RACCONTO: The Fate of Eberron - 4

A.R. Jekis, capitano della guardia di Sharn, odiava Sharn.
Odiava l’altezza, odiava combattere, odiava la folla, odiava il casino, odiava le cicatrici, odiava il sangue, odiava le esplosioni, odiava i forgiati, odiava i cangianti.
Ma sopra ogni cosa odiava i Cannith.
E in quel buco di culo di uno yak sospeso tra le nuvole, nel posto più schifoso in assoluto di quella città di merda ritrovava riunito nello spazio di un metro quadrato tutto quanto odiava al mondo.
Cannith compreso.
Il vecchio uomo d’armi avanzò a passo marziale, masticando nervoso il mezzo sigaro che spuntava dal lato della bocca, costringendola in un ringhio costante. Prese il cristallo nero da una scarsella in cintura e rigirandolo tra le dita avanzò, approfittando della distanza per studiare quei tizi che avevano scatenato tutto quel pandemonio.
Piantò quelle schegge di acciaio conficcate tra le rughe dure di un viso di pietra negli occhi del Cannith, le lasciò sfolgorare d’odio per poi passare al changeling che sanguinava vistosamente dal petto e che al suo avvicinarsi si era allontanato dal sostegno del compagno, quindi sorvolò sull’ammasso di ferraglia che stava coprendo con gentilezza la donna impegnata a tenere insieme alla meglio la veste stracciata su un gran bel paio di tette. Se non l’avesse vista in azione e non avesse sentito i suoi versi ferini non avrebbe mai detto che quella era una morfica. Gran brave bestiole, pensò ammirato e non solo per le grazie femminili che aveva appena intravisto.
Si fermò, sfregò il pollice calloso sulla pietra facendone scaturire una fiammella che usò per accendersi il mozzicone di sigaro.
Aspirò una gran boccata e sbuffò una nuvola azzurrognola davanti a sé, spaziando di nuovo con lo sguardo d’acciaio sotto la zazzera cenere puntato su tutti e nessuno. Poi la voce ruvida, e non poteva essere diversa da un tipo come quello, li appellò coriacea: «Allora, gente. Spero non siate venuti a rompere il cazzo proprio nella mia città.»

«Basta!» Tuonò il forgiato, traendo a sé la donna inviperita e fuori di sé dalla rabbia, per poi prenderla per le spalle e sollevarla di peso finché non si trovarono faccia a faccia.
Anat non si calmò, scalciava come una furia nell’inutile tentativo di colpirlo, inveendogli contro. Fender fece quanto più di umano potesse fare un forgiato: sbuffò esasperato – per quanto un forgiato potesse realmente sbuffare – e la scrollò forte fino a quando le invettive e le colorite bestemmie non furono sostituite da un chiaro rumore di denti che sbattevano tra loro.
Smise.
Anat era inerme, ora, a capo chino.
«Ti sei calmata?»
Lei gli lanciò uno sguardo tra il divertito e l’astioso e Fender seppe che era tornata padrona di sé. Solo allora si arrischiò a metterla giù delicatamente. La morfica stava osservando con rammarico crescente la sua veste di seta, ridotta a uno straccio sbrindellato. Incredibile. Le era costata una fortuna e non aveva più molti soldi da parte per permettersene un’altra.
Cazzo.
Sospirando rassegnata, tornò umana e vedendo cosa la veste ormai non copriva, con un senso di imbarazzo crescente sapientemente mascherato da fredda indifferenza tentò di rimettere insieme quello che poteva, ignorando apertamente lo sbruffone che si era messo di mezzo con quell’uscita così tipica del militare di carriera sottopagato e arrogante dei gradi che portava dipinti sull’armatura. Una testa di cazzo di capitano. Bah.

