RACCONTO: The Fate of Eberron - 8

IV – M. AR. C. US.






Dirimere il caos, con la testa che scoppiava per lo sforzo di concentrarsi e trovare una giustificazione – plausibile – a quanto accaduto, non fu facile per Lorian. Un aiuto insperato venne da una guardia, che uscì dalla nube di polvere che ancora avvolgeva quella parte di Punta di Spada incontro ai militari armati che circondavano lui e Fender.
«Aspettate! Aspettate!»
«Cosa vuoi, Luki?»
Il ragazzo, si accorsero i due sotto mira, era lo stesso che li aveva fatti passare, sebbene ricoperto da un denso strato bianco di polvere d’intonaco, che lasciava liberi solo gli occhi, profonde pozze nere di vivido terrore dorate dalle fiamme delle torce e delle lampade che venivano disposte intorno al perimetro di sicurezza. Raggiunto il militare che aveva parlato, sempre tenendo puntata contro la gola di Lorian la sua picca, Luki rispose: «Aspetta, Juun. Mi ha salvato la vita!»
L’altro lo guardò storto: «E che ci facevi nel magazzino 7? Non eri alla guardiola?»
Bella domanda, tenente. Pensò Fender, guardando dal cumulo di polvere ambulante a quel tale Juun.
«Sì, beh…»
«Luki, maledizione! Hai di nuovo lasciato il posto di guardia!»
«Ma c’è Thalos! Cavolo, Juun, non urlare che mi confondi!»
Il tenente sbuffò: «Allora?»
«Allora, dopo che sono entrati ho ripensato a quello che aveva detto quel tizio, l’Artimagius… sì, beh, ‘spetta, quello è Lorian Artimagius, sì non ammazzarlo che Gedin si incazza, ma comunque la sua versione non mi convinceva, però è un portatore del marchio e mi sembrava sbagliato farlo aspettare, e poi ha parlato di rompere le palle a Gedin e sai come si incazza quando lo chiami di notte e allora li ho lasciati passare, poi però ho chiamato Thalos, mi sono fatto sostituire e li ho seguiti. Passato il ponte sul vuoto ho fatto il giro sulla darsena per non farmi scoprire, là è tutto aperto. Volevo controllare che non rubassero niente, ecco. Sono entrato nel magazzino con il codice di sicurezza 3, sì lo so che è il tuo e che non lo dovevo usare, ma mi sembrava importante e li stavo aspettando al varco quando tutto ha cominciato a tremare e poi è esploso. Ho pensato: è finita! Adesso vien tutto giù e invece… a parte non riuscire a respirare non è successo niente. Ti giuro, Juun! Credevo di esser morto. Sono uscito e li ho visti… quei cosi di pietra dico. Alcuni sono entrati dentro e stanno tenendo tutto in piedi per merito suo.»
Il fiume di parole finalmente si infranse contro uno scoglio di silenzio e Juun, così come gli altri che ascoltavano, tirarono quasi un respiro di sollievo, tanto si sentivano frastornati dal tono concitato del giovane.
Prima che chiunque potesse reagire, mentre Fender in tutto quello sproloquio aiutava Lorian a rimettersi in piedi e a restarci, Luki si precipitò dall’artefice e gli prese una mano sollevata al cielo, scuotendola vigorosamente con entrambe le sue. A ogni scossone uno sbuffo di polvere investiva il Cannith.
«Grazie! Grazie! Grazie!»
«No-o-o-n c’è di che.» Riuscì a balbettare scosso Lorian.
«Va bene, va bene… bando alle ciance, Artimagius, e tu Astrocarrier… nel mio ufficio. Luki, va’ a darti una ripulita e torna al tuo posto! Sergente Dann! Metti insieme una squadra e ripulisci questo casino!»
Lorian si fece avanti: «Scusi tenente…»
«Che c’è? Ringhiò quello, assomigliando in modo incredibile a Jekis, in quel momento.
«Non so quanto può reggere la struttura… sarebbe il caso di vuotarla velocemente.»
«Non c’è niente di valore là dentro.»
«Ci sono i resti del forgiato che ha fatto l’attentato alla Volta del Cielo questa sera.»
«Cazzo.»
