RACCONTI: Il Fuoco di Vesta - Cap. 8

Attenzione: parte della trama, riferita alla Tetrarchia e alla Rivolta dei Riformisti, potrebbe non seguire del tutto la linea temporale definitiva degli eventi, ancora da decidersi. 


Solo quando fu salita in portantina Hortia si rese conto che si stava dirigendo verso il palazzo imperiale, ma che ad aspettarla non avrebbe trovato Diocleziano, bensì il suo erede e successore, Costantino.
Diocleziano era morto quattro anni prima, nella sua sontuosa villa di Salona. Un uomo del genere avrebbe dovuto essere pianto da tutto l'Impero, eppure erano stati in molti a brindare al fatto che l'imperatore avesse finalmente oltrepassato lo Stige.
Ma quelli che si aspettavano di potersi liberare in fretta del suo successore, o di poterlo manovrare, si erano sbagliati di grosso.
All'inizio era sembrato che Diocleziano avesse adottato Costantino e Massimiano solo per tenerli come ostaggi...dopo il fallimento del progetto della Tetrarchia e l'assassinio di Galerio, i loro padri – Costanzo Cloro e Massenzio – avrebbero potuto facilmente sollevare le province e riportare l'Impero alla guerra civile. E forse all'inizio erano stati davvero ostaggi.
Ma poi Massimiano aveva sposato Valeria, l'unica figlia di Diocleziano, diventando così il suo erede ufficiale; Costantino invece si era rivelato uno dei migliori generali della storia di Roma, prendendo parte prima al servizio sul limes, poi come ufficiale in seconda del padre adottivo contro una rivolta iniziata in sordina, ma che poi era dilagata per tutto l'Impero...la rivolta dei Riformisti.
Hortia ricordò quegli anni con una dolorosa fitta al cuore. Lei era al sicuro nel tempio di Vesta, ma suo padre era morto in circostanze decisamente misteriose, e suo fratello era scomparso; solo tre anni dopo era tornato a Roma per rivendicare l'eredità paterna, accompagnato da una squadra della Specula che lo aveva liberato dopo la sua cattura da parte dei Riformisti.
Poi, in un crescendo di violenze, la scoperta che a tirare le fila della rivolta era lo stesso erede dell'imperator, Massimiano. L'ira di Costantino per il voltafaccia dell'amico e fratello di una vita era stata terribile, secondo alcune voci era stato lui stesso a inchiodarlo alla croce sulla via Appia.
La vista di quella lunga fila di croci, l'odore delle carni lasciate a marcire e le grida dei corvi che banchettavano erano rimaste indelebili come un marchio a fuoco nell'anima di tutta la sua generazione.
Déi, abbiate pietà di noi, fate che un simile massacro non debba ripetersi...

Giunta alla Domus Augustana, venne fatta accomodare in uno studiolo, con le pareti ricoperte di splendidi affreschi. L'imperator fece il suo ingresso poco tempo dopo, salutandola come se fosse una parente.
«Domina, è molto tempo che non mi onorate della vostra presenza...»
Hortia rise. «Metà dell'anno qui e metà nella vostra nuova capitale, per non parlare degli impegni ufficiali...trovarvi libero non è facile.»
Parlarono per un po' del più e del meno, poi Costantino si appoggiò all'enorme scrivania e fissò perplesso la vestale maxima.
«Se siete venuta solo per salutarmi e informarvi sulla mia salute ne sono onorato, ma so che i vostri obblighi non sono semplici né leggeri...avanti, parlate: è successo qualcosa alla Casa delle Vestali? Avete avuto altri problemi con i cristiani?»
Hortia scosse brevemente il capo e distolse lo sguardo da quei penetranti occhi azzurri. Non era sicuramente un discorso facile da introdurre.
«Imperator, voi...credete negli dei?»
Costantino rimase genuinamente stupito da quella domanda.
Cosa vuoi dire, domina? Perchè proprio tu mi fai questa domanda, tu che sei solo l'ultima di un sacerdozio che esisteva da prima che abitassimo questi colli?
Almeno per quanto riguarda me, so la risposta...




