RACCONTO: Fate of Eberron - 3


II – Raccolta differenziata






La folla gemente si riprese piano guardandosi attorno stordita, mentre lieve e silente una gondola solitaria si staccava da un bordo per prendere il largo e allontanarsi nell’oscurità della notte che avanza.
Stelle trapuntano il cielo come diamanti sul velluto blu scuro mentre la luce delle lanterne continuava a illuminare indifferente la piazza sconvolta.
Fender non aveva mai avuto idea di cosa fossero i sensi per le creature viventi propriamente dette, ma credette di capire in quel momento cosa intendeva dire Lorian quando si lamentava di avere caldo, mentre una voluta di fumo saliva lemme da lui che, investito in pieno dall’esplosione, aveva la placca stellare sulla schiena ancora incandescente. Un lieve sentore di legno si levò dal forgiato che ancora stringeva delicatamente forte lo scultore tra le braccia.
«Gra-grazie…»
Il sussurro dell’uomo attira l’attenzione del forgiato che abbassa il capo a fissare il minuscolo essere tra le sue enormi braccia di metallo. «Dovere, signore.»
Dovere, sì. Quella era una sua debolezza, rispondere ancora al dovere intrinseco che i creatori avevano instillato in lui e nei suoi pari: servire, combattere, proteggere. Gli uomini, i nani, gli elfi. I padroni.
Si era frapposto tra l’uomo e la torre di cristallo unicamente per dovere: proteggere gli uomini Cannith a qualunque costo. Lasciò la presa, aiutando lo scultore a reggersi sulle sue gambe, mentre il suo udito meccanico registrava distrattamente il vociare crescente e sempre più venato dal panico delle persone che, dapprima lente e poi via via sempre più veloci e preda del panico, cercavano una via di fuga.
Su quel vociare che abbassò di volume al livello di ronzio fastidioso, il forgiato sentì nitida la voce di Lorian urlare: «La gondola! Sta fuggendo!»

