RACCONTI: Sortes - Cap. VII

Attenzione: il racconto non appartiene alla linea temporale definitiva della Specula.

Racconto di Nazareno Vianello



Dal diario personale di Haimirtch Etrurio Venetio, comandante in carica della coorte XVII Siriana.

«Maledetti letti.. ho dormito malissimo...» Tamer si sentiva ancora stanco come se avesse passato una notte all'addiaccio senza chiudere occhio. Ci alzammo prima dell'alba e dopo uno jentaculum a base di pane e fichi, formaggio, olive e miele, ci dividemmo i rispettivi compiti.
Io e T'Challa tornammo al borgo di Dafne. Per non destare sospetti, per prima cosa ci recammo alla chiesa e, dopo esserci assicurati con delle cospicue offerte che i preti avessero ben notato la nostra presenza, potemmo allontanarci indisturbati senza che nessuno facesse domande.
Perlustrai le strade e i vicoli che erano nei pressi della domus Claudia. Intendevo assicurarmi che non vi fossero problemi o intoppi di vario genere.
Come sospettavo, la villa era sorvegliata. Due uomini fingevano di discutere di politica, ma la loro posizione non variava mai ed appena non vedevano nessuno in giro, smettevano di parlare e controllavano la zona con rapide e furtive occhiate, assicurandosi che tutto fosse tranquillo. Una donna, appena fuori da una bottega, continuava a lavare lo stesso panno da più di quindici minuti, mentre ogni qualvolta che lo strizzava, sollevava la testa guardandosi a destra e a sinistra, poi lo ribatteva e riprendeva il suo lavoro. Eliminare quella schiava non sarebbe stato facile.
T'Challa si diresse nell'hortus. Ormai schiavi e giardinieri lo avevano preso in simpatia, e questo probabilmente non li fece insospettire. Il numida salutò con garbo il mastro giardiniere che, riconosciutolo, ricambiò con un sorriso e un cenno della mano.
«Se stai cercando il tuo padrone, oggi non si è visto»
Una schiava stava trasportando un'anfora d'acqua e barcollava sotto il suo peso. T'Challa prese il grande vaso di terracotta per le due anse e dopo esserselo appoggiato al petto, lo inclinò leggermente fino a reggerne il carico con la mano che ne teneva ferma la punta.
La donna, dopo essere rimasta a bocca aperta per quella prova di forza, lo ringraziò infinite volte mentre il numida la accompagnava alla domus.
«Pensavo che il mio domine fosse venuto qui, so che doveva incontrarsi con il senatore. Sai se, per caso, domine Lucio è già uscito?»
«Oh sì, il mio padrone è uscito questa mattina all'hora prima. Guarda, la sua serva sta uscendo proprio in questo momento. Penso vada fino ad Antiochia ad acquistare gli incensi....grazie dell'aiuto.»
«Se vedi domine Ata Atamennuterhekten puoi dirgli che lo attendo alla popina, per favore?» 
«Certamente e grazie dell'aiuto.» rispose lei. 
«Di niente.. EETCIU!!» Il violens starnutì così forte da far sobbalzare la schiava.
«Riguardati!» «Grazie.»