«Posso… possiamo entrare e recuperarli? Il capitano Jekis mi aveva autorizzato ad esaminarli.»
«Merda.»
«Allora…»
«Muovi il culo, Cannith! Ti voglio qui in trenta secondi! Voialtri! A ventaglio!»
Lorian si risentì delle maniere del militare, non gli doveva certo obbedienza, ma era in territorio militare, avevano appena cercato di far fuori lui e Fender e tutte le prove che andava cercando. Spolverandosi da una manica la polvere che si era depositata anche su di lui e il forgiato, si incamminò al magazzino.
«Sicuro di farcela?» Chiese preoccupato Fender.
«A reggermi sulle gambe o a reggere ancora quegli stronzi di militari?» Chiese a sua volta Lorian, con chiaro disgusto dipinto in viso. «Questa cosa sta diventando una fregatura colossale.»
«Concordo. Chissà se è successo qualcosa di interessante anche agli altri.»
«Mi auguro di no.»
«Ma?»
«Ma non ci credo.»
Con quelle parole entrarono nell’edificio pericolante, schivando casse cadute a terra e rotte che avevano liberato il loro contenuto, uno strano nuovo tipo di armi a vapore, mescolato alla paglia di imballaggio, passarono sotto a travi rotti che erano crollati, ovunque detriti e caos. Alcune scaffalature erano cadute addosso ad altre, vomitando a terra il loro contenuto sparpagliato ovunque, fogli di carta svolazzavano nell’aria in apparenza immota.
«Non si vede un accidenti.»
Subito, gli occhi si Fender si illuminarono, producendo fasci di luce che tagliavano l’aria spessa di polvere danzante. «Meglio?»
«Sì, grazie.»
Lorian sgusciò tra i detriti, Fender li travolse spostandoli senza troppe cerimonie, guardando incuriosito in basso quando sentì sotto i piedi metallici delle sfere che si schiacciavano. Ne era disseminato tutto il pavimento e le macerie che lo ingombravano. «Che sono queste?»
L’artefice, intento a guardarsi attorno alla ricerca dei pezzi del forgiato degnò le piastrine circolari, ormai tali erano diventate sotto il peso del forgiato e le sfere che stavano su quel che un tempo era il pavimento. «Biglie di piombo, le si carica in quei moschetti. L’ultimo ritrovato della tecnica: i moschetti hanno quel serbatoio, vedi? Si carica di vapore e quanto si tira il grilletto queste biglie vengono sparate via.»
«Certo che voi umani siete incredibili: trovate sempre nuovi modi di ammazzarvi.»
«Già. Eccolo!»
Buttato in un angolo, ricoperto di laterizi rotti e pezzi di legno, vi era una cassa da cui spuntava un arto e una testa. Liberatolo si assicurarono che nella cassa vi fosse tutto, Fender vi mise dentro gli attrezzi di Lorian e si caricò del fardello, mentre procedevano in direzione inversa. Sentì l’amico artefice raschiarsi la gola, tossendo e sputando poi. Troppa polvere, per lui.
Uscirono all’aperto che la tosse di Lorian era diventata una tosse convulsa, incapace di respirare.

Uscirono changeling  e clone, silenziosi e indisturbati come erano entrati: all’invito silente di sé stesso Sylvion aveva annuito, estraendo a sua volta le lame, lentamente.
Si fronteggiarono in strada, uno contro l’altro, a occhi estranei sembravano uno davanti allo specchio.
«Chi sei?» La voce di Sylvion sibilò glaciale.
«Non sei stato tu a dire che mi aspettavi da Pia? Io ti ho solo anticipato.»
Marcus. Impossibile… a meno che… «Eri tu, dunque, nel vicolo.»
L’altro si strinse nelle spalle, sorridendo furbescamente. «E quindi?»
«Quindi dimmi tu. Chi sei?»
«Lo sai chi sono: Marcus.» Con quelle parole il changeling davanti a lui rinfoderò le lame, arretrando di un passo nell’oscurità del vicolo posteriore alle case. Lontano un cane latrava nel silenzio della notte, la luce delle lanterne volanti apriva leggeri sprazzi nelle vie secondarie
«E cosa vuole Marcus da noi?»
«Da voi?»
«Hai parlato anche di Fender e Lorian.»