Lorian e Sylvion si rialzarono imprecando a mezza bocca contro la donna che li aveva scaraventati a terra un attimo prima dell’esplosione. Si resero conto subito di essersi salvati grazie alla prontezza di riflessi di Anat e dalla bassa balaustra di legno del palchetto che aveva fatto loro da scudo.
Quando i tre si rialzarono videro che sul palco Cannith gli altri presenti erano morti o feriti gravemente dalle schegge impazzite della torre esplosa. Loro tre erano gli unici illesi, a parte gli altri forgiati che avevano appena qualche scheggia di vetro conficcata nelle giunture lignee.
Non badarono loro, né si soffermarono con lo sguardo sugli altri palchi, tutta l’attenzione dei tre si concentrò sul palcoscenico e silenziosamente tirarono un sospiro di sollievo al vedere intatto Fender riporre a terra uno scultore chiaramente scosso, visto che rischiò di stramazzare a terra se il forgiato non l’avesse preso per le braccia in tempo.
La piazza era una fiumana di gente in preda al panico che fuggiva per ogni dove, calpestando cadaveri uccisi dall’esplosione, feriti dilaniati dai vetri volanti, illesi caduti a terra e incapaci di rialzarsi.
Le guardie intervennero con forza per cercare di frenare il panico e il vociare della gente risuonava nelle orecchie di Anat come una cacofonia d’orchestra prima di un concerto, come rombo di tuono prima di una battaglia. Sylvion scorse un movimento anomalo e lo indicò: «Laggiù! Cos’è?»
Lorian non perse tempo: scavalcò la balaustra del palco precipitandosi nella piazza e iniziò a correre alla volta del palco, da dove si stava staccando un’imbarcazione volante. «La gondola! Sta fuggendo!»
Sylvion e Anat reagirono prontamente, scattando a loro volta. Sylvion scivolò tra la gente che correva all’impazzata con la sua naturale abilità estraendo dagli stivali due lunghe lame che le guardie non avevano gli avevano confiscato all’ingresso in città, mentre Anat spiccava balzi ruggendo così che – nonostante il panico – nessuno osò frapporsi tra lei e la sua meta. Passando accanto al palco Kundarak agguantò un drappo ornamentale tenuto teso da una pesante boccia in argento massiccio e lo strappò via con vigore senza mai rallentare la sua corsa.
Lorian, giunto al bordo del palco, si concentrò a raccogliere la magia e quando sentì il marchio del drago scottargli sulla spalla posò a terra una mano mormorando vaghe parole indistinte e focalizzando nella sua mente il suo obiettivo. Scivolò lesto sopra di lui Sylvion, lanciato nella corsa all’inseguimento impossibile di un mezzo che stava allontanandosi inesorabilmente. Di lì a poco il mezzelfo gondoliere, padrone delle arti magiche del volo, avrebbe dato vita alla sua migliore performance per portare via da lì quella figura incappucciata che si era voltata appena a guardare lo scompiglio nella piazza.
Accanto a Sylvion sibilò qualcosa superandolo con una coda viola, oro e argento, sotto di lui si formò uno spuntone di roccia che andò a formare una lunga banchina.
Il sibilo era di una pesante palla in argento legata a un drappo viola finemente ricamato che andò mirabilmente ad agganciarsi al timone di quel guscio di noce svolazzante mentre la banchina di solida roccia ne speronava un fianco, sbalzandola di lato e facendo cadere all’esterno il gondoliere.
L’urlo disperato dell’uomo si perse nel vuoto che lo inghiottì, sovrastato da mille e altre urla: del dolore e dell’agonia, del terrore e della follia che liberi serpeggiavano per la piazza alle spalle dei quattro, contenuti e pacificati a fatica dai pesanti randelli delle guardie e dagli scudi di queste che cozzavano contro le persone in fuga disordinata, consentendo a pochi per volta di defluire nelle strade che si allontanavano.
Fender non rimase a guardare: dopo una lieve spinta allo scultore verso l’impossibile sicurezza della piazza, come vide l’azione dei tre amici si pose al fianco di Lorian e agguantò la tela di spesso velluto per aiutare Anat che stava scivolando sul terreno, trascinata verso il vuoto, soverchiata dalla forza traente del mezzo, ora senza più alcuno a guidarlo.
Lo strattone potente del forgiato portò verso di loro la gondola che andò a cozzare, spezzandosi, nello spigolo negativo creato dalla nuova banchina di pietra che già aveva aperto una falla sullo scafo. Sylvion si ritrovò spiazzato e si spalmò violentemente contro il fianco della barca, colando a terra sul palcoscenico, appena prima di precipitare nel vuoto. Lesto rotolò di lato, ginocchio e piede a terra pronto a scattare alle spalle dell’unico sopravvissuto che piombò di fronte a Lorian e Fender con un balzo sovrumano.
Mani di metallo luccicante si sollevarono teatrali a togliere il mantello che ne copriva la figura, rivelando acciaio, adamantio, legno e fibre intrecciate. Un forgiato.
No, non può essere. È troppo piccolo, pensarono i quattro amici, guardando la figura stagliarsi contro il nero del nulla. Una donna?, si chiesero poi, quando ne videro le fattezze decisamente femminee.
Occhi rossi come tizzoni ardenti si posarono sull’artefice. «Provate a fermarmi.»
Errata corrige, ragazza: non una donna, una lattina. E della peggior specie.
La sfida riverberò verso di loro in un’eco metallica che non diede tempo a nessuno di reagire. Lorian si bloccò.
Anat sbuffò infastidita, lamentandosi: «Ma possibile che passino per la raccolta differenziata sempre quando sono senza armi?»
«Vedi di non lamentarti, anche senza armi non sei per niente indifesa.» La voce roboante che poteva sembrare divertita dal gorgogliare di gola non era umana. Anat sorrise. Fender aveva ragione. Le unghie iniziarono ad allungarsi, le dita a ricoprirsi di pelo che raggiunse i polsi come pennellate rossastre sulla pelle chiara, mentre il generale cominciava a studiare una strategia d’attacco.
Non ne ebbe il tempo.


