RACCONTI: Gelosia - parte 2


...continua...

Effettivamente aveva ragione…
Al culmine della festa, Sanura aveva fatto il suo ingresso in sala. Tutti, dal faraone ai servitori, erano ammutoliti mentre la donna superava il perimetro composto dai letti che ospitavano i convitati ed era avanzata sul palco. Al centro della sala e al centro dell’attenzione di tutti.
Elios si mosse silenziosamente tra gli invitati, estendendo al massimo i suoi sensi. Lussuria. Lussuria. Lussuria. Quel maledetto di mio marito e il suo alito pesante. Lussuria. Lussuria. Lussuria. Quanto ci costerà questo banchetto? Se non mi portano dell’altro vino darò quello schiavo ai coccodrilli. Lussuria, lussuria, lussuria, adesso lei si tenderà verso l’alto e comincerà a far roteare le spade…no, devo concentrarmi.Si spostò più vicino al trono.
Anche Medjedu, rapito, stava guardando Bastet in un modo che non gli piaceva affatto. Lussuria, lussuria, lussuria, lussuria…veleno, uccidere…
Uno dei servi della delegazione ittita stava per versare al faraone una coppa di vino. Immediatamente Elios colse un luccichio nella mano dell’uomo: nella mano, nascosta dall’impugnatura dell’anfora, c’era una fiala di metallo…era troppo lontano per fare qualsiasi cosa, e protese la sua mente verso quella dell’uomo. Fu inutile. Era come cercare di afferrare un sasso unto d’olio. Riusciva solo a sentire qualche frammento di pensiero, ma non a bloccarlo…
“Bastet!”
La danzatrice, con un unico fluido movimento, lanciò una delle spade verso il faraone. Gli spettatori delle prime file si alzarono in piedi di scatto, due guardie si stavano per lanciare contro di lei, quando la lama affondò nel braccio del servitore facendogli cadere l’anfora, che si infranse sul pavimento.
Il faraone si alzò, sconvolto. «Guardie! Arrestate quella…»
«Mio re! Aspettate!» Elios bloccò a terra il servitore che si stringeva il braccio ferito e gli strappò dal collo il medaglione con l’ibis rosso. Affidò l’uomo alle guardie, poi raccolse dal pavimento insanguinato una minuscola fiala di metallo, piena di una strana polvere nera.
«La danzatrice seguiva i miei ordini, mio signore. Avevamo udito di un complotto e stavamo aspettando solo che facessero una mossa falsa. Adesso che abbiamo in pugno l’esecutore, tutti gli altri saranno presto trovati.» 
Percorse la sala con lo sguardo, ponendosi significativamente tra la folla e il faraone. La sua fama era quella di un guerriero spietato e incorruttibile. Era un duro monito a chiunque osasse attentare alla vita del signore delle Due Terre.
Ancora sotto shock, il faraone si sedette di nuovo sul trono. L’assassino venne messo sotto sorveglianza, e affidato a uno dei sacerdoti di fiducia di Elios perché lo sorvegliasse e annullasse qualunque tentativo di suicidio. Nella sala non si faceva altro che parlare di quel momento d’azione, quando il re intimò il silenzio. Con un ampio movimento del braccio, indicò a Sanura di avvicinarsi e lei obbedì, prostrandosi di fronte al trono.
«Con la tua abilità hai salvato la vita del tuo signore. Meriti una ricompensa. Stanotte ti attendo nelle mie stanze.»
Sanura si prostrò ancora più profondamente. «Come comandi, Cheope, Medjedu, amato da Horus.»
Elios si sentì morire. Si avvicinò al trono e si inchinò.
«Elios. Mi hai servito bene oggi.»
«Mio signore…» deglutì. «Lei…è mia moglie!»
Cheope gli restituì uno sguardo freddo. «Allora dovresti essere onorato del fatto che io la scelga.»
Si alzò e uscì dalla sala, seguito dal resto della corte. Nella sala rimasero solo loro due. Sanura si rialzò e si spolverò le mani.
«Andiamo?»