«Allora? Chi comincia?»
Lorian si fece avanti e Sylvion ne approfittò per iniziare la sua metamorfosi e indietreggiò verso quella folla che, forte della presenza delle guardie, iniziava a formare un capannello di curiosi attorno a loro; l’intento di mescolarsi alla gente fu irrefrenabile: lui era letteralmente allergico a tutto ciò che era militare e rappresentazione della giustizia.
Lui, la giustizia, se la faceva da sé.
L’artefice tossicchiò imbarazzato, facendo buon viso a cattivo gioco allungò la mano al capitano che quasi gliela stritolò nella sua. «Sa-salve. Stavamo cercando di capirci qualcosa anche noi.»
«Beh, non c’è molto da capire.» Replicò burbero la guardia, ritirando la mano destra dove campeggiava dal dorso al polso e fino sotto alla protezione dell’armatura una vistosa cicatrice da ustione.
«Abbiamo solo reagito a questo attacco infame.»
«Che, guarda caso, coinvolge proprio i Cannith.»
«Non siamo noi ad aver messo l’esplosivo nella torre.»
«Ma nemmeno l’avete buttata di sotto.»
«Non ce n’è stato il tempo. O lei era lì a controllare con la sua clessidra?»
A. R. Jekis si tolse il mozzicone dalla bocca, esalò il fumo in faccia all’artefice facendolo tossire e sputò a terra. «Avevo altri cazzi cui pensare. Tipo contenere i danni di una folla impazzita, non so se hai presente. Sono finite all’ospedale venticinque delle mie guardie per questo scherzetto.»
«Sono spiacente, signore. Ma, a quanto pare, adesso abbiamo qualcosa su cui poter lavorare per venire a capo di questo fattaccio.»
Lo sguardo di ghiaccio si spostò sui rottami a terra, alle spalle dell’artefice. «Pare.»
«Lo porteremo al mio laboratorio e lo analizzerò…»
L’uomo scoppiò in una risata acida, prima di commentare puntando con il pollice Anat alle sue spalle: «E io sono il principe azzurro e quella è la bella addormentata.»
Lorian si maledisse per esser stato precipitoso. Mascherando il fastidio e tentando di ignorare lo sguardo inferocito dell’amica, riprese calmo: «Ah, ma se avete delle strutture adeguate, sarò lieto di mettere la mia esperienza al servizio di questa magnifica città…»
La guardia sbuffò, riprendendo il sigaro quasi spento tra i denti. «Così va meglio, Cannith. Pensi che
non sappia chi tu sia?»
«Beh, mi perdoni: non mi sono presentato.»
«Lascia perdere, moccioso, non mi interessa.»
«Non capisco la causa di tanta animosità nei nostri confronti.»
«Ah! Questa è bella!» L’uomo rise senza divertimento, osservando rammaricato che la ragazza ora era fasciata strettamente da una stoffa viola con ricchi ricami oro e argento.
La donna si avvicinò e con piglio marziale lo salutò con un cenno del capo, tuonando bassa come fosse abituata a farsi ubbidire: «Capitano.»
«Signora.»
«Sono Anat Kun.»
Anat Kun.
Jekis per poco non si strozzò con il fumo del sigaro. Non era possibile. Era troppo giovane per essere lei. Troppo carina. Non poteva essere il Lupo delle Lande. Doveva trattarsi di un caso di omonimia, insomma: poteva capitare, magari era una nipote cui avevano dato il nome di quella leggenda di Cyre.
«A. R. Jekis, signora. Mi devo complimentare. Ne avessi avuti di più di quelli come te e meno scatolette per i cani, le cose sarebbero andate fottutamente meglio in guerra.»
Anat sorrise superiore, freddo fascino selvaggio avvolto in ricami sofisticati. «Ma non mi dire, un avanzo del campo di battaglia.»
«Come voi, deduco.»
«Dal primo all’ultimo.»
«Mi pareva. Stesso esercito? Dove?»
«No, unità diverse.» Anat non gli diede appigli, confondendolo con chiacchiere da osteria tra commilitoni: «è stato dopo la guerra che ci siamo conosciuti e abbiamo combattuto assieme contro una lattina piuttosto fastidiosa.»
«Lattina?»
Anat accennò ai rottami a terra, quasi dimenticati. «Lattina.»
L’uomo si aprì in un sorriso di apprezzamento, commentando: «Lattine, scatolette… stessa roba.» Lo sguardo gli si oscurò tornando sull’artefice, quindi proseguì rabbioso: «Roba che se tu e quelli come te non inventavate era meglio. Come non sopporto quelli della stessa razza dell’altro tuo amico. Infidi striscianti vigliacchi capaci solo di nascondersi e attaccarti alle spalle.» Si guardò intorno, puntando lo sguardo inferocito verso la gente che si era riunita curiosa e sbraitò: «Guarda che ti ho visto, bastardo! So che sei qua intorno!»
Anat annusò l’aria e dopo un secondo girò la testa a destra. Fece un cenno del capo, invitando Sylvion a uscire allo scoperto.
«Detesto quando fa così.» Lo sentirono dire esasperato, prima che l’elfo ferito si muovesse scivolando tra le persone che si erano radunate come acque attorno alle rocce di un ruscello.
«Sylvion si mimetizza tra la folla solo perché non ama attirare troppo l’attenzione su di sé, cosa in cui, per altro, è bravissimo.»
Se fosse un complimento all’arte di nascondersi o una presa in giro sul fatto che per essere un changeling tendeva a essere fallimentare, Sylvion non lo capì. Il capitano la guardò storto e lei sorrise scoprendo i denti in una specie di ringhio.
«Sembri avere rispetto per quello.»
«Per tutti, in realtà. I miei uomini sono fidati. Lattina e changeling compresi.»
«E il Cannith?»
«Un maestro forgiatore portatore del marchio. Secondo faceva una cosa così cretina come mettere l’esplosivo e rimanere a guardare da vicino?»
«No, hai ragione. Ma loro sono quelli che hanno costruito il Signore delle Lame che ha reso Cyre quella che è e che ancora la tormenta. Era un bel posto, Cyre. Mi piaceva.»
Anat annuì, aggrottando appena la fronte. Cosa c’era di sbagliato in quella frase? Scrollò le spalle, ci avrebbe pensato poi.