Un baluginio di bianco nel buio tanto caro a tutti i changeling. «E Anat no?»
«E Anat.»
L’altro ridacchiò. «Salutamela quando la vedi… e dille che mi sto sdebitando dall’ultima volta.»
«Sdebitando?»
«Lei capirà.»
«Ma non capisco io, e sinceramente sto finendo anche la pazienza necessaria per farlo.»
L’altro sorrise, scuotendo il capo: «Lo diceva Anat che eri impaziente.»
«Vuoi venire al dunque, sì o no?»
Silenzio.
Una cappa di silenzio pesante come piombo calò in quel ramo della via, quindi alla fine si accese una fiammella nel buio a illuminare debolmente il changeling, uguale a lui, vestito come lui a parte il pastrano, addossato al muro ad accendersi una striscia di tabacco. La brace rosseggiò creando riflessi aranciati in quegli occhi bianchi che lo fissavano tra le volute di fumo.
«Dì ad Anat di guardarsi le spalle: le Lame di Tenebra vi hanno messo gli occhi addosso, specialmente a lei e all’artefice. Per questa sera vi salverò la pelle, ma non posso mettermi contro l’organizzazione che mi ha ingaggiato, sia chiaro.»
«Quei… maledetti… bastardi…»
«Sta calmo, non ci sono solo loro.»
La rossa brace cadde a terra e l’altro la schiacciò con un piede. «Ora sta a voi. Cercate di non ridurre Sharn a un cumulo di macerie, mi piace questa città.»
Altro silenzio li avvolse, ma come Sylvion si avvicinò al punto dove Marcus si era fermato nelle ombre a parlare, si accorse che di lui non vi era più nessuna traccia. Sorrise nel buio. Era maledettamente in gamba, non c’era che dire. E poi… ridacchiando si avviò a un porto secondario dove i mezzelfi facevano qualche corsa notturna non registrata per scendere al Focolare di Bolderyn e andare da Pia.
Non c’era da stupirsi che il Trovatutto fosse così bravo, dopotutto … era un changeling.

L’avvertimento del generale gli aveva fatto correre un brivido gelido lungo la colonna vertebrale. Jekis lasciò che la mano che gli artigliava il polso guidasse il suo braccio fino al bancone, l’espressione della donna scura e foriera di guai. Grossi guai.
«Non fare cazzate, rossa.»
«Non ti preoccupare.»
Come no. La guardò saltare al di là del bancone come se avesse avuto delle molle sotto al culo e agguantare per il vestito Arlenne che, terrorizzata, cercava invano la fuga. Tiratala indietro la sbatté a terra e dalla suola di uno dei suoi stivali militari uscì una lama che andò a piazzarsi pericolosamente vicino al viso della ragazza.
«Attenta, cucciola, potresti farti male.»
La voce quasi mielosa della morfica faceva accapponare la pelle.
«Allora, spiegami un po’. Io ti ordino un giro di qol e tu me lo servi con un extra non richiesto.»
«No, no…»
«No? Che bisogno avevi di cambiare i bicchieri?»
«è… è… si usa…»
Jekis si sporse. «E da quando, Arlenne? Non ti eri mai preoccupata della cosa, prima.»
«Spu-spurius…»
Con il balzo di Anat la musica si era fermata e il fragore di bicchieri infranti e bottiglie cadute sulle assi di legno nella colluttazione aveva attirato l’attenzione di tutti i presenti, focalizzandola su di loro. Cosa che Jekis odiava. Spurius uscì di lì a pochi attimi, giusto in tempo per ascoltare le ultime violente invettive della morfica nei confronti della povera Arlenne.
«Che cazzo succede qua? Tu! Che stai facendo alla mia ragazza?»
Gli rispose un ringhio feroce e Jekis decise che era arrivato il momento di intervenire prima che tutto precipitasse. «Fatti i cazzi tuoi, Spurius. Anat, mollala.»
«Questi sono cazzi miei. Chi la sente la madre, se me la conciate?»
«Allora la prossima volta tieni a bada la ragazza.»
Anat, furiosa, premette ancora di più il piede sul petto della ragazza, graffiando la pelle della gola con la lama, estorcendole un grido soffocato di orrore.
«Jekis, fa’ qualcosa!» Sbraitò Spurius, livido di rabbia.
