STORIA IN PILLOLE: Il nemico si vince con la zappa

La frase che dà titolo a questo articolo è stata pronunciata dal generale romano Corbulone, un successore del grande Gaio Giulio Cesare.
E proprio grazie a questo comportamento una delle più celebri vittorie del grande condottiero repubblicano, poi dictator, fu possibile al punto che il grande avversario gallo, Vercingetorige, arrivò a ingoiare il proprio orgoglio e a inginocchiarsi ai piedi di Cesare, in segno di resa e nella speranza di clemenza per le tribù celtiche che aveva guidato fino a quel momento contro l’invasione delle Gallie da parte delle forze militari della Repubblica.
Corbulone, declamando quella celebre frase, si riferiva forse proprio al lavoro immane svolto dai legionari e che fu in seguito riportato alla luce dagli scavi archeologici che videro la luce parecchie centinaia di anni più tardi sotto Napoleone Bonaparte proprio nel territorio della più grande delle battaglie romane per la conquista delle Gallie: l’assedio di Alesia.
Ma i romani non erano nuovi a imprese epocali in campo ingegneristico proprio nel bel mezzo della battaglia: sebbene Alesia ne sia l’esempio più lampante e imponente, questa soluzione era già stata adottata in precedenza a Lilibeno, Capua e Numanzia.
Vercingetorige si era assediato nella città di Alesia e i romani guidati da Cesare, nel 52 a.C., si trovarono stretti tra due fuochi: davanti a loro gli assediati e dietro le truppe galliche di rinforzo che avevano risposto all’appello unitario di Vercingetorige, l’ultimo grande condottiero gallo che riuscì a unire le tribù – profondamente divise – sotto un unico vessillo. Ma con le capacità e l’organizzazione romane, avevano comunque ben poche speranze.
Cesare, nei suoi memoriali, racconta di un attacco alle spalle da parte di bel 300.000 galli, ma di certo il numero di nemici millantato è ben superiore alla realtà, non di meno fu una battaglia campale la cui vittoria arrise ai romani grazie anche alle sorprendenti capacità logistiche e ingegneristiche messe in campo.
Ogni legionario, oltre all’addestramento bellico e al relativo equipaggiamento, veniva anche preparato a rispondere al lavoro sul campo. È risaputo che, quando la colonna in marcia si fermava, lo faceva almeno due ore prima del tramonto. In questo breve lasso di tempo i legionari allestivano un campo provvisorio per la notte e mentre alcuni erano addetti al montaggio delle tende, alla preparazione dei pasti e dei fuochi, alla sistemazione delle salmerizie e degli animali, gli altri avevano il compito di scavare un fossato di almeno due metri di larghezza e tre di profondità, il relativo terrapieno ottenuto con il terreno scavano e tagliare, rifilare gli alberi per poi piantare i pali così ottenuti sul terrapieno e creare una palizzata.
Un lavoro immane che, in caso di assedio, diveniva ancora più imponente. Ma pochi furono i casi che poterono uguagliare Alesia.
Le truppe sotto il comando di Cesare lavorarono alacremente per creare in pochissimo tempo – oltre a garantire un certo livello di protezione dagli assediati, nonché sferrare attacchi preventivi – qualcosa che ha del mastodontico e che consentì al famoso dittatore di averla vinta contro i galli che lo strinsero a loro volta d’assedio, circondandolo.
I legionari al suo comando furono in grado, come hanno dimostrano poi anche gli scavi archeologici di cui sopra, di smuovere qualcosa come due milioni e mezzo di metri cubi di terra per creare due fossati e due terrapieni incredibili, due valli in pratica costruiti in faccia alla pianura, rivolti verso la città di Alesia.
I due valli, uno entro l’altro, misuravano rispettivamente ventotto chilometri quello esterno e sedici chilometri
e mezzo quello interno. Lungo la fortificazione sorgevano otto campi, quattro per la fanteria e quattro per la cavalleria, c’erano anche otto fortini principali e ben ventitré fortilizi secondari. I due valli racchiudevano nel mezzo uno spazio di manovra ampio, di circa duecento metri, e i due terrapieni – sormontati da palizzate – erano alti quattro metri. Ogni venticinque metri c’erano delle torrette e sul lato esterno erano disseminati da spuntoni a “corna di cervo”, ovvero dei tronchi con dei rami molto fitti.
Come se non bastasse erano protetti da due fossati larghi cinque metri e profondi quanto un uomo (circa un metro e sessantacinque centimetri, più o meno) nei quali era stata fatta confluire l’acqua di uno dei due fiumi che scorrevano lì vicino.
Non contenti di tutto questo o, meglio, non convinti che bastasse a dissuadere un eventuale nemico da un attacco, quest’opera di alta ingegneria era corredata da quello che potremmo definire un vero e proprio campo minato che rendeva molto difficile l’avventato attacco della fanteria nemica, per non dire assolutamente impossibile quello della cavalleria grazie agli ostacoli disseminati per tutto il territorio circostante quello sotto il controllo romano.
Prima di giungere ai fossati, quindi, gli attaccanti avrebbero dovuto superare nell’ordine:

  • Una striscia di terreno cosparsa da stimuli, cioè pioli muniti di uncini di ferro;
  • Otto file, distanziate tra loro di un metro ciascuna, di pali robusti molto appuntiti e induriti con il fuoco all’estremità che fuoriuscivano per meno di una decina di centimetri da buche nel terreno profonde un metro, disposte a scacchiera e mimetizzate con graticci di vimini e rami sottili;
  •  I cippi, cioè rami appuntiti infissi nel terreno e collegati alla base, per evitare che venissero divelti facilmente, ad altri paletti scortecciati e appuntiti, posti sul fondo di buche nascoste alla vista, profonde quanto un uomo.


Non stupisce, quindi, se di fronte a questo esempio di macchina d’assedio romana costituita da un vallo e un controvallo anche un numero imprecisato – ma decisamente superiore – di nemici dovette desistere. Certo, i romani dovettero comunque faticare a tenere a bada il doppio attacco, in numerosi punti gli assediati di Alesia e i loro rinforzi riuscirono a sfondare e anche più volte, ma furono sempre ricacciati indietro e, al termine di una notte di feroci combattimenti, Cesare guardò i galli corsi a dar man forte a Vercingetorige, tornarsene indietro con le famose pive nel sacco. E, beh, il resto è storia.


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