I forgiati, miei fratelli. Il pensiero lo attraversò con la velocità del fulmine e lo paralizzò sul posto.
Lo diceva spesso e spesso quel suo modo di approcciarsi a quelle macchine che non erano solo macchine gli era valsa la possibilità di disattivarli senza colpo ferire o di convertirli a una non coscienza di sé, comunque a rapportarsi con loro in modo facilitato. Non poteva attaccare. Si sarebbe difeso, se fosse stato necessario, ma lui non avrebbe attaccato. Anche se era un forgiato, e la cosa era evidente nonostante le dimensioni più piccole rispetto a quelli di classe astrocarrier come Fender, e proprio in virtù della sua natura, lui non riusciva a concepire l’idea di distruggerlo. Colse con un colpo d’occhio la maestria costruttiva, la mirabile miniaturizzazione che doveva esser stata raggiunta sugli ingranaggi per rimpicciolirli a quei livelli pur mantenendo tutte le caratteristiche di robustezza e di mobilità degli arti. Era un capolavoro, gli sarebbe piaciuto analizzarlo. Molto. Quindi non poteva distruggerlo, assolutamente. Ma se lo avesse attaccato? No, non doveva farlo ugualmente. Difendersi sì, distruggerlo no. Semplicemente, non poteva. Non così. Non…
Lorian si risvegliò dal suo stato di trance schiacciato dal peso di Anat che, senza tanti complimenti, lo aveva usato come trampolino.

Non era il caso di mettersi a filosofeggiare sulla natura dei forgiati, Anat lo capì immediatamente quando vide le lame scattare fuori dai polsi di quella lattina, mentre Lorian sembrava imbambolato.
Fender comprendeva meglio di chiunque altro i sentimenti contrastanti di Lorian, ma l’attacco fu immediato, non ci fu tempo per pensare, solo per agire. Si frappose fra le lame di adamantio che calavano letali e il corpo dell’artefice imbambolato.
Lattina. Buona solo per la raccolta differenziata, diceva sempre Anat. Suo malgrado, in quel momento dovette darle ragione.
Al vedere le lame scendere per mietere il sangue la morfica sentì ribollire il proprio, di sangue. Mille e più visioni di morte che i forgiati avevano dispensato sotto i suoi occhi tornarono, sovrapponendosi l’una all’altra. Un forgiato stava di nuovo attaccando un uomo.
Un suo uomo.
Il suo amico.
NO!

Fender reagì e basta, non vi era altro da fare. Si chinò e parò Lorian, la vittima designata di quell’attacco, con il proprio corpo. Adamantio contro stelle, stridore di metallo su metallo, gemito di legno che si piega, lamento funebre di lame mortali che mancano il bersaglio.
Non poteva sentire dolore e la cosa fu la sua unica consolazione percependo la lama affondata nella giuntura della spalla che quasi gli costò il braccio sinistro. Un po’ più a destra e avrebbe reciso cannule idrauliche e fibre ritorte che controllavano il movimento. Fender fece per afferrarla, ma un pestare sulla testa lo distrasse.

Ripresosi dalla botta dell’impatto, Sylvion desistette dall’attaccare, preferendo muoversi silenziosamente tra le ombre incerte di quel baratro così pericolosamente vicino e che già aveva esatto il suo tributo di sangue. Si portò alle spalle del forgiato e si dispose pronto a far danzare le lame che stringeva in pugno come solo lui sapeva fare. Il ringhio furente e un’ombra saettante gli fecero alzare gli occhi al cielo a guardare cosa l’avesse causata, con tutta quella luce. La veste di seta svolazzante si aprì a campana nel salto e lui vide chiaramente la metamorfosi del lupo avvenire un attimo prima di piombare addosso alla sua preda.
«Detesto quando fa così.» Disse solo a sé stesso, per poi muoversi a sua volta. Dopotutto, Anat era sempre un ottimo diversivo.

