RACCONTI: Il fuoco di Vesta - cap. 6


Se qualcuno pensa che la vita di una sacerdotessa sia tutta riposo, quel qualcuno si sbaglia di grosso.
Aveva passato il primo anno di noviziato in una specie di nebbia, tra la nostalgia del suo caldo Aegyptus e quella per i genitori. Ora, a due anni dal suo ingresso al Tempio di Vesta, Selene pensava che bisognava veramente amarli, gli Dei, per scegliere una vita simile. Una vita di servizio.
Certo, non poteva paragonarla come difficoltà e fatica a quella di un minatore, di un soldato o di un contadino: non le sarebbe neanche passato per la mente. Ma era tutto così...strano.
Come figlia dei principi di Aegyptus, era abituata ad un certo rispetto da parte della gente. La gente si era sempre inchinata di fronte a loro...lei, suo fratello e i suoi genitori non potevano fare un passo fuori dai grandi palazzi di Thebae e Alexandria senza una nutrita scorta – a parte quelle volte che pater aveva portato fuori lei e Cumar travestiti per una scorrazzata fuori città e mater era quasi impazzita quando non era riuscita a trovarli – ma essere una vestale era molto di più che essere una regina. 
Quando uscivano dall'atrium vestae, anche solo per andare a trovare i genitori, venivano seguite da un littore curiale1, uno dei simboli più antichi della dignità regale romana. Vedere quella schiera di bambine – perchè lei non era neanche la più piccola, Servilia aveva un anno meno di lei – trattate in maniera così solenne non appariva per niente strano: ancor più sconvolgente era stato scoprire che ora anche lei, come i suoi genitori, aveva potere di vita e di morte.
Era accaduto solo qualche mese prima: loro e le Vestali anziane dovevano partecipare ad un sacrificio al Lupercale2, quando erano incappate in un gruppo di legionari che stavano scortando un prigioniero verso la via Appia per essere crocifisso. Al vederle, il condannato si era gettato verso di loro, tirando le catene che gli segavano i polsi e le caviglie. 
«Per cosa è condannato quest'uomo?» aveva chiesto la vestale maxima alle guardie con voce calma.
I legionari si limitarono a tirare indietro la testa all'uomo, in modo che domina Hortia potesse leggere il titulus3 che gli era stato messo al collo.
«Eri uno schiavo e hai ucciso il tuo padrone...» «Domina, sono innocente! É morto nel sonno...» prima che potesse continuare, le guardie tirarono di nuovo le catene, costringendolo a tornare accanto a loro.
«Proseguite, signore, questo relitto non vi disturberà più.»
A quelle parole Hortia aveva sbuffato visibilmente.
«La dea lo ha messo sulla nostra strada, perciò secondo il suo volere e la legge dobbiamo fare il nostro dovere. Spostati, uomo.»
Aveva pronunciato quelle parole con tutta l'implacabile fermezza di secoli di tradizione. Opporsi non era minimamente contemplabile e l'ufficiale aveva chinato il capo.
Hortia si era voltata verso le sue allieve.
«Servilia, tocca a te.»
Da quando avevano capito in che direzione andavano le cose, tutte loro avevano preso a ricordare freneticamente le parole esatte da dire. Da quando erano entrate al Tempio erano state addestrate a memorizzare interminabili preghiere, riti, frasi e gesti, il loro significato, la loro esatta pronuncia, perché bastava anche solo un errore e la cerimonia andava compiuta da capo. I pianti e le proteste per i fallimenti e le punizioni erano all'ordine del giorno.
Selene era sicura che anche Servilia si ricordasse bene le frasi del rito, ma la sua piccola compagna si era ritratta tremante dietro alle gonne della vestale maxima. E non c'era da stupirsi...quell'uomo era stato frustato fino quasi a far sporgere le ossa dalla carne, il volto tumefatto dalle bastonate, e puzzava in maniera rivoltante persino a cinque passi di distanza.
«Servilia, obbedisci...» 
«Lo faccio io.» 
L'avevano guardata tutte. Aveva parlato per evitare una punizione all'amica riluttante, ma poi sentì quel qualcosa, quella sensazione che associava sempre alla Dea che l'aveva chiamata e che poteva descrivere solo come “il rintocco di una campana”.
É importante per la mia preparazione...
Si era voltata verso una delle vestali, che reggeva una grossa ciotola coperta, e la donna si era abbassata affinché lei potesse togliere il coperchio. Era piena di mola salsa4 che avevano preparato alle precedenti idi di maggio. Ne aveva preso un pezzo ed era avanzata fino al condannato, cercando di resistere alla tentazione di tapparsi il naso.
«Per volere di Vesta, Madre di Roma, Madre dei Romani, Madre nostra, per le sue fiamme che purificano...tua madre ti ha partorito, Madre Vesta ti fa rinascere. Che la fiamma sacra arda il tuo crimine e la tua anima rimanere lontana dalle rive dello Stige.»
Lo aveva detto tutto d'un fiato, ma a quanto pareva non aveva sbagliato niente, perché la bacchetta di salice di domina Valeria non era sibilata sul suo fondoschiena. Poi aveva teso la mano e sparso i frammenti di mola salsa sulla testa del condannato, come facevano per le vittime dei sacrifici. Ma in quel caso, sarebbe stata una purificazione.
Lo schiavo aveva sussultato quando il farro misto a sale gli era caduto sulle ferite che gli costellavano la testa, poi il suo sguardo si era rischiarato ed era caduto a terra piangendo di gioia e mormorando parole incomprensibili, mentre il capo dei legionari sospirava e mandava uno dei suoi ad avvertire che l'esecuzione era stata annullata.
«Cosa gli farete adesso?»
«Sarà venduto al mercato, piccola domina.»
Selene aveva stretto le labbra, sperando di non farlo andare incontro ad un destino peggiore della morte. Anche se di destini peggiori della crocefissione ce ne dovevano essere ben pochi. 


