RACCONTI: Il Fuoco di Vesta - cap. 9

Attenzione: parte della trama, riferita alla vita di uno dei cinque Sopravvissuti, potrebbe non appartenere alla linea temporale definitiva.


«Domina, svegliatevi...»
«Mph...»
«Domina, c'è un messaggero, è urgente...»
Giulia Varrone Seconda aprì faticosamente gli occhi. Fuori era ancora buio, non c'erano lame di luce dalle finestre a segnalare l'alba. Solo la fiamma di una lucerna ad olio che sembrava marchiarle a fuoco le pupille.
«Digli di tornare domani mattina.» rispose secca, e si girò dall'altra parte. Dannazione, aveva dormito pochissimo, e tutto per tradurre un maledetto rotolo assiro...
«Domina...»
«Etia, mi sembrava di averti detto...» la schiava riconobbe quel tono di voce e deglutì.
«Domina, mi ha mostrato il sigillo, è un messaggio dell'imperator. Dice che non può aspettare domani.»
No, certo che non può. Imprecando in una notevole quantità di lingue - vive e morte - la sacerdotessa tirò da parte lenzuola e coperte e infilò la tunica che la schiava le porgeva. Almeno non doveva più portare quell'accidenti di parrucca bionda come ai tempi di Diocleziano...morire e tornare, ogni tanto, era decisamente un sollievo. Acconciata e vestita alla bell'e meglio, fece il suo ingresso nell'atrium.
In quel momento Iunia, l'ignara addetta alle cucine, stava correndo intorno al peristilium, cercando di tenersi alla larga da un mendicante coperto di stracci il cui lezzo stava appestando tutto quel lato della casa.
La schiava spalancò gli occhi quando vide la sua padrona, di solito così schizzinosa, pararsi davanti a quel relitto ad un palmo di distanza, le mani sui fianchi e l'espressione di chi è stato svegliato per un'inezia. Quando era di quell'umore, loro se ne stavano alla larga, fermi e zitti.

«Dunque?»

Il mendicante sogghignò. Iunia vide una mano lorda di sudiciume emergere dalle stoffe consunte, seguita da un braccio muscoloso e abbronzato da fare invidia a un gladiatore...e si ritrovò a fissare la domina che ricambiava lo sguardo con un sopracciglio elegantemente alzato sugli occhi verdi.
Dopo che la schiava se ne fu filata via come se avesse tutte le Furie dell'Averno alle calcagna, Giulia si risolse a prendere il brandello di papiro che il finto mendicante le andava porgendo. Ruppe il sigillo personale di Costantino e lo riaprì con la furia appena trattenuta di chi ha passato troppe notti a svegliarsi di soprassalto per l'uno o per l'altro motivo.
Ma quando lesse, il fastidio svanì all'istante, lasciandole dentro solo un vuoto gelido e un senso di vertigine.

Il Palladio è stato ritrovato al Tempio di Vesta. Abbiamo bisogno di te per essere sicuri che sia quello vero.
Ti aspetto all'alba.
Costantino.

L'imperator non usava mai tre parole, quando poteva usarne due.

«Domina, avete una risposta?»

La donna lo fissò senza capire, poi in qualche modo le sue parole trovarono un senso.

«Manderò una risposta con il mio corriere personale. Grazie.»

