con costanza e perseveranza nella loro vendetta: Sharmaxdrar aveva quello dei Phiarlan, Marcus quello della sentinella dei Deneith. E ora Lorian possedeva quello della costruzione dei Cannith, ottenuta con l’annientamento del ceppo principale del casato, come in tutti gli altri casi, Kundarak per primi.
Il primo risultato ottenuto dal progetto M. AR. CU. S. era stato che l’apposizione di un marchio aberrante su un changeling non aveva avuto conseguenze e, anzi, il soggetto riusciva a svilupparlo in un reale marchio inferiore. Grande era stato lo stupore quando, tra centinaia di fallimenti, sei casi avevano evoluto il marchio in superiore.
Poi era avvenuto tutto molto velocemente: altri avevano iniziato a sviluppare delle capacità telepatiche e Thuranni e Jorasko si erano concentrati su di loro. Sempre più casi di changeling sottoposti al trattamento, costantemente modificato, mostravano una particolare predisposizione per quella telepatia che coinvolgeva solo loro.
I Deneith, vedendone le potenzialità enormi da sfruttare in battaglia, avevano spinto in quella direzione con maggior fervore e loro sei erano finiti in un vortice di esperimenti che culminava ogni giorno in una notte da incubo, in special modo per Anat e altre ragazzine come lei, vittime delle guardie. Alcuni altri avevano preferito invece i maschi, ma questa esasperazione aveva da un lato portato certi a una morte anticipata, solitamente autoinflitta, altri a ribellarsi violentemente.
Incapaci di controllare il marchio del drago, che seppur nella forma superiore era rimasto un marchio aberrante, i sei ragazzini si erano aperti un varco, grazie anche Fender, ed erano fuggiti.
Distaccatisi dalla rete neurale del progetto M. AR. CU. S., si ritrovarono a pensare ognuno con la propria testa e, soprattutto, avevano capito che se non avessero fatto qualcosa, avrebbero passato il resto della loro vita da braccati.
Venuti a conoscenza delle varie leggende legate al giovane ed eroico generale di Cyre, Anatoreika Kun, aiutati anche da Fender che voleva sapere che fine avesse fatto il suo creatore, l’Artimagius, si erano appropriati delle identità di quattro mitiche figure della guerra, scomparse e morte in circostanze sconosciute, e le avevano riportate alla vita.
Era stato tutto tremendamente facile e, in pari misura, difficile. Disintossicarsi dal bisogno di non sentirsi soli dopo aver vissuto un’esperienza così totalizzante come la mente unica non era esattamente una passeggiata.
Nell’anninetamento della base dove si tenevano gli esperimenti avevano avuto la loro parte, ma erano stati considerevolmente aiutati – benché braccati – dai changeling oggetto dell’esperimento e che nel corso del tempo erano aumentati di numero per poter fornire ai Deneith un intero battaglione da mandare in guerra.
Poi era arrivata la fine della guerra e di quel maledetto progetto non se n’era più sentito parlare, anche se i sei amici avevano ritrovato a uno a uno tutti i responsabili, una guardia dopo l’altra, e li avevano eliminati per poi passare a piani più complessi e articolati che avevano necessitato anche di più anni di esecuzione.
Anat si stiracchiò, mostrando il suo marchio Siberys, quello dei Kundarak, appunto. Quello che aveva coercizzato la loro natura consentendo loro di tenere la maschera che si erano scelti anche se privi di senso.
«È ora di cambiare di nuovo pelle, ragazzi.» Disse divertito Marcus. «Questa volta chi resta in formato pellegrigia?»
Ellenshan sollevò una mano, per quanto avesse affermato di essersi affezionato alla personalità del boss Phiarlan, tornava a essere se stesso sempre con un certo sollievo.
«A chi tocca ora?» chiese lei, mentre mutava trasformandosi in una delicata umana dai lineamenti
dolci, i corti capelli biondi a incorniciare occhi di un sorprendente verde-grigio. Tra gli occhi spiccava una piccola gemma incastonata nel tatuaggio che prendeva la radice del naso e il centro della fronte, l’occhio sinistro si incorniciò di un altro delicato tatuaggio che, a occhi particolarmente attenti, avrebbe svelato la sua natura di interdizione.

Sylvion sorrise guardandola cambiare, si stirò la tuta aderente vedendo che anche altri l’avevano indossata e sfiorandosi il fianco destro ghignò. «Ora tocca ai Thuranni di Valenar.» 

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