Pioveva, quel giorno.
Ero in un altro studio, a miglia e miglia di distanza, sulla costa dalmata. Non riuscivo quasi a vedere la porta, sepolto com'ero dalle pergamene e dai dispacci che arrivavano da ogni parte dell'Impero. Nonostante uno stuolo di segretari, magistridoctores e persino una serie di conciliatores a darmi una mano, erano sempre troppi. Ma da quando le condizioni del mio padre adottivo si erano aggravate, avevo cercato di caricarmi il più possibile del suo lavoro; e per quanto avesse cercato negli anni di prepararmi per la carica che stavo per occupare e mi desse piena fiducia, ogni volta che mettevo piede nella sua stanza ed era sveglio non faceva altro che subissarmi di domande. Una volta la sua divinatrice personale, Giulia Varrone Seconda – la cui madre lo aveva seguito fin da prima della sua ascesa al trono – aveva detto che la malattia che lo affliggeva doveva lottare contro tutto l'Impero, perché era quello ad averlo tenuto in vita tutti quegli anni, sopravvivendo a tradimenti, intrighi e guerre.Non potevo che essere d'accordo. Diocleziano si stava spegnendo lentamente, lottando come aveva sempre fatto. Era penoso, per me, vederlo bloccato a letto...le gambe gonfie dall'immobilità, il respiro che gli mancava, frasi di poche parole che lo stancavano come giornate di battaglia. A volte mi guardava negli occhi e mi chiedevo se potesse leggere i miei pensieri...se non preferisse fare come Socrate, un boccale di cicuta e la fine di tutti i dolori...ma non avrei mai osato proporglielo. Era il mio imperator, aveva governato per anni il più grande impero del mondo, e la padronanza di sé non lo aveva mai abbandonato in decenni di regno. Se avesse voluto quella coppa, sarebbe stato lui a ordinarlo, lo conoscevo troppo bene.
Bussarono alla porta, ed entrò Chloe, una delle migliori guaritrici della Specula. Lei e altri quattro si alternavano al capezzale di Diocleziano e avevano l'ordine di avvisarmi ad ogni minimo cambiamento.
«L'imperator vuole vedervi subito. Ha una buona giornata, ma non fatelo stancare.»


