RACCONTI: Il Fuoco di Vesta - Cap. 7

Il tempio di Vesta era sempre silenzioso al sorgere della luna. Con le novizie che si preparavano per andare a dormire e le altre vestali che si accingevano ai loro compiti serali, l'intero atrium vestae sembrava quasi disabitato.
Hortia Cecilia, vestale maxima in carica, osservò distrattamente la sua schiava personale portare accanto al braciere uno scranno imbottito di cuscini. Le altre vestali dovevano vegliare il fuoco sedute su un vecchio sgabello decisamente scomodo...le novizie erano convinte che fosse per tenerle sveglie, ma in realtà persino su quel legno duro era impossibile non addormentarsi qualche volta, durante le lunghe ore notturne. Il braciere incassato nel pavimento e il legno di pino, ricco di resina, faceva sì che il fuoco rimanesse vivo e sano, anche solo in una pozza di braci incandescenti facile da ravvivare. Un dovere rituale, più che pratico...e per avere il piccolo lusso di quei pochi cuscini aveva dovuto faticare parecchio.
La schiava si inchinò e uscì, chiudendo la porta dietro di sè. Ora Hortia era sola nel tempio rotondo, sola con il fuoco e con le stelle che occhieggiavano splendenti dall'oculo del soffitto.
La donna tese le mani verso le fiamme. L'umidità di Roma si faceva sentire sempre di più nelle sue ossa, di stagione in stagione. Le toccava svolgere il turno di guardia alla fiamma sacra una notte ogni dieci, una notte ogni dieci passata metà arrostita dal fuoco e l'altra metà a rabbrividire contro il freddo della notte: anche perchè, nonostante le porte fossero ben chiuse, l'oculo e l'aria gelida non avevano alcun rispetto per niente e per nessuno...neanche per la vestale maxima, appunto.
Per Hortia nel corso degli anni il suo turno era diventato un'elaborata seccatura. Anzi, una tediosa, apatica e lunga seccatura. Almeno, quando faticava a prendere sonno nella sua comoda stanza, poteva accendere una lanterna, mantenere la sua corrispondenza con l'imperator, il Magister Divinatorum della Specula e le Sibille di Delfi, Cuma e Tibur, poteva sedersi al piccolo telaio e tessere gli arazzi di lana colorata che ormai ornavano le stanze di gran parte delle sue sacerdotesse...lì, invece, doveva trascorrere lunghe ore di noia. E se si fosse addormentata, si sarebbe svegliata sicuramente con il collo indolenzito e le spalle doloranti.
Quelle fiamme l'avevano vista bambina, ed ora la vedevano vecchia e stanca. Non sola, però, non con le sue sorelle e le sue figlie, come chiamava le altre Vestali quando nessuna di loro poteva udirla. Si sfiorò i capelli, raccolti per la notte in una semplice crocchia sulla testa. Neri e folti quando era entrata lì per non uscirne più, ora il bianco sconfiggeva il nero. Le schiave dicevano che era ancora bella...ma le schiave dicevano sempre cose simili.