«I tuoi uomini?» La domanda basita era arrivata da Lorian alle parole brusche della morfica, ma venne prontamente zittito da una spintarella non proprio gentile di Fender e rimase ignorato. Sentirsi definire un suo uomo, quasi che lei fosse al comando del loro gruppetto, infastidiva molto anche il forgiato, aveva smesso da un pezzo di prendere ordini dagli altri, eppure anche lui aveva capito subito che Anat li stava coprendo e, con il suo modo di fare cameratesco e arrogante, stava togliendo al tizio in armatura qualsiasi appiglio per allontanarli o – peggio – incarcerarli.
Sylvion scivolò tra la gente lasciandosi una scia di sangue dietro, si premeva il petto e il suo viso tornò naturale, anche se un po’ più smorto.
«Ehi, bellezza, bisogno di aiuto?»
«Un rattoppo non sarebbe male, Anat.»
«Capitano?»
«Azakiel, Muir. Provvedete, una barella.»
Due guardie scattarono sull’attenti e Jekis passò il sigaro da un angolo della bocca all’altro, guardando indecifrabile la bellezza rossa davanti a lui, che con una sola parola era stata capace di farlo scattare. No, si rifiutava di credere assolutamente che quella fosse il Lupo delle Lande. Cazzo, non avrebbe fatto il saluto militare a una femmina, generale o meno.
Lei sorrise divertita, immaginando lo scompiglio interiore dell’uomo. Prevedibile.

Mentre tre halfling accorrevano per portare soccorsi a Sylvion, Lorian accennò di nuovo alla questione principale. «Lo portiamo al nostro laboratorio?»
«Avete le autorizzazioni per farlo?»
Dannato uomo. Lorian sorrise saputo. «Immagino che vi siano delle formalità da rispettare.»
«Indovinato.»
«E dopo potremo portarlo al mio laboratorio?»
«E dopo potrai venire a guardarlo al laboratorio della guardia cittadina.»
«Ma…»
«Ma?»
«No, niente. Se posso sapere che attrezzatura disponete, eventualmente posso provvedere a portare alcuni miei attrezzi che possano servirmi.»
L’uomo ripose nella sacchetta in cintura la pietra nera per accendere il fuoco e lo guardò gelido, mentre con una mano faceva cenno a un ragazzo giovanissimo di avvicinarsi. Non era in armatura, ma aveva i vestiti che pendevano da tutte le parti per quanto gli erano grandi o forse per quanto era gracile lui.
«Comandi, capitano.»
«Prendi le generalità di questi figuri, intanto sento il comandante per sistemare il resto.»
Non fece a tempo a farlo. Stava armeggiando con un cristallo di comunicazione di un’altra guardia che la decisione fu presa in un rigurgito di bile atavica.
Non appena sentì il nome dell’artefice.