Quando entrai, Diocleziano era appoggiato alla testiera del letto, sorretto da numerosi cuscini. Mi fece cenno di avvicinarmi al letto, ma quando presi lo sgabello per sistemarmi accanto a lui mi fermò.
«No, ragazzo...certe cose si affrontano in piedi.»
Perplesso, mi accostai. Chloe aveva ragione, si teneva eretto con più forza del solito. Non sapevo se rallegrarmene o meno, e mi vergognai di questo.
«Nonostante tu e gli altri non mi vogliate dire niente, riconosco una battaglia persa quando la vedo. Sto morendo, che mi piaccia o meno. Presto mi metterete una moneta in bocca, mi ficcherete in un'urna e, piacendo agli dei, finalmente raggiungerò Prisca nei Campi Elisi...ma prima ci sono delle cose che devi sapere.»
A quelle parole, qualsiasi traccia di stanchezza o tristezza venne spazzata via dal mio corpo e dalla mia mente. Il mio padre adottivo mi aveva insegnato prima il mestiere di generale e comandante delle truppe, cioè di imperator nel vecchio senso del termine; poi quello del regnante, le regole per far prosperare i milioni di bocche da sfamare, la dura legge del potere e della giustizia; solo negli ultimi anni mi aveva introdotto nel più grande segreto dell'Impero, la Legio M Ultima e la Specula. Avevo conosciuto Druso, il primo Mastino, che sembrava più giovane di me benché fosse più vecchio di una decina d'anni. Avevo visto i divinatores trarre presagi, e i Sapienti compiere miracoli di genio. L'ultima arma al servizio di Roma, aveva detto Diocleziano, per proteggere e servire.
Ripensando a quella frase, mi stupii di non aver mai notato l'accento egiziano che metteva in quelle due ultime parole. Proteggere e servire.
Qualcosa mi era ancora ignoto nel modo di gestire l'Impero, dopotutto. E quel qualcosa mi stava per venire rivelato con quello che poteva essere l'ultimo respiro di Diocleziano.
L'imperator fissò il colonnato che separava la sua stanza dal giardino. Cadeva una pioggia sottile e le finissime tende di bisso ondeggiavano dolcemente nell'aria.
«Sono salito al trono con la battaglia di Margus, sconfiggendo Carino. Entrambi sapevamo bene che l'Impero non sarebbe sopravvissuto per un'altra generazione se al potere fosse finito l'uomo sbagliato: in cinquant'anni si erano succeduti una ventina di imperatori e gli usurpatori spuntavano come le mosche sui cadaveri...e tutti e due eravamo convinti di essere l'uomo che avrebbe risollevato Roma dal fango e dalla miseria in cui era caduta. Non so se i fatti mi hanno dato ragione, ma di una cosa sono certo: quando ero solo un usurpatore con un grande sogno, gli dei hanno risposto alle mie preghiere.»
Il mio padre adottivo era sempre stato un uomo devoto, ma la reverenza e la gratitudine che sentii in quel momento nella sua voce mi fecero rendere veramente conto di cos'era la pietas, l'amore e il rispetto che ogni cittadino romano doveva agli dei.
«E non parlo di segni nel cielo o cose simili...» sogghignò, come faceva sempre quando parlava delle leggende che i cristiani avevano messo in giro sul mio conto «...ma...guide. Guide e amici su cui contare.»
Lo avevo sentito dire spesso frasi simili, effettivamente la lealtà dei suoi collaboratori e la fiducia che riusciva a ispirare avevano salvato Lui e Roma molte volte, ma...
Feci un balzo. Di fronte a noi, nella penombra della stanza, erano apparse cinque figure. L'istinto prese il sopravvento: portai la mano alla sica che non mi abbandonava neanche quando dormivo e mi frapposi tra loro e l'imperator.
Incredibilmente, Diocleziano rise.
«Rilassati, Costantino. Questi sono gli amici di cui ti parlavo.»
Sbattei gli occhi, incredulo. Ormai ero abituato – quasi – ai prodigi della Specula, che ritenevo essere l'apice massimo che si potesse raggiungere...anche perché, se non lo fosse stato, saremmo stati decisamente nei guai. Ma che cinque uomini in armatura potessero comparire nelle stanze private dell'imperator facendo meno rumore di una goccia di pioggia, apparendo dal nulla, andava al di là della mia comprensione.
Tornai al fianco di Diocleziano e cercai di rilassarmi...senza però togliere la mano dalla sica, di nuovo nel fodero. Le vecchie abitudini sono dure a morire.
«Questi uomini e queste donne hanno accompagnato me e Carino fino alla battaglia, sorvegliandoci, consigliandoci, per capire se fossimo davvero degni di vestire la porpora imperiale. É stato grazie a loro che la Specula è stata creata, e se muoio adesso nel mio letto, di vecchiaia, e non per il pugnale di qualche Riformista, è anche e sopratutto grazie a loro. Ma il loro merito è sopratutto quello di aver vegliato sull'Impero, non su di me, e di avermi preso nel verso giusto quando ero incline a compiere delle stupidaggini.»
Da una delle figure giunse una risata, incredibilmente musicale. Quelle armature coprivano loro l'intero corpo, avevano una foggia mai vista che sembrava debolmente illuminata anche in quella giornata grigia...ma quella era sicuramente una risata di donna.
«Ce l'avreste fatta anche senza il nostro aiuto, imperator.» disse quella stessa figura con voce divertita. Sì, era decisamente una donna.
«Giulia, Giulia...non riesci a uccidermi con i tuoi intrugli da strega e vuoi farmi morire dalle risate?»
Alla battuta di Diocleziano anche gli altri risero. Poi, uno alla volta, si tolsero gli elmi.
Se fossero apparsi dei cinocefali, sarei rimasto meno sorpreso. Perché...perché io li conoscevo, conoscevo quelle persone, dannazione!