Aveva quasi dodici anni quando l'imperator, in veste di pontifex maximus, aveva estratto il suo nome, e in quel momento la vita le era parsa finita. Avrebbe voluto sposarsi, avere una famiglia, dei bambini...invece no. Ora del cognomen di suo padre rimaneva solo lei. Anni e anni al servizio dell'Impero e della dea del fuoco, innumerevoli giorni passati a gestire i testamenti che arrivavano da ogni dove, a vegliare la fiamma, ad assistere ai rituali, a vegliare la fiamma, a insegnare alle novizie, a vegliare la fiamma...anche se non capiva come mai dovessero procedere ancora con quei riti vecchi di secoli. La dea non aveva mosso un dito per salvare Celia Concordia o le altre sacerdotesse che si erano sacrificate per adempiere ai loro compiti. Non si era mai degnata neanche di salvare una, una sola delle sacerdotesse che venivano scoperte con degli uomini e venivano condannate ad essere sepolte vive. Certo, non era più accaduto da almeno cento anni, ma non si era mai sentito parlare di vestali liberate dai loro carcerieri da un'improvvisa lingua di fiamma, o sciocchezze del genere. Vesta non si preoccupava neanche se il voto di casitità veniva infranto, Hortia sapeva che la sua assistente Valeria e almeno altre due delle ragazze più grandi avevano degli amanti...no, in realtà la dea di quello se ne preoccupava, e molto.
La donna aggrottò la fronte mentre cercava con lo sguardo un punto sul pavimento, apparentemente indistinguibile dagli altri.
Era appena stata promossa vestale a pieno titolo con le altre sue compagne, quando una notte erano state svegliate da delle grida terribili. Si erano dirette verso il tempio, e al loro arrivo erano state accolte da una scena orribile.
Sul liscio pavimento di marmo giacevano due corpi semicarbonizzati. Uno avvolto da brandelli di lino bianco, l'altro con la corazza di una guardia pretoriana.
Lo scandalo era stato messo a tacere – ci mancava solo un episodio del genere per istigare i cristiani, solo qualche settimana prima un epischopo era stato arrestato per aver definito il tempio di Vesta "il lupanare privato dell'imperator"– ma ne' Hortia ne' tutte le altre avevano dimenticato l'odore atroce della carne bruciata, lo sgomento quando si erano rese conto che Ofelia aveva commesso il più tremendo dei sacrilegi: aveva portato il suo amante nel tempio, e forse voleva...voleva giacere con lui in quel luogo sacro?
Eppure Ofelia lo sapeva, lo sapevano tutte loro. Le storie sugli dei erano piene di blasfemie del genere e di punizioni altrettanto orribili. Atalanta e Ippomene, trasformati in leoni. Medusa, la cui chioma era diventata un groviglio di serpi. A quanto pare Vesta poteva essere benevola sul fatto che loro avessero degli amanti, ma non transigeva sulla sacralità del suo tempio di dea vergine.
E allora, perchè? Perchè non aveva salvato Celia Concordia? Perchè non aveva fermato Ofelia, invece di ucciderla?
Sentendo che le lacrime stavano per oltrepassare la diga, Hortia prese da una sacchetta che portava appesa in vita una manciata di incenso ed erbe e la gettò sulle fiamme. I granuli giallo opaco sfrigolarono sui ciocchi ardenti, spargendo il loro profumo penetrante, e lei si lasciò avvolgere da esso cercando di distrarre la mente. Non poteva lasciare che il dolore e i dubbi di una vita la sommergessero. Lei era la vestale maxima, erede della più antica e sacra delle tradizioni, di un tempo in cui il nome di Roma non era neanche comparso nella mente degli dei. E poi aveva delle figlie a cui badare, non poteva permettere che le bambine la sospettassero così fragile e rabbiosa.
I volti delle sei piccole novizie le balenarono davanti agli occhi, tra le fiamme. Aglaè, Kore, Selene, Servilia, Rufina...attualmente quella che le dava più preoccupazione era Melita, la figlia di Oppio Nepio Renato, che era cagionevole di salute e passava più tempo a letto nel suo cubiculum che fuori. Persino la piccola egiziana, nonostante avesse fatto fatica ad adattarsi al freddo e umido clima di Roma – lei che ci era nata non lo trovava tanto male, ma Selene era nata in Aegyptus – si era dimostrata più robusta.
La Tigrane era un'altro sasso nei calcei. Sveglia, volonterosa, diligente, questo sì...un po' altezzosa, forse, ma era nata principessa e visto il grado di spocchia che raggiungevano certe nobili romane poteva essere veramente peggiore. Il vero problema della ragazzina era la disciplina. Cosa ci trovasse ad andare a dormire sotto il vecchio albero, solo gli dei lo sapevano. Neanche l'essersi presa la febbre polmonare, l'inverno precendente, l'aveva fermata. Si era presa una coperta in più, lo scaldaletto ed eccola di nuovo là, ogni volta che allentavano la guardia.
L'ultima volta le aveva impartito una tale dose di scudisciate...non sarebbe stata in grado di sedersi per una settimana. Mentre il ramo di salice le sibilava sulle cosce, Selene aveva urlato, con gli occhi pieni di lacrime e rabbia: «Perchè? Perchè la Dea permette questo?» e lei aveva ribattuto, ferma e convinta come le pietre del tempio: «La Dea sa ciò che fa, ragazzina, e spero che sapesse cosa faceva quando ti ha scelta per entrare al suo servizio.»
L'affermazione aveva zittito la bambina, che non aveva più emesso un gemito per tutta la durata della punizione. Sorrise al pensiero, un sorriso amaro, di autoderisione.
Ah, Hortia, Hortia...confidi nella Dea solo quando ti fa comodo, per darti l'autorità per punire una novizia...e dubiti di lei quando ti mostra il suo vero volto...
Si alzò, aggiunse diversi ciocchi di legno al fuoco, si sistemò meglio sullo scranno e cercò di ritrovare un po' di pace interiore, ma il dolore e la rabbia di tanti anni passati lì dentro sembrava non darle tregua.