«Generale! Basta!»
Anat volgeva lo sguardo bruciante come ferro fuso dall’uno all’altro. Si chinò, prese per la veste la camerierina e la sollevò di peso, facendola volare oltre il bancone, dritta tra le braccia di Jekis che quasi cadde dallo sgabello. Quasi.
L’uomo prese per i polsi la ragazza che tentava di divincolarsi e dopo due ceffoni ottenne la sua remissività. «Io e te facciamo i conti più tardi.»
Arlenne tremò di puro terrore e Jekis sorrise feroce. Era un bene che avesse paura, anche perché era chiaro che non si rendeva conto che le aveva appena salvato la vita. «Certo se non parlerai chiaro potrei sempre chiedere al generale di riprendere da dove si era fermata e lasciarla fare.»
«Jekis, maledizione, dovresti vigilare su questa città, non intimidire le mie ragazze.»
Il capitano della guardia lanciò un’occhiata al nano gestore del locale che gelò il sangue nelle vene a tutti coloro che ebbero modo di vederlo. Compresa la stessa Anat che rimase con il pugno sollevato, pronto a colpire l’impiccione.
«Stammi un po’ a sentire, mezza cartuccia, tu ora vai a metterti una giacca e mi segui senza fare storie al comando. Perché potrei anche pensare che c’entri pure tu in questa cosa.»
«Questa cosa… cosa?!»
Anat abbassò il pugno, in tre balzi si ritrovò alle spalle del nano e chinatasi in avanti sussurrò ferale: «Questa cosa che io e Jekis tendiamo a reagire molto male ai veleni.»
Spurius spaziò con lo sguardo sulla sala, livido in volto. Quando le parole della morfica penetrarono a fondo in lui e si rese conto che anche gli altri avventori le avevano sentite, sbiancò e tremò forte, iniziando a sudare freddo.
Inquadrò i bicchieri di qol intatto. «I-i-impossibile.»
Il balbettio nervoso suscitò un sorriso cattivo nella donna che accompagnava Jekis e che lui aveva chiamato “generale”. Jekis si rese anche conto che Anat teneva tutto sotto controllo, pur non interferendo con quello che era il suo, di ruolo. Apprezzabile gesto. Le fece un cenno e lei si avviò all’uscita, ancheggiando sinuosa in quei pantaloni aderenti, attirando su di sé più sguardi di quanti Jekis ne potesse sopportare.
Si schiarì la voce, quindi alzandosi in piedi dichiarò a gran voce, attirando l’attenzione dei presenti: «Allora signori! Lo spettacolo è finito! Tornate alle vostre carte e alle vostre troie!»
La musica inceppata al chib riprese. La ballerina, mezza nuda, riprese a ballare impacciata. Poco alla volta tutti tornarono alle proprie attività, abbassando lo sguardo quando capitò loro di incrociare quello del capitano. Anche se era in borghese e non era di turno, era pur sempre uno dei capitani della guardia cittadina e tutti lo conoscevano e lo apprezzavano, sebbene per i più disparati motivi, nessuno dei quali legato al suo ruolo di tutore dell’ordine.
«Spurius!»
«S-s-sì!!»
«Tappa quei bicchieri e mettimeli in un contenitore per portarli al comando.»
Prontamente il nano si ingegnò per trovare il modo di accontentare il capitano, quindi gli porse l’involto che quello prese con la mano libera, tenendo tra i denti il prezioso e ormai spento sigaro di Q’Barra. Senza una parola uscì dal locale, calciando la porta e trascinando la ragazza con sé.
Dall’altro lato della strada, appoggiata al muro, Anat aspettava. Come la guardia uscì con prove e assassina si staccò dal muro e li seguì, una mano dietro la schiena pronta a impugnare e a usare la propria makhaira, vigile e attenta. Non li vedeva. Ma sapeva che c’erano: mescolati agli odori della notte le erano arrivati alle narici gli afrori tipici di changeling che avevano poca dimestichezza con l’acqua.
Due figure nerovestite, dalle ombre osservarono mute e circospette la scena.