Il segnale. Come se nulla fosse mi diressi verso la porta di servizio dove, ad appena pochi passi erano situate le stanze degli schiavi. Entrai in una taberna fingendo di voler acquistare del vasellame tenendo sempre d'occhio le eventuali spie del senatore.
Soraya uscì dopo pochi minuti. La schiava teneva un cesto di vimini sotto braccio, e girando a destra si diresse verso Antiochia, sicuramente al mercato.
Attesi che si fosse allontanata a sufficienza per poterla seguire a dovuta distanza. T'Challa era scomparso. Come potesse volatilizzarsi in quel modo vista la sua stazza, questa rimaneva per me una domanda senza risposta... Conclusi che quel numida ne sapeva sempre una più di Minerva.
Quando raggiunsi il mercato studiai il luogo per poter attuare il nostro piano.
Mentre vagliavo e scartavo un'ipotesi dopo l'altra, vidi la schiava acquistare delle essenze da un banchetto e poi dirigersi verso una bottega sotto ai portici.
In quell'istante un ponteggio vacillò sopra la sua testa. Tutto accadde in pochi istanti: uno dei pali di sostegno si staccò con uno schiocco... le corde, che li trattenevano, avevano ceduto.
L'enorme tronco cadde sulla schiava come la spada di Damocle...schiacciandola.
Per un attimo intravidi un'ombra aggirarsi sui tetti. Vi fu un urlo e subito dopo un gran chiasso.
La gente si stava riunendo per vedere cosa era successo. Quando mi avvicinai facendomi spazio tra la folla, lo spettacolo fu raccapricciante, Soraya era stata maciullata dall'enorme tronco di legno. Gli ariballi erano andati in frantumi spargendo i profumi sulla terra battuta. La donna respirava ancora, ma la sua spina dorsale era spezzata in due.
«Qualcuno chiami il senatore!» La voce si era alzata dalla folla.
Non seppi cosa accadde in seguito, perché preferii allontanarmi dalla piazza per evitare qualunque collegamento. Ritrovai T'Challa dopo aver percorso circa settecento piedi. Il volto del numida era imperscrutabile. Se non lo avessi conosciuto parecchio tempo prima, avrei detto che il violens aveva semplicemente compiuto il suo lavoro, ma in quell'istante i suoi occhi lo stavano tradendo.
T'Challa fissò la scena ancora per un istante. Sul momento non compresi la parola che pronunciò, non avevo mai imparato la sua lingua, ma quando alla sera ci radunammo alla popina presi in disparte Tuscia per poter comprendere.
Seppi che nella sua lingua significava perdonami. Il maestro d'ombre era riuscito ad infliggere a quell'uomo una ferita ben più profonda di quelle che subiva quotidianamente. Quando voleva, Tamer sapeva essere veramente spietato.