Quando riaprì gli occhi, le bastò muovere appena la testa che una fitta alle cervicali le annunciò trionfante che si era addormentata nella posizione più scomoda possibile. Tirò su la testa, ancora insonnolita.
Quando vide che non c'erano fiamme nel braciere davanti a lei, strinse le labbra. Con una certa fatica si alzò in piedi, si inginocchiò, e aiutandosi con le lunghe pinze di bronzo smosse i ciocchi semicarbonizzati in cerca di braci ardenti.
Non ne trovò.

Presa da un'ansia improvvisa, Hortia gettò di lato le pinze e spostò i legni con le mani, poi si mise a scavare nella cenere e nel carbone, sperando che qualcosa le scottasse le dita. Sollevò una piccola nube di cenere finissima che la fece tossire, ma niente. Il fuoco di Vesta si era spento.
Cos'ho fatto? Dea, ti prego, cos'ho fatto? La vestale maxima si strinse convulsamente le mani al petto, macchiando di grigio la veste di lana bianca. Le immerse di nuovo nella cenere, ribaltò e grattò...si alzò e corse alle lampade ad olio che illuminavano il tempio, ne staccò una dal suo supporto e cercò di dare di nuovo fuoco al legno.
Avrebbe avuto migliori risultati cercando di incendiare la Colonna Traiana. Il legno di pino, legno resinoso, che in altri momenti avrebbe visto le fiamme ardere furiose, rimaneva lì inerte.
Hortia singhiozzò, terrorizzata, e lacrime silenziose cominciarono a scorrerle lungo le guance. La Dea l'aveva punita perchè lei, una mortale, aveva osato giudicare le sue azioni? Poteva essere. Aveva bisogno di una vittima sacrificale? Poteva essere. Qualsiasi cosa fosse, al sorgere del sole la sua vita sarebbe finita. Le parve di risentire la voce dell'imperator, il giorno in cui era entrata al servizio di Vesta: "Il fuoco sacro della Dea non può essere acceso da mani umane."
E le sue lo erano, senza dubbio.
L'avrebbero portata al campus sceleratus1 e sepolta viva.