Nulla rimase di lei come coscienza. Il Lupo delle Lande uscì allo scoperto, la Signora delle Zanne d’Acciaio eruppe brutale e feroce, l’ira bruciante lava incandescente che scorreva nelle vene, pompata dal cuore a obnubilare completamente il raziocinio.
Corse e saltò, scattò con un ringhio di pura furia cieca, scattò donna e atterrò stirpe mannara, un lupo in forma umanoide, il viso distorto dalla sua natura coperto di peli solo da una lieve stria lungo la mascella, rossa come i capelli che sembravano irti e selvaggi nonostante fossero raccolti sulla sommità del capo da un ampio nastro di seta. Le lunghe orecchie a punta si protendevano verso l’alto, i lobi da cui pendevano i preziosi orecchini di smeraldo scomparsi, mentre gli orecchini erano ancora paradossalmente al loro posto, così come la collana e il bracciale coordinati.
«Maledetta lattina!!!» Un ululato più che un urlo, la belva si era scatenata.
Un passo sulla schiena di Lorien, il secondo sulla testa di Fender, non importava, serviva allo scopo, al suo slancio verso l’alto.
«Sei buona solo da schiacciare!!» Con quell’ululato feroce calò su di lui con artigli affilati come lame, una danza mortale, un suicidio garantito contro l’adamantio di cui era fatto il forgiato sconosciuto. Non fu così. Fu una danza senza tempo, un muoversi aggraziato e atletico che portò la morfica a infilarsi con precisione millimetrica tra le braccia del forgiato.
Le lame tagliarono l’unica cosa a disposizione per esser tagliata: la veste di seta di aprì in più parti nello scomposto movimento di inutile difesa della preda senza scampo, che attacca per salvarsi la vita.
Gli artigli affondarono nell’unico punto debole di qualunque forgiato: il collo. Legno e fibre, cannule e manicotti vennero lacerati dagli artigli del Lupo delle Lande.
Una sostanza oleosa dall’odore acre e intenso sgorgò a fiotti, l’impeto dell’attacco dall’alto inchiodò a terra il forgiato, facendolo crollare in ginocchio. Le giunture delle ginocchia si spezzarono sotto tutto il peso, per quanto esile, della morfica, costrette a disarticolarsi quando le spalle metalliche cozzarono con la pietra con un tonfo prepotente.

Una lattina schiacciata. Nel vero senso del termine, non c’è che dire.
Fu questo l’ultimo pensiero di Sylvion, balzato a sua volta contro il forgiato pronto a scatenare la danza delle lame per cui era tanto famoso e temuto, per dare il colpo di grazia a quella creatura infernale. Ma ancora una volta il fato aveva decretato per lui altro: la sostanza viscosa si allargò sotto i suoi piedi, facendolo scivolare. L’affondo sibilò sopra la testa di Anat e poi, sbilanciato, crollò contro la lama che il forgiato agitò verso la morfica in modo scomposto, in un ultimo disperato tentativo di salvarsi. La ragazza si era prontamente ritratta e la lama aveva investito in pieno il changeling, squarciandogli il petto da spalla a spalla, spazzandolo via.
Sylvion crollò a terra in una pozza di sangue e maledì la cattiva sorte che quella sera sembrava perseguitarlo.

Sangue.
Sangue di un amico.
Seduta sul ventre freddo e sterile del forgiato, le ginocchia a terra a stringerlo in una presa ferrea, Anat digrignò i denti e affondò di nuovo gli artigli sul collo con ferocia inusitata, suo unico intento staccare la testa del nemico dal corpo, l’unico modo che lei conosceva per disattivarlo.
Per ucciderlo, avrebbe detto Fender. Per distruggerlo, avrebbe replicato lei.
«Anat! Nooo! Lo dobbiamo interrogare!»
L’invocazione di Lorian, finalmente sveglio, nemmeno scalfì la superficie della sua ira. I gesti frenetici di Sylvion che le indicava di fermarsi passarono inosservati, oscurati dal rosso drappo della furia. Nessuno dei due si azzardò ad avvicinarsi: Anat in quelle condizioni era letale per chiunque. Chiunque tranne…
La morfica dilaniò fibre, strappò altre cannule. Altro liquido oleoso le sporcò le mani, le imbrattò i resti della veste. Ancora una volta la lama si mosse scomposta contro di lei, aprendo uno squarcio nella seta leggera appena sotto al seno.
Ancora, gli artigli si mossero per sbrindellare, distruggere, annientare e fare a pezzi la creatura.
Fender si mosse atletico per la sua mole enorme e agguantò la morfica da dietro, serrandola in un abbraccio freddo, determinato, tuttavia gentile. Tolta a forza dalla sua preda, Anat iniziò a scalciare e inveire contro di lui, contro il suo costruttore – “quel maledetto figlio di una cagna Cannith”, contro le lattine in generale; appellò il forgiato che la tratteneva a traditore e finì ricoprendolo di insulti. Con le braccia bloccate lungo i fianchi dalla presa salda di Fender, non poteva fare altro, dal momento che i suoi piedi erano ben distanti da terra e tutto il suo scalciare era utile solo per dare un ritmo sconclusionato ai tonfi dei suoi piedi coperti da morbide babbucce di pelle contro il metallo delle gambe di quella che definì una “Stramaledetta testa di latta piena di aria fritta!!”