Giunto alla locanda di Pia, Sylvion si fece servire in sala una generosa dose di arrosto con tuberi rossi, birra e un dolce per contorno. Scelto un tavolino d’angolo defilato dal quale poteva tenere d’occhio tutta la sala l’attraversò ignorando le occhiate diffidenti e il gesto di tenersi il borsello o allontanarsi da lui così tipico di quella gentaglia che non sapeva niente di lui e della sua gente, che agivano così solo in preda ai pregiudizi.
Sorrise, risultando agli occhi degli altri avventori ancora più sinistro, non si era camuffato da elfo semplicemente perché la ferita aveva ripreso a dolergli e questo gli aveva causato non pochi problemi di comprensione con l’ostessa. Aveva dovuto fare una mutazione parziale del volto, cosa che non gli riusciva mai particolarmente bene per farsi quasi riconoscere. Solo quando aveva messo in mostra la lama con l’elsa incisa la nana alle dipendenze dei Ghallanda si era convinta, se per timore o se per l’aver riconosciuto le incisioni non era dato saperlo.
Aveva scoperto quindi che Anat era rientrata ed era anche già uscita, diretta chissà dove. Mangiò in religioso silenzio, rimuginando su quando dettogli da quel tale, Marcus, e si fece forza a non lavarsi le mani: quando era stato sorpreso alle spalle aveva agguantato il braccio dell’aggressore, se davvero Anat conosceva il Trovatutto ne avrebbe riconosciuto l’odore. Sorrise di sghimbescio, prima di ingollare alcune sorsate di birra, pensando a un modo per convincerla ad annusarlo. Se c’era una cosa che la donna odiava era essere trattata da cane.
Ridacchiò senza alcun apparente motivo e molti dei commensali in sala temettero di sapere perché.
Strinsero ancora più forte le loro borse e tirarono un sospiro di sollievo solo quando lo videro imboccare le scale, diretto alla propria stanza.
Idioti, inveì mentalmente contro di loro il changeling, buttando giù altre due pillole contro il dolore.

Arrivati al comando, Anat assistette all’interrogatorio impassibile, immobile. La sua sola muta presenza poteva essere garanzia di risposta, perché Arlenne aveva un sacro terrore di quella donna e lei era un pericolo imminente più di chi le aveva ordinato quel gesto.
«Arlenne, ci conosciamo da tanto, giusto?»
«Sì, capitano… da tanto.»
Erano tre anni che Jekis frequentava il locale di Spurius e da allora non era mancato una sera, stupendo all’inizio la cameriera.
«Allora spiegami perché.»
«Perché cosa?»
«Non giocare con me, ragazzina. Di là ci sono due bicchieri di qol corretti con veleno. Non rendere la tua posizione ancora più deleteria.»
La ragazza sospirò, disperata: «Mi uccideranno.»
«Se non parli lo farò io seduta stante. Problema: dovrò far fuori anche Jekis e non credo l’apprezzeresti.» Intervenne glaciale Anat.
Il capitano della guardia osservò la morfica con aria di riprovazione: «Io l’apprezzerei ancora meno, generale.»
«Peccato.»
Jekis sorrise di nascosto, soddisfatto alla reazione di paura della cameriera: «Allora? Se ci racconti tutto potremmo organizzarci per difenderti.»
Arlenne non tentennò a lungo, troppo preda del panico, specialmente quando un ringhio ferino la raggiunse. «Sono stati quelli delle lame di tenebra. Hanno preso mia sorella e mi hanno detto che la uccideranno sotto i miei occhi e dopo ammazzeranno anche me se non avessi messo quel veleno nei vostri bicchieri.»
«Le lame di tenebra, eh?» Jekis era particolarmente interessato, ma quel nome non disse nulla ad Anat, che rimase immobile e in silenzio.
«Sì, loro.»
«Allora ti accompagnerò a casa e li aspetterò al varco. Prima però mi dovrai dire perché volevano farlo.»
Lei scosse la testa, sconsolata. «Non lo so. Mi hanno solamente detto di fare così se volevo vivere e se volevo rivedere mia sorella.»
«Capisco.»
«Io no.» Replicò gelida Anat, ma aveva sentito abbastanza. Si avviò alla porta senza un saluto e Jekis riprese indisturbato il suo interrogatorio.