Tornò allo scranno e si sedette composta, cercando di ripulire dal viso le tracce di cenere, poi si avvolse la palla di lana attorno alla testa e alle spalle. Almeno, sarebbe morta con tutta la dignità che secoli di storia avevano imposto ai romani.
Fu proprio mentre il dolore e la paura avevano lasciato il posto a un apatico vuoto mentale che un rumore di passi la riscosse.
Non dovrò neanche aspettare l'alba.
Fissò la porta, aspettandosi di vedere Valeria o Nautia. Invece, fece capolino il visetto di Selene, che entrò senza far rumore e si chiuse la porta alle spalle. Si doveva essere appena alzata dal suo giaciglio ai piedi dell'albero, dato che aveva la veste da notte sporca di muschio e foglie nei capelli.
«Domina, ho sentito qualcuno piangere...» la ragazzina si fermò a metà strada, fissando inorridita il braciere spento e freddo. Guardò Hortia, guardò il braciere, e fu l'espressione di terrore su quel visetto a far rendere conto realmente alla vecchia vestale la portata della cosa...Allo stesso tempo, non le importava più di niente. Anzi, riuscì persino a sorridere debolmente.
«Vesta ha deciso che non mi vuole più al suo servizio. Vai a svegliare Valeria, lei saprà cosa fare.»
Selene non si mosse. Continuava a fissare alternativamente lei e il braciere, con un'espressione incerta che in un'altra situazione sarebbe stata decisamente comica.
«Selene, bambina...vai a chiamare Valeria, non preoccuparti per me.»
«Domina, avete provato a riaccenderlo?»
Belle novizie ho tirato su. Come me, non ci penserebbero due volte ad accendere un falso fuoco, se solo fosse possibile.«Non si accende. E non si accenderà mai...»
Selene si morse appena il labbro, poi si diresse verso il braciere e si inginocchiò accanto ad esso.
«Ci ho già provato, non ci sono braci. É inutile...solo la Dea può riaccendere il suo fuoco.»
Lo aveva visto infinite volte, a nel mese di Marte, levarsi dal legno intriso d'olio, accendersi da un raggio di sole catturato da un vaso pieno d'acqua. Come una magia. Solo gli dei potevano fare una cosa simile.
La bambina la guardò con aria piena di rimprovero.
«Mia madre mi ha insegnato che non bisogna mai chiedere agli dei di fare quello che possiamo fare da soli.»
Lo disse in una maniera così seria e convinta che Hortia non trovò la forza di ribattere. La vide rivoltare piano i ciocchi come aveva fatto lei, ridisporli ordinatamente come se ardesse ancora. Poi, con una manina sporca di cenere la spinse lievemente indietro e lei la lasciò fare.
Selene appoggiò piano le mani sopra il più grande dei ciocchi, e all'improvviso la fiamma balenò di nuovo. Alta, brillante, come se non si fosse mai spenta. Lingue di fuoco percorsero il legno, scoppiettarono sulle gocce di resina, fusero i resti di incenso e incendiarono le gocce d'olio versate in quel patetico tentativo di ridare vita a quel fuoco che ora ardeva come se niente fosse successo.
Ma era successo. Il fuoco si era spento, e...Hortia girò lo sguardo di scatto dalle fiamme alla bambina, che ora sbadigliava a piena bocca.
«Posso tornare a dormire, ora?» disse, gli occhi stanchi, quasi parlasse al fuoco e non a lei.
«Vai...vai pure, cara. Non dire niente alle altre, vuoi?» La voce di Hortia tremava. Selene annuì e dopo pochi passi era sparita dietro la porta.
La vestale maxima tornò allo scranno, aggrappandosi ad esso come se fosse il relitto di un naufragio. Rimase a fissare le fiamme per tutto il resto della notte, poi quando all'alba Nautia venne a darle il cambio si diresse come una furia alle sue stanze, tirando giù dal letto la schiava che le faceva da segretaria personale e quella che le raccoglieva i capelli nella complicata acconciatura cerimoniale.
«Carite, manda un messaggero a palazzo. Devo vedere l'imperator il prima possibile.»


Note:
1 - Campus Sceleratus: vicino all'attuale Porta Collina, era il luogo dove venivano sepolti i condannati a morte e le vestali che lasciavano spegnere il fuoco sacro, o avevano infranto il voto di castità.

1 commento:

  1. Sempre molto emozionante il racconto sulle Vestali... non vedo l'ora di leggere il seguito!

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