Il messaggero fece un inchino e si allontanò verso le fauces. Il rumore del portone che si chiudeva, e poi il silenzio.
Giulia rimase immobile. Il freddo della notte non poteva fare presa, ne' su di lei, ne' sui ricordi, ne' sui ragionamenti furiosi dentro il suo cuore e la sua anima.
Quella volta, nella tenda a Margus, aveva urlato e pianto, si era graffiata il viso come per la morte di un parente...lo aveva fatto per Celia Concordia, che conosceva e stimava, lo aveva fatto per lei e le altre vestali, il cui dolore si era riversato in lei per consentirle, forse, di dare a Diocleziano la notizia del sacrilegio per poterle vendicare.
Piangere per la perdita del Palladio? Mai. Mai.
Strinse i denti. Non sapeva come se ne fosse impossessato Enea, e credeva solo in parte alla versione romanzata che si era tramandata nei secoli...e che la gens Iulia aveva manipolato per scopi più che conosciuti. Si ricordava soltanto del momento in cui lo aveva rivisto, nella capanna rotonda eretta da Numa Pompilio, con Egeria che misericordiosamente non aveva detto una sola parola quando lei si era voltata ed era uscita di corsa non solo dal tempio, ma dalla città.
Aveva messo piede a Roma solo anni più tardi, quando Vesta ebbe un tempio in pietra e fu proibita la vista del Palladio a chiunque non fosse una vestale. Sollievo. Sollievo, vergogna, codardia.
E dal massacro delle vestali, aveva percepito la presenza del talismano con più potenza del solito, come le persone comuni sentono l'odore di un arrosto o il dolore di un dente cariato, come se, non più racchiuso dalle mura protettive del tempio della Dea delle Fiamme, la statua la stesse cercando.
Sapeva benissimo dove si trovava, l'aveva sempre saputo. Celia e le altre l'avevano sotterrata, avvolgendola in panni di seta e lana e infilandola dentro una giara sigillata con la cera. Sotterrata accanto alle radici dell'albero dove appendevano le chiome delle novizie, che per qualche miracolo non si era disseccato.
Aveva sempre saputo, ma non aveva mai parlato. Fosse stato per lei, quella statua l'avrebbe distrutta con le sue mani. Meglio persa di nuovo, per lei e per il mondo.
E ora era in trappola. Maledetto Costantino! E maledetta lei, che gli aveva mostrato nei suoi ricordi il saccheggio di Ilio, che gli aveva fatto sapere che lei era l'unica rimasta al mondo a sapere qual'era il vero aspetto della statua!
Si lasciò cadere su una delle panche che circondavano l'impluvium. In trappola e sola. Shalant era sparita per uno dei suoi vagabondaggi. Omar era in Iberia in missione segreta, Dinocrate in Britannia ed Elios a Khem con la gatta.
Purtroppo, sapeva esattamente cosa gli avrebbe consigliato ciascuno di loro.
Vivere una, cento, mille vite aveva molti effetti collaterali...ad esempio, il fatto che le proprie ombre, prima o poi, andassero affrontate.


Giusto per farsi beffe del suo umore, l'alba era radiosa e frizzante. Si era acconciata i capelli da sola, senza svegliare l'ornatrix, si era infilata una tunica e una palla color zafferano e aveva svegliato i suoi addetti alla portantina. Che non avevano neanche borbottato, abituati com'erano alle levatacce notturne della loro padrona.
Alle luci del sole nascente, il marmo bianco del tempio di Vesta splendeva. Giulia lo vide appena, troppo impegnata a guardarsi i sandali...ogni passo un gradino, ogni gradino la tentazione di girarsi e andarsene.
«Ave,Giulia.»
Troppo tardi.
«Ave, imperator.»
Gli occhi chiarissimi di Costantino, travestito da semplice legionario, la fissarono con una strana nota preoccupata.
«Tutto bene, domina?»
Ipocrita. Prima mi butti giù dal letto per un compito che non voglio svolgere e poi mi chiedi anche se sto bene. Se tu non fossi l'imperatore ti avrei rivoltato la faccia a suon di schiaffi.Si sforzò di mantenere un'espressione neutra.
«Vieni, Giulia. Ci aspettano all'ingresso laterale.»