Lorian si alzò, occhi neri fissi in lampade fiammeggianti che stavano andando spegnendosi, ma come tentò un passò il forgiato a terra, anche se semidistrutto, con l’ultimo olio idraulico che gli rimaneva in corpo attivò lo sgancio rapido con spinta a reazione. Il pugno serrato, allungato e anticipato dalla lama estratta volò nella direzione dell’artefice e Fender fu abile a mollare Anat per intercettare il colpo volante e riagguantarla per i capelli quando lei, finalmente libera, si avventò – o, meglio, tentò di farlo – contro quello che per lei era il nemico, la sua preda.
L’artefice si avvicinò al forgiato che li aveva attaccati guardandolo mesto. Che spreco…, pensò rammaricato nel vedere lo scempio che Anat aveva fatto.
«Che si fa?»
La voce sofferente del changeling lo raggiunse e Lorian lo degnò di uno sguardo distratto, tornando poi a osservare i resti di quella creatura ai suoi occhi magnifica. Comprendeva benissimo che non avrebbe dovuto provare quei sentimenti, però… era un artefice, bontà divina, non poteva non provarli!
«Dobbiamo farlo sparire in fretta, portarlo al mio laboratorio per analizzarlo. Magari lo si può ancora riparare…»
Sylvion si guardò la mano imbrattata di sangue. «Anche io avrei bisogno di un’aggiustatina…»
Il sospiro accompagnò la sua lenta discesa nell’oblio e Lorian lo agguantò appena in tempo. «Cerca di stare sveglio! Stai perdendo un mucchio di sangue.»
«Ma non mi dire…»
L’artefice si guardò attorno frenetico per vedere se vi erano dei mastri Jorasko, medici sopraffini lì nel Khorvaire. Non ne vide, probabilmente anche per via della loro minuscola taglia: gli halfling non raggiungevano il metro di altezza, nel caos ora organizzato della piazza in tumulto era pressoché impossibile scorgerli. Cosa che invece non si poteva dire del capitano e delle cinque guardie che, svettanti, stavano arrivando a passo di marcia.
«Merda.»
«Cosa succede ancora?» La voce di Sylvion era debole e allarmata.
«Le guardie.»
Il changeling sogghignò stancamente, aggiungendo: «Non possiamo dire di aver fatto le cose in silenzio…»
«No, proprio no. Con Anat è impossibile.»
«Ah beh, certo, una banchina di pietra che si allunga nel vuoto invece non la si nota.»
«Mpf. Lei fa sempre più casino.»
I due si voltarono a guardare l’inviperita Anat vomitare addosso a un imperturbabile Fender una sfilza di insulti che, alla lunga, si chiesero dove avesse potuto impararli tutti.
Sylvion cominciò a ridere, quindi tossì, gemendo infine per le fitte lancinanti al petto.
«Smettila, farai peggio. Appena vedo un Jorasko ti sistemiamo.»
«Mi domandavo una cosa.»
«Eh?»
«Da dove cazzo li tira fuori tutti quegli insulti?»

Ridacchiarono tutti e due, l’artefice e il changeling da lui sorretto, attendendo l’inevitabile scontro con la guardia cittadina.

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