Omar Terracina, il praefctus urbi. Giulia Varrone Seconda, la divinatrix. Una guerriera dai capelli scuri che aveva spesso visto come guardia del corpo dell'imperator...Shalant, sì, si chiamava Shalant. E quello...Elios Tigrane, il princeps di Aegyptus? E l'ultimo era quel sacerdote di Thot che portava sempre le nuove opere per la biblioteca personale di Diocleziano e giocava con lui a senet...
«Mi volete spiegare cosa significa questo?» avevo chiesto, improvvisamente rauco.
«Costantino, ti ricordi quando eri preoccupato di come ci potessero essere traditori ai livelli più alti della Specula e della Legio M Ultima, e ti ho risposto che avevamo preso contromisure adeguate dopo il primo fallimento del 1044? Eccole, le contromisure. Ti presento gli imperatoris spectre, i miei occhi e le mie orecchie nell'Impero e all'interno della Specula stessa. Quando parlano loro, è come se parlassi io stesso.»
Nessuno aveva un simile potere nell'Impero. Nemmeno io, che ero il suo successore. Una sensazione gelida mi percorse la schiena.
«Ti fidi a tal punto di loro?»
«Oh, sì.» rispose Diocleziano placidamente.
Non credetti alle mie orecchie. I miei pensieri dovettero apparire palesi, perché Elios rise sommessamente.
«Ti stai chiedendo se abbiamo manovrato Diocleziano per i nostri scopi fin dall'inizio, non è così?»
Nella stanza scese un silenzio imbarazzato, e sul volto del vecchio era comparso un cipiglio astioso. «Credi davvero che mi sarei lasciato muovere come una marionetta, Cos...»
«Lascialo stare, Diocle» lo aveva interrotto il sacerdote di Thot con voce pacata. «Il ragazzo ha ragione a sospettarlo, se lo avessimo voluto ti avremmo fatto fare qualsiasi cosa. Ma non è mai stato nel nostro interesse, e penso che i fatti lo abbiano dimostrato.»
«Come fate a dirlo?» avevo ribattuto. «Elios e sua moglie hanno il controllo pressoché totale su una delle provincie più ricche dell'Impero, basta uno dei presagi di Giulia per decidere come muovere le truppe, lui è il praefectus urbis e adesso vengo a sapere che avete piena giurisdizione sui movimenti della Specula. Vi basterebbe muovere un dito per...»
«...sì. Ma il punto è che noi non vogliamo questo potere.» aveva continuato l'altro. «Noi...sorvegliamo. Sorvegliamo e basta, cerchiamo di fare in modo che l'umanità non compia più gli errori che abbiamo visto ripetersi nel corso della storia.» 
Diocleziano lo aveva fissato con aria mesta. «Non siete riusciti a impedirmi un sacco di stupidaggini, e volete salvare ancora il mondo?»
La guerriera dai capelli corti aveva assunto un'espressione di finto rimprovero. «Ti sei dato un sacco di arie su quel trono dorato, e se Ottaviano avesse saputo che un imperatore romano avrebbe richiesto la proskinesis1...»
Chiacchere. Chiacchere. Basta, era troppo.
«BASTA!» esplosi. Tutti gli altri mi guardarono, sorpresi.
«Basta scherzi. Basta comportarsi come amiconi, c'è troppo che non mi torna. Se davvero lo avete seguito fin dalla battaglia di Margus, voi dovreste avere...»
Un brivido gelido mi percorse. Si dice che i romani siano superstiziosi per natura, ma quella che mi stava aggrovigliando le viscere non era superstitio: se quello che dicevano era vero, loro non dimostravano più di trent'anni, ma la battaglia di Margus si era svolta ventotto anni prima...
Fissai Giulia Varrone, che ricambiò con uno sguardo divertito. Come se sapesse esattamente cosa stavo pensando.
«Tu! C'era tua madre a Margus come divinatrix, è lei che ha saputo dell'eccidio delle Vestali...»
«Ero sempre io.» confessò lei. «Un po' di trucco negli ultimi anni, girare velata, due anni di assenza e la notizia della mia morte...e mia figlia che prende il mio posto. Sempre io.» 
«Per quanto ci è possibile, assumiamo diverse identità nel corso degli anni.» continuò Elios. «In quanto alle nostre posizioni di potere, devo dire che in questo caso il vecchio Diocle ci ha incastrati...e purtroppo non potevamo fare altro: con la rivolta di Aegyptus prima e quella dei Riformisti alle porte, aveva bisogno di persone di cui fidarsi. Ed eccoci qua.»
«Ma non è nel nostro interesse dominare, te lo assicuro. Abbiamo visto Roma nascere e crescere, avremmo potuto prendere il potere in qualsiasi momento. E non ci interessa neanche dominare da dietro le file. Noi abbiamo una missione da compiere: fare sì che l'umanità non si arroghi di nuovo il potere degli dei, perché stavolta le conseguenze potrebbero essere terribili.»
«...stavolta?» balbettai. Mi vantavo di riuscire a riconoscere la sincerità nella voce delle persone, e Omar sembrava sincero. Ma era troppo per me...
Il tempo di un respiro, e la sacerdotessa mi fu davanti, gli occhi azzurri che mandavano scintille. Mi afferrò alla nuca con forza sorprendente.
Guardami.
Sprofondai in quell'azzurro come quando, da ragazzo, mi tuffavo dalle scogliere del mare d'Illyria. Una parte di me finì svuotata e sezionata come le viscere di un cinghiale sul tavolo del lanius2, mentre l'altra veniva assalita da una serie di immagini rapide, come in un sogno: una montagna che sprofondava in un mare di fuoco, un nome – Posidonia - e la sensazione di un dolore così forte da non avere mai fine. Il tempio di Athena Parthenos in costruzione, una bellissima egiziana che mi sembrava di aver già conosciuto, un condottiero dagli occhi di colore diverso su un cavallo possente, una rozza statua di legno di una dea dagli occhi bianchi. Sangue, morte, eserciti in lotta, il fumo degli incendi, fughe notturne, onore e vergogna...il senso e gli accadimenti di mille vite passate senza deporre mai il proprio fardello...