La guardia del corpo di Costantino - un immunes della Legio M Ultima - rimase dall'altro lato della piccola porta delle cucine.
Ad aspettarli, in quell'antro caldo, domina Valeria. Era chiaro che anche la vestale aveva passato una notte insonne, ma il suo volto era raggiante, cosa che sprofondò Giulia ancora di più nel suo umore assassino.
«Ave, mio imperator...» la sacerdotessa dalle vesti candide si bloccò di colpo, riconoscendo la figura della divinatrix personale di Costantino.
«Domina Giulia...ma, imperator, lei non può...»
«Lei può, invece. Lei deve
Con quella sentenza definitiva anche l'ultima speranza di andarsene - quella di potersi avvalere dell'antica legge per cui solo le vestali potevano entrare nell'atrium Vestae se non nelle feste stabilite - spariva.
La vestale chinò il capo - chiaramente seccata dall'interferenza - e, presa una lucerna, li invitò a seguirla.
Ad attenderli nel cortile c'erano tutte le altre vestali, schierate come legionari all'appello, in rigoroso ordine di età e di servizio. Giulia riconobbe tra le più piccole la figlia di Elios e della gatta, rimanendo sgomenta come ogni volta al vedere i tratti dei due mescolarsi su quel visetto sorridente. Le altre novizie probabilmente non capivano più di tanto cosa stava succedendo, o forse erano ancora troppo addormentate per farlo...ma l'istinto affinato negli anni suggerì alla divinatrix che, per quanto piccola, Selene c'entrava qualcosa. Si costrinse a rispondere al suo saluto con un cenno del capo, combattendo tra l'impulso di fermarsi a chiacchierare con lei per ritardare il momento fatidico e tra quello che la portava sempre e comunque a distanza da tutto ciò che riguardava Bastet.
Ah, se se lo ricordava...

Il porto di Ostia, la nave che riportava Diocleziano a Roma, l'imperator che scende dalla passerella e dietro di lui...Elios.
Si era lanciata in avanti per accoglierlo con un abbraccio, e si era fermata di colpo quando lo aveva visto voltarsi per aiutare qualcuno a scendere.
Una donna.
Non una donna qualsiasi.
Una piccola egiziana dalla pelle ambrata e dagli occhi grigio-azzurri, come i gatti mau.
Furia ribollente in ogni fibra del suo corpo. Si era parata davanti a lei, senza neanche salutarlo, sibilando furibonda «Allora? Anche stavolta te ne andrai, lasciandolo solo a raccattare i pezzi della sua vita e del suo cuore infranto?»
Si era aspettata di tutto, tranne quella risposta sommessa.
«Anche volendo, adesso come adesso non potrei andarmene lontano.»
E un improvviso colpo di vento aveva fatto scivolare lo scialle dal corpo dell'egiziana, rivelando un enorme e inconfondibile pancione.


Persa - o per meglio dire, rifugiata - in quei ricordi,quasi non si avvide di Hortia che, con un cenno del capo, la invitava ad attraversare le porte del tempio.
In qualche modo, forse con la rabbia o il ricordo di tutte le vite passate insieme, il pensiero di Elios le aveva dato un po' di forza. Giulia spinse i pesanti battenti di bronzo, ed entrò.
Il tempio era illuminato quasi a giorno dalle torce e dal grande braciere. La sacerdotessa avanzò piano fino ad esso, poi meccanicamente si girò fino a fronteggiare la nicchia segreta.
Che ora era aperta.
Che ora non era più vuota.
Ma in quel momento in cui posò lo sguardo su quegli occhi di legno, Giulia non fu più lì nel tempio. Non era più neanche a Roma, e non era neanche Giulia.
Era in una città dalle mura imponenti, e quella città stava bruciando.