Scipione e Tuscia nel frattempo si erano recati dal sarto. Come previsto Shorab non avrebbe rammendato la tunica, lo avrebbe fatto Loviana.
La sarta era una donna dalle fattezze molto comuni, appena un po' avanti con l'età, tra i suoi capelli castani vi era qualche filo d'argento. Un viso scarno e segnato ed una bocca dalle labbra sottili completavano il quadro di una donna leggermente ricurva mentre cuciva china sulle stoffe. Solo l'intensa luce che brillava nei suoi occhi tradiva la sua intelligenza. Piccoli e scuri, simili a quelli di un furetto, sembravano controllare anche il più piccolo movimento.
Caio si impresse nella mente i lineamenti di quella donna con la concentrazione che i durissimi anni di servizio gli avevano insegnato ad avere per sopravvivere; poi, come un perfetto attore, il suo viso si era aperto in un sorriso bonario mentre si scusava per l'inconveniente.
Cornelio e Tuscia erano usciti dalla bottega mentre il centurione borbottava sul denaro che avrebbe dovuto sborsare per la riparazione.
Appena voltato l'angolo Scipione si era sistemato il mantello e Tamer aveva colto il segnale.
Il maestro d'ombre diede inizio alla sua Arte. Le dita esperte scivolarono nei sacchetti prelevando le dosi necessarie dei componenti, l'oscurità lo avvolse come in un abbraccio. Le ombre si distesero lungo le pareti scivolando sinuose per i muri, le fessure e gli interstizi della bottega. Si insinuarono tra i tessuti e le stoffe srotolate, lungo il pavimento e tra i tappeti fino a giungere sul piccolo tavolo da lavoro dove Loviana con gesti capaci aveva iniziato il rammendo della tunica.
Lì attese immobile nel silenzio, con la calma e la pazienza dell'assassino.
Il centurione ed il medicus rientrarono alla popina come previsto, solo Tamer mancava all'appello, ma ora bisognava pazientare. L'attesa era frustrante, ma muoversi in modo errato e frettoloso avrebbe rovinato tutto. Per quella sera potevamo solo restare confinati ed attendere notizie.
Quella notte il sapiens non rientrò.
Per allentare la tensione, alla fine dell'hora secunda Cornelio e Tuscia raggiunsero la bottega di Shorab.
In fondo, ritirare la tunica forniva comunque loro un giusto pretesto.
T'Challa si diresse verso Dafne.
Il violens intendeva controllare quanto polverone avesse causato la morte della schiava preferita del senatore Claudio. Purtroppo la cosa, come era prevedibile, aveva fatto molto rumore. Il piccolo borgo sembrava pacifico come sempre, ma gli occhi esperti del numida contarono almeno una ventina di uomini. Spie del senatore che si aggiravano per le strade principali e non, ed almeno una decina tra la chiesa e la piazza principale. Quest'ultima ora era stata messa sotto regolare sorveglianza, probabilmente gli schiavi che fino a ieri lavoravano ai ponteggi ora erano sotto torchio rinchiusi da qualche parte. Sicuramente il domine non si sarebbe arreso molto facilmente.
D'un tratto il violens colse una voce provenire dalle proprie spalle.
«Tu sei lo schiavo che ha tentato di salvarla.»
T'Challa si voltò aspettandosi di trovarsi di fronte ad una delle guardie.
La luce del sole lo accecò per un attimo impedendogli di mettere a fuoco la figura che gli si stagliava di fronte. Quando i suoi occhi si abituarono, per poco non gli venne un colpo al cuore. Il senatore Lucio Claudio Antonio si trovava a pochi passi da lui e lo stava fissando.
Gli occhi di quell'uomo erano fissi sui suoi. Di solito bastava la sua stazza ad incutere paura o come minimo cautela, ma in quel momento il numida si sentì inferiore. Chi era in realtà quell'uomo? La sua sicurezza non poteva essergli data solo dalla sua carica. Solitamente quella che stava osservando la si otteneva dopo anni passati nell'esercito o nelle arene e lui ne era la prova, era uno speculator, maledizione! E soprattutto era stato molto attento, come diamine erano riusciti a vederlo? Doveva giocare bene le proprie carte.
Il violens si ricompose, abbassando voce e sguardo prima di rispondere.
«Sì, domine. Mi dispiace, io...»
Mentre T'Challa continuava ad osservarlo con la coda dell'occhio, il volto di Antonio subì un cambiamento repentino, il senatore tornò ad essere quell'uomo bonario che aveva già visto.
«Raccontami com'è andata, te ne prego.»
«Farò del mio meglio... In realtà io mi trovavo dall'altro lato dei portici quando è accaduta la disgrazia. Stavo facendo delle compere per il mio padrone, quando è caduta una tegola a poco meno di dieci passi da me, ho alzato lo sguardo ed ho visto gli schiavi che lavoravano sul tetto, poi tutto è successo troppo rapidamente e non sono riuscito ad intervenire. Una delle corde deve aver ceduto perché ho sentito uno schiocco provenire da uno dei ponteggi, poi un palo si è staccato ed è piombato a terra. Ho cercato di raggiungere la donna che era stata colpita, ma poi mi sono fermato ad appena pochi passi perché la gente le si era radunata intorno. Mi sono sentito impotente, lei aveva la testa reclinata a sinistra e mi fissava con quei suoi splendidi occhi. Le gambe mi sembravano macigni. In quel momento una voce si è alzata dalla folla. Fino ad allora l'ombra e le colonne dei portici avevano celato parzialmente la mia presenza, ma poi mi sono chinato su di lei. Aveva la schiena spezzata. L'ho vista spirare Io sono soltanto uno schiavo, domine, ho visto tutto... Ma non ho potuto fare nulla. Sono fuggito. Forse, vista la mia posizione, ho pensato che avrebbero potuto accusarmi... Mi dispiace.»
Le parole del numida contenevano comunque una mezza verità e sicuramente in cuor suo provava del dolore sincero. Non aveva ucciso un assassino, ne' affrontato un altro guerriero, aveva assassinato una donna e rispettato gli ordini...ma questo non significava affatto che non provasse dolore per quello che aveva appena commesso.
«Ti ringrazio.» Così dicendo, voltatosi, il senatore si allontanò, lasciando il guerriero ai suoi pensieri.

...continua...

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