Lungo il corridoio che portava all’atrio la morfica chiese a una guardia assonnata che incrociò se sapeva chi fossero le Lame di Tenebra e ottenne un esauriente: «Thuranni.»
Rabbuiata, tornò a passo stanco alla locanda e senza badare alle chiacchiere di Pia prese dalle sue mani la chiave della sua stanza e vi si diresse, con l’intenzione di farsi una bella dormita fino al mattino. Riposati si ragiona meglio, si disse.
Infilata la chiave nella toppa si avvide che la porta non era chiusa a chiave e tirando il saliscendi della porta sfilò al contempo la makhaira dalla fondina a schiena.
«Tranquilla, Anat, sono io.»
La voce inconfondibile di Sylvion le causò una smorfia. «Aspettare fuori era difficile?»
«Noioso.»
«Immagino. Hai frugato per bene dappertutto?»
«Se ti fa piacere pensarlo.»
«Se scopro che l’hai fatto davvero ti uccido.»
«Lo dici sempre, ma non lo fai mai.»
«Perché finora non ho ancora avuto un buon motivo per farlo.»
«Che donna romantica.»
«Fuori dai piedi, voglio dormire.»
«Dovrai aspettare invece.»
«Frega ‘na sega quello che dici. Fuori o ti butto fuori io.»
«Conoscendoti non mi indirizzeresti alla porta, vero?»
«Sai che ho un debole per defenestrarti.»
«Scorbutica.»
«No, solo stanca e incazzata: hanno appena tentato di farmi la pelle.»
«Cazzo, sono arrivato tardi.»
«Che diamine vai blaterando?»
«Ho incontrato un tale che conosci. Ma pensa te, io lo conoscevo solo di fama.»
«Vuoi tagliare corto?»
«Marcus.»
Anat si fermò dal preparare l’occorrente per andare a dormire alla luce della lampada che aveva acceso, girandosi finalmente a guardarlo: per tutto il tempo si era comportata come se fosse stata sola in stanza togliendosi la giacca e il cappello, sciogliendo i capelli e spazzolandoli velocemente prima di intrecciarli per la notte, mettendo sopra la cassapanca delle armi, piazzandone altre vicino al letto dove poi si era seduta per sfilarsi gli stivali e in seguito i pantaloni, rimanendo con solo la biancheria intima e la corta blusa. Ora lo fissava con le foglie di maas in mano e le gambe infilate sotto le coperte.
Maas. Ma pensa te, mastica maas per i denti. Pensò stralunato Sylvion. Insomma, lei era… era… Anat. Donna e lupo, con tutte le sue contraddizioni.
«Vedo che ho finalmente attirato la tua attenzione.»
«Sputa il rospo.»
E Sylvion lo fece, aprendo le imposte della finestra per far entrare l’aria fresca della sera e addossandosi al davanzale, lasciando che le luci della parte bassa della città gli facessero da sfondo
fino al mare. La stanza di Anat aveva innestata in una parete la canna fumaria del focolare della grande sala comune e risultava sempre molto calda.
Anat ascoltò seria, masticando pensosa le foglie di maas, annuendo quando il changeling accennò al debito di quel Marcus nei suoi confronti, a confermare le parole del Trovatutto, ma senza fornire spiegazioni.
Il silenzio infine calò e un grosso sbadiglio eruppe dalla donna e anche da Sylvion, subito contagiato. Sbadiglio che fu illuminato da un lampo luminoso e poi accompagnato da un sordo rombo di tuono in lontananza in direzione del mare.
Punta di Spada, alle spalle di Sylvion, si incendiò di mille e più luci, sirene lontane presero a suonare. Anat inclinò la testa di lato guardando incuriosita oltre il changeling che si voltò a mezzo per osservare a sua volta. Si lasciarono sfuggire un gemito comune.
«C’è una sia pur misera possibilità che Lorian e Fender non siano là?»
Sylvion prese da terra i pantaloni e glieli lanciò. «Parliamo di Lorian, costruttore Cannith che ha per le mani l’occasione di studiare un forgiato di nuova generazione, e di Fender, che praticamente gli fa da guardia del corpo.»
Scalciando le coperte e infilandosi nuovamente pantaloni e calze Anat lo guardò storto, allacciandosi poi le calzature lo rimbrottò seccata: «Bastava un no.»

«No.»

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