Gli achei sciamavano per le strade strette, uccidendo, stuprando, saccheggiando il più possibile, ebbri del trionfo dopo i lunghi mesi d'assedio. Lei, xiphos1 in una mano e pugnale nell'altra, chiudeva la lunga fila delle donne della reggia di Priamo, l'unica tra loro che sapesse come si regge una spada in mano senza farla cadere.
Ora stavano tutte correndo verso il tempio di Atena, l'edificio più alto della città, l'unica zona che ancora non era illuminata dalle fiamme degli incendi. Lì dentro sarebbero state al sicuro, i sacerdoti le avrebbero tenute al riparo dentro la zona sacra finché non avessero potuto comprare un salvacondotto con i gioielli che si portavano addosso. Se solo Elena fosse venuta con loro, invece di restare con Priamo ed Ecuba...almeno avrebbero avuto una merce di scambio più valida.
Si sentì vagamente al sicuro quando la pesante sbarra di legno chiuse le porte di bronzo del cortile. Non vista, scivolò dentro al tempio, silenzioso, al riparo dal rumore della guerra e dal puzzo della morte.
Le lampade a olio illuminavano dolcemente il piccolo sacrario, che ospitava il talismano più sacro di Ilio.
L'immagine della dea era antica, probabilmente persino più antica di
lei. Era scolpita nel legno d'ulivo, sacro alla Vergine, e tanti secoli l'avevano scurita e resa lucida. Sulle mani sollevate dell'effigie scultori più recenti avevano aggiunto una lancia e un fuso, entrambe d'avorio e oro finemente lavorato. Gli occhi erano d'avorio e turchese, adatti alla la dea-dagli-occhi-di-cielo.
Esausta e finalmente in pace dopo mesi e mesi di guerra, si era quasi accasciata accanto al piedistallo. Aveva solo bisogno di dormire, dormire...
Fu risvegliata da grida atroci. Grida di donne terrorizzate, grida vicine.
Come hanno fatto gli achei a entrare? si chiese angosciata, tirandosi su. La risposta le venne letteralmente scagliata addosso: uno degli achei si era stagliato sulla porta e aveva gettato dentro la testa di uno dei sacerdoti.
«Dea, porto il tuo servo traditore» sputò il guerriero, togliendosi l'elmo e rivelando un volto reso mostruoso dalla follia e dalla furia. Quando la vide, sorrise, grottesco.
Si era sollevata in posizione di guardia, attenta ad ogni movimento.
«Sei in un luogo sacro. La Dea non avrà pietà di te, se oserai farmi del male.»
«Fotterò te e anche la tua dea.»
L'oscenità l'aveva scandalizzata, al punto che all'acheo bastò quell'attimo di esitazione per lanciare l'elmo con violenza. Lei aveva sentito la testa esploderle come se gliel'avessero aperta con un'ascia bipenne, poi altro dolore quando i gradini dell'altare avevano incontrato il suo corpo in caduta libera.
Altro che usare i suoi poteri. Stordita, era solo riuscita a lottare un po' prima di scivolare nell'incoscienza.
Dea, aiutami! aveva urlato il suo spirito, ma l'ultima cosa che aveva visto prima di entrare nella tenebra mentre Aiace le strappava le vesti furono gli occhi della statua. Che abbassarono le palpebre di legno, per non vederla stuprata.

