STORIA - Tifo da stadio, oggi come allora



“Guai se perdessero: vedresti tutta la città mesta e smarrita come dopo la sconfitta dei consoli sulla polvere di Canne.”

Ecco cosa scriveva Giovenale a proposito di una delle quattro scuderie che gareggiavano al Circo Massimo, quella dei Verdi.
C’è da dire che talvolta, a vedere certe scene per TV sugli scontri tra tifoserie, quasi vien da pensare che duemila anni sembrano sia passati per niente, poi però si guarda meglio e un pochino ci si rincuora. Se al pestaggio “dai e prendi” sulle curve degli stadi si accompagnano i tanto deplorati (a ragione) striscioni razzisti e quelli di incitamento dei beniamini della squadra, duemila anni fa le cose potevano essere anche un po’ più estreme. Non solo dal punto di vista di tifoseria, ma anche di repressione degli animi più accesi: se oggi i poliziotti in servizio negli stadi sono in tenuta antisommossa e più di qualche bastonata con i manganelli non danno, all’epoca di Roma Imperiale vigiles e pretoriani non andavano troppo per il sottile, specialmente se l’imperatore voleva riposare e la folla festante e urlante non lo concedeva. Per chi non lo sapesse, il palazzo imperiale sul Palatino è proprio poco sopra il Circo Massimo e la cosa poteva scatenare qualche scontento nel governante di turno con una rappresaglia degna della loro boria. Per esempio, Caligola fece chiudere i cancelli del Circo e bastonare tutti, Eliogabalo fu invece ancora più crudele: fece liberare tra la folla dei serpenti velenosi sicché chi non morì per i morsi, rischiò (e in molti purtroppo lo fecero) di perire calpestato dalla folla impazzita nel fuggi fuggi generale.
Per altri versi, quello di essere tifosi sfegatati pare ce l’abbiamo nel DNA di popolo italico visto che la cosa, pur rivolta a ben altro sport che non il calcio, era altrettanto sentita dagli antichi romani. Vuoi anche a causa del forte giro di scommesse (i romani amavano scommettere su tutto e in qualunque situazione, a maggior ragione nel campo sportivo), gli stessi imperatori si sono dimostrati nel corso del tempo dei tifosi sfegatati degli idoli del tempo: gli aurighi[1] delle corse di quadriga.
A Roma esistevano quattro scuderie, due principali e due minori, e il Circo Massimo, che poteva
contenere fino a centocinquantamila spettatori, si colorava dei loro quattro colori in occasione delle gare. Il tifo era così fazioso e le scorrettezze (per chi poteva permettersele) erano all’ordine del giorno; si deve pensare però che ciò che si combinavano l’un l’altro erano cose che in confronto i contradaioli di Siena sembrano dei semplici discoli combinaguai. Il che è tutto dire.
Basti pensare che imperatori come Caligola, Commodo ed Eliogabalo erano tifosi così sfegatati da non porsi il problema a eliminare cavalli e aurighi delle squadre avversarie, per non parlare dei tifosi che avevano osato fischiare i loro beniamini. Giusto per fare un esempio.
Il tifo era così sfegatato che i nostri odierni striscioni risultano all’acqua di rosa: non era infrequente che sui muri venissero invocati gli dei o i demoni affinché facessero capitare di tutto e di più agli aurighi avversari o ai cavalli, si legge su una tavoletta: «Io t’invoco, o demone, chiunque tu sia, e ti chiedo di tormentare i cavalli dei Verdi e dei Bianchi e di ucciderli e di far morire in uno scontro gli aurighi Clarus, Felix, Romulus e Romanus e che in loro non resti più un alito di vita.»
Non migliorarono con l’evangelizzazione cristiana, dal momento che il demone venne sostituito dai “santi angeli” e gli auspici rimasero invece gli stessi, ossia che l’auriga avversario finisca “distrutto, ucciso, fatto schiattare, spappolato, trascinato in fondo alla pista”. Davanti alle corse di quadriga anche la carità cristiana ha dovuto chinare il capo…
Da dove nasce la passione per le corse delle quadrighe? In realtà da molto prima dell’epoca imperiale, nella Roma arcaica le corse dei carri erano il principale divertimento dei romani – e lo rimasero nei secoli successivi – nate inizialmente come passatempo dei nobili patrizi e trasformatesi poi in veri e propri business che si concentrarono via via in un numero sempre più esiguo di squadre fino a rimanere in solo quattro scuderie partecipanti: verdi, azzurri, bianchi e rossi.
Con il passare del tempo ai nobili si sostituirono alla guida “piloti” professionisti fino a che le squadre si organizzarono in una struttura che un po’ ci ricorda i team di F1; oltre alla formazione degli aurighi, occupavano un numero impressionante di personale: dagli stallieri agli allenatori, dai veterinari ai massaggiatori, dai medici agli incaricati all’azionamento del meccanismo di partenza, e poi sparsores che bagnavano con l’acqua la pista, e hortatores che affiancavano gli aurighi per informarli dell’andamento della gara. In fin dei conti all’epoca mica esistevano le radio…
Altra grandiosa analogia che oltrepassa il tempo mi fa associare gli aurighi ai calciatori: le squadre se li contendevano ed esisteva un vero e proprio mercato in cui si cedevano i “piloti” al miglior prezzo, per non parlare delle paghe che queste figure ottenevano: si consideri solo che lo sportivo più ricco del mondo di sempre è Gaius Appuleius Diocles, altro che Tiger Woods, come si legge in questo articolo de Il Sole 24 Ore!


[1] Auriga: era colui che governava il tiro di cavalli appaiati guidando così i carri veloci, in cui stava da solo e in piedi comunemente noti come bighe o quadrighe.

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