Quando ripresi i sensi, ero seduto sul mio sgabello accanto a Diocleziano, con Giulia che mi accarezzava dolcemente i capelli come se fosse stata mia madre.
«D'accordo. Vi credo.» dissi con voce rauca. 
«No, non è vero.» ribatté l'imperator. «A me lo hanno dovuto mostrare molti anni dopo, quando tutto sembrava perduto e non mi fidavo più neanche di loro. Rimarrai sempre teso come un cane da guardia per vegliare su coloro che vegliano, anche se ti proveranno la loro fedeltà migliaia di volte...sei più testardo di me, figliolo. Ma credimi, almeno oggi, almeno adesso: grazie a loro, e grazie agli dei che li hanno mandati a noi, Roma e l'Impero vivono ancora. Ricordatelo, Costantino.»




«Sì, Hortia. Credo che gli dei esistano, credo che veglino su Roma, e credo che ascoltino le nostre preghiere...non tutte, magari, e non sempre, ma è grazie a loro se siamo ancora qui.»
La voce di Costantino sembrava provenire da luoghi remoti. Quali ricordi aveva risvegliato con quella domanda così inopportuna? La vestale maxima preferì non indagare. Ma aveva sentito fede nella voce dell'imperator, fede certa, fede profonda. Quella stessa, che forse, lei aveva ritrovato tra le ceneri la sera prima.
«Vi ringrazio, imperator. É quello che volevo sapere.»
Si congedò con tutta la cortesia e la dignità di cui era capace, anche se probabilmente si sarebbe fatta quattro risate nel ricordare l'espressione perplessa di Costantino alla sua domanda e poi alla sua improvvisa partenza. Ma avrebbe riso quando sarebbe stato il momento.
Mentre la portantina ripartiva, le parole di Costantino, il prodigio a cui aveva assistito la sera prima, tutte le preghiere e le sensazioni di anni di devozione e scoramento le turbinavano in testa come uno sciame di api impazzite. Cosa poteva significare tutto quello che le si stava dispiegando davanti? Cosa volevano da lei gli dei?
Poi la voce piagnucolante e rabbiosa di una bambina fece tacere tutto il resto.
«É qui! Non capite? La Dea è qui!»
...possibile?
Se mi sbaglio mi prenderanno per pazza, ma se ho ragione finalmente ripareremo un grande torto...



Note:
1 - proskinesis: sorta di inchino, di prostrazione, che andava eseguita di fronte al sovrano. Iniziato forse in epoca assira e portato in Occidente da Alessandro Magno, divenne usanza obbligatoria presso gli imperatori di età più tarda e, in seguito, i loro successori bizantini.
2 - lanius: macellaio

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