«Signora, il suo nome?»
«Anat Kun. Generale. Cyre.»
«Ohhh…» La sorpresa era palese, l’esser stata riconosciuta da quello sbarbatello anche.
«Vedi di sbrigarti.»
«Ah, sì! Sissignora.»
Si volse tremante e tentò di recuperare i dati di Fender, chiedendogli di chinarsi in avanti così che potesse leggere il suo numero di matricola, stampigliato sul cranio. Fender incrociò le braccia al petto, senza muoversi. Indignato.
«Mi chiamo Fender Astrocarrier.»
«Sì, lo so che sei un modello astrocarrier, ma mi serve il numero di matricola. Chinati.»
«Ho nome e cognome, non sono un oggetto.»
Anat precedette il ragazzino che aveva già aperto la bocca per ribattere. Era meglio intervenire prima che la cosa finisse per non terminare mai. Così disse, fredda: «Segna: 1-0-1-1-9-8-6-3M, Astrocarrier corazzato, attualmente dismesso dalle funzionalità militari e riadattato al servizio di laboratorio.»
«Grazie, generale. Dovreste farlo riprogrammare da quel signore dei Cannith, sapete, milady?»
Anat per poco non scoppiò in una sonora risata additando il forgiato a quell’uscita, ma si trattenne. Si stava rammollendo, era quasi intenerita dall’ingenuità di quel giovane scribacchino.
«Mi piace così.» Si limitò a commentare, ma lanciò un’occhiata ironica al forgiato, mimando alle spalle del ragazzo i gesti magici di riprogrammazione secondo il suo personalissimo punto di vista: tagliarlo con una sega e frantumarlo con un martello.
Fender sollevò la testa verso il cielo e aprì le braccia portando le mani all’altezza delle spalle con i palmi rivolti in alto, in una muta quando esilarante implorazione agli dèi.
«Signore?»
«Lorian Artimagius, artefice, casato Cannith.»
«Lorian A…» La penna cadde di mano al ragazzo, mentre con occhi spalancati grandi come piatti fissava con orrore l’uomo davanti a lui.

Artimagius. Un nome maledetto in tutto il Khorvaire. Non vi erano state prove sufficienti per ratificare l’accusa, ma il sospetto gli era rimasto appiccicato addosso come una fastidiosa etichetta di carta cangiante attaccata con l’albumina a un vasetto.
«Qualche problema, giovanotto?» Lo appellò brusco, risentito.
Suo padre era scomparso nel nulla di quel buco nero che aveva risucchiato un’intera città nel Cyre, là dove tutto aveva avuto inizio, compreso il risveglio di Fender nella forgia della creazione. Poi era venuta la guerra, e avevano accusato suo padre di averla scatenata.
Serviva un capro espiatorio e l’unico grande assente degli artefici Cannith che all’epoca lavoravano in quella fucina nel Cyre era perfetto. Lui non lo aveva permesso e si era messo alla ricerca del padre. Non aveva mai abbandonato quella ricerca, anche gran parte dei suoi studi vertevano su quello, ma per ora non c’era nulla da fare. Finché non lo avesse trovato e portato davanti al Consiglio di Fortetrono per scagionarsi, quell’orrendo sospetto sarebbe sempre gravato sul nome della sua famiglia e sul casato Cannith.
Casato che aveva velocemente preso le distanze da loro, salvo poi tornare strisciando per cercare di imbrigliarlo nelle sue spire potenti e controllarlo quando gli era comparso il Marchio del Drago Superiore. Viscidi bastardi.
Scosse la testa amareggiato, pronto a proseguire per la sua strada nonostante le difficoltà: aveva rinnegato il casato, ma non avrebbe rinnegato il suo nome.
«Come cazzo hai detto che ti chiami?» La voce ruvida e tonante del capitano Jekis accompagnò la domanda sputata in faccia.
«Lorian Artimagius. Non è un nome difficile, lo conoscono tutti.»
«Già, fin troppo bene.» L’uomo strappò di mano il foglio allo scrivano e lo ridusse in brandelli. «Così bene che è meglio che tu, quel forgiato, non lo veda più nemmeno dipinto.»