Lungo tutto il percorso dalla sala dei festeggiamenti alle sue stanze, Elios si sentì dilaniato dai dubbi.
Lei. Nelle sue stanze.
Non posso permetterlo.
Lei mi ama. Non lo farà.
Se non lo fa, il faraone potrebbe uccidermi.
Non m’interessa. Facciamo i bagagli e andiamo.
Il mio compito è di vegliare su Medjedu.
E per questo devo sacrificare la mia donna?
Potrebbe fare una copia fantasma di sé, come fa quando deve essere in due luoghi…
…ma non mi ha sempre detto che sente tutto quello che fanno le sue copie?
Quando finalmente furono da soli, era tormentato come non era mai stato prima. Crollò sul letto, chiedendosi cosa poteva fare.
All’improvviso scoppiò a ridere e incrociò lo sguardo stupito di lei.
«Basta, mi arrendo. Posso solo fidarmi di te. Sei una dea, non posso giudicare i tuoi atti o cercare di comprenderli. Mi fido di te. So che farai la scelta migliore per noi.» 
Bastet sentì la profonda sincerità nelle sue parole. Si fidava di lei, come donna e come dea. Aveva messo il futuro della loro relazione nelle sue mani, un gesto che non si sarebbe mai aspettata. Sentì la gratitudine e l’amore che provava per Elios sbocciare in lei come la luce del sole all’alba. Si slanciò verso di lui per abbracciarlo quando una risatina proveniente dalla stanza accanto la bloccò a mezz’aria.
Elios si alzò di scatto sguainando le due spade, allarmato: non sentiva nessuna presenza al di là di quel muro! Stava per fondersi con le ombre quando Bastet lo bloccò con uno strano sorrisino.
«No, aspetta.»
Dalla porta uscì Bastet.
O meglio, le assomigliava. Per quanto fosse fuori da qualunque pensiero umanamente concepibile, la creatura che assomigliava alla sua amata era più…più tutto. Le linee del volto più dolci, gli occhi castani grandi e invitanti, il seno rigoglioso e sodo. Una figura più morbida di Bastet, più sensuale, come una pantera in confronto ad una gazzella. Rimase ferma al centro della stanza, appoggiando disinvoltamente una mano al fianco, ben conscia dell’affetto che stava avendo su di lui.
«Elios…ti presento mia sorella, Hathor.»
L’uomo deglutì. Finalmente capiva perché non gliel’aveva mai presentata.
Hator rise. «Non preoccuparti, succede sempre così la prima volta. Così questo è il tuo atlantideo.» 
La dea lo squadrò lentamente da capo a piedi con un sorriso d’approvazione ed Elios cominciò a sentirsi a disagio, visto che lo sguardo di Bastet stava diventando più cupo ad ogni secondo che passava.
«Su, sorellina, non te lo rubo mica.» mormorò Hathor in tono conciliante, andando ad abbracciarla. Vedendole abbracciate, Elios sentì le gambe cedergli e crollò di nuovo a sedere sul letto, al che Bastet e Hator scoppiarono a ridere.
«Mi sa che è meglio che vada…» disse Hathor, mettendosi di fronte alla sorella nella stessa identica posa. Sotto gli occhi strabiliati di Elios, le differenze tra le due cominciarono ad annullarsi, finché Hathor non divenne indistinguibile da Bastet, tanto che…
“Prova a finire quel pensiero e ti strangolo.”
“Scusa.”

«Però adesso ditemi…come mai lei è qui?»
Fu Hathor, a rispondergli. 
«Bastet mi ha chiesto di sostituirla per stasera. Ed ora è meglio che vada, sta arrivando il custode dell’harem.»
Piroettò su sé stessa – un altro colpo al cuore per Elios – e si diresse verso l’ingresso, dove poco dopo risuonò la voce dell’eunuco di fiducia del re che era venuto a prenderla.
Quando la porta si richiuse, Bastet lo fissò nervosamente, come se stesse per dirgli qualcosa di spiacevole.
«Io non posso amarti come farebbe una donna mortale, Elios. Lo sai, lo hai sempre saputo. Ti amo. Ma il mio amore non può essere rivolto solo a te, è rivolto a tutto Khem. E’ l’amore di una madre, di una protettrice, ma talvolta le cose sono diverse.»
Elios annuì. Intuiva dove voleva andare a parare.
«Quando Iside mette alla prova un erede al trono, o un uomo importante per questa sacra terra, e questo supera la prova, tocca a me e ad Hathor, come incarnazioni stesse della forza vitale di Khem, legarlo ad essa. E sai cosa significa.»
Sì, lui lo sapeva meglio di chiunque altro. Era il simbolo stesso del legame inscindibile tra il faraone e Khem, lo hieros gamos, il matrimonio sacro. Durante le cerimonie d’incoronazione, la dea scendeva dai cieli per unirsi al faraone e donargli così il potere e il diritto di governare le Due Terre. Ma quelle erano solo voci flebili, in confronto a quello che succedeva realmente. A volte, quando facevano l’amore, c’erano dei momenti in cui si sentiva non un uomo, ma una parte dell’universo stesso, come la prima volta in cui lei gli aveva mostrato come gli dei vedono il mondo. Di fronte a quel pensiero si sentì umile e reverente. 
Gli galleggiò per la mente il pensiero che forse lo aveva fatto solo per legare a Khem uno dei Sopravvissuti, ma quel pensiero svanì come fumo nel vento di fronte all’amore e alla fiducia che sentiva verso di lei.
«Prima hai detto che sono tua moglie.»
Elios sorrise. «Così su due piedi, non sapevo come altro fare per impedirgli di portarti nel suo letto.»
Si alzò e la abbracciò, ma lei sembrava ancora esitante.
«Non posso diventare tua moglie. Io appartengo a Khem. Ma so che certe cose sono importanti per te, come per qualunque uomo. Perciò ho chiesto ad Hathor di sostituirmi, oggi e in tutte le occasioni in cui sarà richiesta una dea per i sacri riti. E lei ha accettato.»
Se prima Elios era sbalordito, ora lo era ancora di più. «Per me?»
«Sì.»
Era probabilmente il dono più grande che una dea poteva fare ad un uomo, dopo il suo amore. Troppo commosso per dire qualsiasi cosa, troppo commosso persino per baciarla, Elios la strinse a sé, trascinandola sul letto, tenendola semplicemente stretta tra le sue braccia, godendosi il battito di quel cuore troppo grande persino per il cuore di un regno intero. Si addormentarono abbracciati, e fu solo verso mattina che si riscossero da quell’intimità preziosa.
«Ma tua sorella quanto starà negli appartamenti reali?»
«Penso almeno una settimana…»
«E per tutto quel periodo non ti dovrai far vedere in giro, giusto?»
«Sì, ma posso sempre cambiare forma.»
«Non puoi restare qui con me?»
«E cosa facciamo chiusi qui dentro?»
«Io un’idea ce l’avrei…»

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