Allora era allora. Adesso è adesso.
«Cassandra, bambina mia...»
Aveva servito gli dei. Era stata loro messaggera, a volte consapevole, a volte semplicemente si
impossessavano senza riguardo del suo corpo. Cosa ne sapevano, loro, di quello che si lasciavano dietro?
«Adesso mi parli, Signora? Mi parli, eppure non osi neanche guardarmi.»
Anni, decenni, secoli di amarezza e rabbia colavano dalle sue parole come lava rovente. Non sapeva cosa avrebbero pensato di lei le vestali e Costantino, non gliene importava.
«É vero. Non osavo.»
Quella risposta la lasciò spiazzata, ma continuò.
«Non hai fatto niente per difendermi, niente! Avresti potuto...avresti...»
«Neanche io posso disfare gli intrecci delle Moire, figlia mia. Neanche il Padre Celeste può farlo, nessuno può.»
«Allora a cosa servite, voi dei, A COSA? AIACE MI HA STUPRATA NEL TUO TEMPIO! AGAMENNONE MI HA FATTO DESIDERARE DI ESSERE MORTA CENTO VOLTE!!»
La voce della Dea continuò, pacata, ma c'era una nota di dolore dentro. Una nota di dolore persino più antico e terribile del suo.
«Cosa avremmo fatto, senza la tua rabbia, senza il tuo dolore? Saresti riuscita a uccidere la Tigre? Saresti riuscita a risollevare i tuoi compagni quando cadevano, mille e mille volte? E tutte le ragazze che hai aiutato...te le ricordi? Avevano il tuo stesso sguardo, quando uscisti dalle Porte Scee...»
Alagahnia, in quel villaggio fuori Babilonia. Aveva quegli occhi enormi, pieni di lacrime.
La vecchia Sciri, su al nord. Non pensi mai che possano fare qualcosa del genere a una che potesse essere tua nonna, invece...
Delilah ad Aelia Capitolina. La venditrice di focacce. Quella ragazzina che si prostituiva ai marinai...quante erano? Quante erano state? Eppure erano tutte lì, a premere contro la sua memoria con mai polverose, sanguinanti, bagnate di pianto...
«Magari hai dato loro solo un sorriso. Ad alcune hai dato una casa e una nuova vita. Ma tutte loro, quando ti hanno guardato negli occhi, hanno visto dentro di te, hanno capito che non era finita per loro, che potevano rinascere, potevano sopravvivere e diventare più forti. Hanno insegnato alle loro figlie e alle figlie delle loro figlie. La tua rabbia le ha nutrite e le ha salvate. Ma era necessario che odiassi qualcuno...e ho preferito che odiassi me invece che rivolgere il tuo rancore verso te stessa e verso coloro che amavi.»
A questo punto forse qualcuno avrebbe chiesto - urlando - se per gli dei loro erano solo semplici strumenti, ma sarebbe stata una domanda retorica per Giulia Varrone Seconda, alias Cassandra di Troia, alias...una miriade di altre donne dagli occhi verdi, le cui storie erano numerose come i fuochi da campo di un esercito: tutti, dall'ultimo filo d'erba alla montagna, dall'imperator all'ultimo dei porcari, lo erano. Solo che qualcuno lo era più di altri. Loro cinque, per esempio. E la piccola Selene. E magari anche la gatta, anche se sarebbe stato decisamente comico...se non fosse stata prossima ad un crollo nervoso, se non avesse eretto tutte le sue difese mentali per far fronte al dolore e all'amore che sentiva nella voce della Dea, Giulia avrebbe riso.

«Allora perché» un'ultima domanda, solo un'ultima domanda e poi me ne vado... «perchè, in tutti questi anni, non mi hai mai parlato?»
L'ultima volta che aveva sentito quella voce, le mura di Ilio erano ancora intatte. Aveva sentito le voci di tutti gli dei del mondo, ma quella voce, quella era rimasta soltanto nei suoi ricordi.
«Perché, nonostante tutto, il dolore che vi diamo ci fa male. Possiamo farlo per il bene di tutto il mondo e di tutti i mondi, ma ci fa male. E anche noi dei abbiamo bisogno di perdono...»


Durante tutto quel tempo, la divinatrix era stata ferma e in silenzio di fronte all'antica statua. L'unico movimento della donna era stato un muoversi convulso delle dita delle mani, sembrava volesse spezzare il collo a qualcuno da un momento all'altro. Hortia era perplessa, ma finché Costantino rimaneva lì a guardare quella scena, accigliato ma attento, non poteva fare niente.
Dopo l'accensione del fuoco sacro della sera prima, credeva veramente che la vita non potesse più stupirla. Si dovette ricredere, quando vide le palpebre della statua, chiuse per quella vecchia leggenda, aprirsi, rivelando due splendidi occhi azzurri come il cielo d'estate. Si aprirono completamente, e a quel punto Giulia Varrone Seconda scoppiò in lacrime e cadde in ginocchio, abbracciando il Palladio.
Di tutti i miracoli che successero in quei giorni, fu quella la scena che Hortia, Costantino e la piccola Selene si ricordarono in seguito: quelle lacrime che sgorgavano come un fiume in piena, e la donna che stringeva la statua della Dea come una madre abbraccia la figlia appena ritrovata.
O forse era il contrario?

...continua...


Note:
1 - Xiphos: spada usata dalle forze di fanteria della Grecia antica
Nota all'ultima immagine: quella raffigurata è la famosa Dea dei Serpenti cretese conservata al museo di Heraklion. Tutte le immagini attuali del Palladio lo raffigurano simile all'Athena Parthenos di Fidia, ma vista l'antichità della statua in questione me la raffiguro più simile alla tipologia delle "dee con le braccia alzate" che alla statuaria classica a cui siamo abituati. 

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