Anat si era portata una mano alla fronte e chinò il capo rassegnata, scotendolo piano. Non è vero. Non può essere così idiota. Non ci credo., pensava sconsolata, ben sapendo che le sue orecchie avevano ben sentito ogni singola parola.
La tenzone verbale andò avanti tra i due parecchio, prima di giungere a una soluzione dettata più che dalla risolutezza del Cannith, dai suoi agganci politici sparsi un po’ ovunque. Come tutti loro, o quasi. Chissà se anche Fender ne aveva? Mah, ne dubitava, visto che era culo di latta e camicia con l’artefice.
Fortunatamente l’intervento del comandante delle guardie di Sharn, contattato da Lorian con un cristallo di comunicazione, mise fine alla diatriba.
I dati vennero di nuovo raccolti e mentre le guardie allontanavano i curiosi e raccoglievano i pezzi sparpagliati del rottame rimasto a terra, fu comunicato loro da un fremente capitano ruvido anche più dei suoi stessi calli dove avrebbero potuto recarsi per l’analisi. «Da domani.» Tenne a precisare acido, gratificando Lorian di uno sguardo di puro odio scintillante come la lama di cui ora stringeva nervosamente l’elsa.
Anat lo osservò andare via, pensierosa. Stava per chiedere di Sylvion quando, per una strana associazione a proposito delle lame che tanto il changeling prediligeva, le balenarono davanti agli occhi le immagini di una torre in fiamme che crollava, i compagni che uscivano correndo e bestemmiando, ombre scure sullo sfondo di fiamma, le Zanne d’Acciaio rubate al loro signore che ululavano gioiosi la loro nuova libertà.
Il Signore delle Lame era precipitato con la sua torre in un abisso infernale di fuoco dannato, dove era giusto che stesse. Allora perché quel ricordo?
All’improvviso seppe. Quasi sussultò.
E rincorse il capitano: doveva parlargli.

«Cosa facciamo, Lorian?» La voce cavernosa e metallica di Fender lo riportò con i piedi per terra. Aveva visto la morfica sussultare e poi rincorrere il militare come se avesse delle serpi sotto a quel vestito improvvisato fatto di seta a brandelli e di ricco velluto e si stava interrogando sui motivi di quella corsa, di quel colloquio distante da loro.
Focalizzò l’attenzione sul forgiato, notando come anche lui stesse osservando la compagna fumare il sigaro e parlare con quel Jekis. «Recuperiamo Sylvion e andiamo a casa.»
«Qui al piano alto?»
Dopo un attimo di riflessione, l’artefice fece di no con la testa, e disse calmo: «Ci terrebbero d’occhio quelli del casato. Meglio andare più in basso, al secondo livello.»
«Alla forgia?»
«Sylvion e Anat hanno preso una stanza da Pia, volendo potremmo andare là.»
«Da Pia? Un luogo meno infamante?»
«Hai ragione, meglio la forgia. Più discreta.»
«Sai dove hanno portato Sylvion?»
«No, ma presumo che basterà chiedere a una delle guardie dove sono stati portati i feriti.»
«E Anat?»
«Le faremo avere un messaggio.»
«Non è quello che intendo, pensavo lo sapessi.»
Lorian si strinse nelle spalle. «Quando vuole è un segugio e non si lascia scappare una preda. Quando avrà ottenuto quello che vuole ce lo dirà. Sempre che le interessi farlo.»
Annuì, il forgiato, distogliendo infine lo sguardo dalla morfica. Era capace di badare a sé stessa, non c’era ragione di essere preoccupato.
Ma lo era e la cosa non gli piaceva per niente.

«Capitano.» Lo chiamò lei con voce decisa e autoritaria, non appena furono abbastanza distanti dal resto del gruppo, ma non troppo.
Il vecchio armigero si voltò, inarcando un sopracciglio sorpreso nel riconoscere proprio quella sventola di morfica così succintamente vestita. «Dica.»
Lei lo guardò con quegli occhi leggermente obliqui, esotici, neri come il peccato, carichi di promesse inespresse e mai mantenute, imperscrutabili. Sorrise di sghembo e accennò al sigaro. «Mica ne hai uno per me?»
L’uomo portò la mano alla bisaccina in cintura, quella scarsella dove riponeva le sue cose più preziose e ne trasse un altro mezzo sigaro e glielo porse. Anat lo masticò da un lato, tranciandolo con i denti, assaporò il gusto corposo delle foglie di tabacco quindi sputò a terra. Si pose il sigaro tra i denti e sorrise con un una specie di ringhio muto.
Silente, Jekis prese la pietra nera e la lanciò. Presala al volo Anat si accese il sigaro, per poi renderla con un lancio altrettanto mirato mentre alzava la testa al cielo ed espirava una boccata di fumo azzurrognolo. «Ah, questa è l’unica cosa che mi manca dell’esercito. Un buon sigaro, acre, duro e che ti pesta i polmoni a dovere.»
Quando riabbassò lo sguardo, Jekis seppe.
Era lei.
Non aveva uniforme, eppure in quel momento riconobbe in tutto e per tutto il generale più famigerato e apprezzato di Cyre, quando era una nazione in guerra e non una distesa di rovine gementi e pericolose.
«Bei tempi quelli, eh, generale?»
Lei nicchiò con la testa, rispondendo diplomatica: «La guerra non è mai bella. Affascinante per la strategia, unica per le sue regole. Ma lascia dietro di sé troppa miseria e schifezza.»
«Parole sagge.»
Anat accennò al braccio segnato dell’uomo: «Tatuaggio ricordo del periodo?»
«Fronte sud-orientale.»
«Cazzo.»
«Già, una delle battaglie peggiori.»
Rimasero in silenzio per un po’ a fumare, a studiarsi. Alla fine, come da previsione, Jekis cedette per primo: «Cosa vuoi?»
«Parlare con te. Di una certa lattina da te nominata. Una con un sacco di lame.»
«Mmmm.»
Imperturbabile dietro la maschera rugosa, il capitano si chiese perché mai lei fosse così interessata al Signore delle Lame. Meglio starne lontani: aveva sentito dire cose innominabili su quello che faceva a uomini e animali che gli capitavano a tiro.
«Vorrei che mi spiegassi come mai pensi che sia ancora in attività.»
«E perché?»
«Perché io so, da fonte certa, che non lo è più da cinque anni.»
L’uomo spostò nervoso il mozzicone da un lato all’altro della bocca. Lo tolse ed esalò il fumo, per poi sputare a terra. «Fonte affidabile?»
«Al cento per cento.»
«E sarebbe?»
«Io.»
«Ah.»
Si studiarono impassibili, il rosseggiare delle braci l’unico segno che respiravano assaporando il fumo ed espirandolo in volute lente dalle narici. Poi lui sorrise, fu a malapena uno stirare di labbra tronfio. «Smonto tra due ore. Se pensi di sentirtela di uscire con un vecchio in una taverna dove non disdegnano di tirar le cuoia dentro a una rissa per la più futile delle minchiate, allora vieni al secondo livello, alla taverna del nano Spurius. Ti offrirò da bere volentieri e anche essere più vicino al terreno mi renderà di umore migliore.»
Anat accettò il rude invito con un cenno grazioso del capo e un sorriso misterioso sulle labbra. «Ci sarò.»
Non si salutarono, Jekis le voltò le spalle e si avviò nella stessa direzione in cui erano scomparsi i suoi uomini con il rottame del forgiato che aveva abbattuto. Uomo prevedibile, sembrava quasi impossibile che fosse riuscito a trattenersi dal farle una qualche battuta sciovinista. A meno che…
Jekis non riuscì più a trattenersi. Generale o meno, quella era una femmina. E che femmina. Dopo due passi si volse curioso a guardarla e fu sorpreso di vederla immobile, il sigaro a un lato della bocca, un sorriso saputo che le aleggiava sulle labbra.
«Ehi.»
«Dimmi.»
«Complimenti, comunque. Davvero. Hai proprio un gran bel paio di tette.»
Il sorriso di lei si accentuò, due passi si annullarono in un battito di ciglia, lei aspirò suadente una boccata dal sigaro, lo lasciò cadere a terra e gli soffiò il fumo in viso. «Allora gustati anche il lato B.»
La voce roca e bassa, erotica quasi, gli carezzò i sensi e rimase a guardarla ancheggiare leggera, non ostentata, mentre si allontanava in direzione del palco Cannith.
«Eh sì, ragazza. C’hai proprio anche un gran bel culo.»
Sorrise tra sé, sputando a terra, mentre tornava al suo dovere.

Sarebbe stato un incontro interessante.

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