Riti a cui presenziare, tutta la legge sacra tramandata da Numa Pompilio5 e dalla ninfa Egeria da conoscere a memoria, assistere le vestali titolari durante la custodia del fuoco sacro, gestire con cura l'immenso archivio dei testamenti e degli atti privati che ogni cittadino romano poteva affidare alla custodia del Tempio, e poi i riti segreti ignoti alla gente comune, come l'imparare a leggere i presagi dalle fiamme danzanti...
E sopratutto, sempre e comunque, l'onnipresente memento alla propria verginità e alla terribile punizione che conseguiva alla sua perdita. E lì la faccenda si faceva intricata.
La storia era ben più complessa del semplice “non giocare a giumenta e stallone”...anche se almeno per i successivi trent'anni nessuna di loro avrebbe potuto sapere in prima persona cosa significasse esattamente.
Ma, secondo le lezioni di domina Valeria, le prime vestali, all'epoca di Lavinium6, non solo potevano avere degli amanti senza sposarsi – veniva considerata anzi una grande benedizione giacere durante le grandi feste della fertilità con una di loro - ma addirittura potevano partorire dei figli! 
La situazione era precipitata perché spesso le vestali venivano scelte tra le figlie del re, e quei figli di sangue reale erano spesso stati usati e manovrati per scalzare altri possibili eredi al trono...o addirittura il re stesso.
Per questo era arrivato il grande e terribile divieto7.
«Ma non dimentichiamo che queste leggi sono fatte per proteggerci e tutelarci, e attraverso noi, tutelare Roma. Finchè noi rimaniamo protette ed inviolate, lo è anche la città.» aveva detto domina Valeria, ma con un tono ufficiale e distaccato, come quando mater Bastet parlava del nonno che lei e Cumar non avevano mai conosciuto.
Una legge degli uomini, dunque, non una legge della Dea, che peraltro non aveva detto niente quando una notte Selene aveva riconosciuto i passi della loro maestra andare e venire dal giardino.
Mentre si chiedeva come si potesse far convivere amore e dovere, Selene scivolò nel sonno. 

Fu svegliata da una secchiata d'acqua che la fece urlare.
«Di nuovo? Vieni qui, piccola disgraziata...»
Domina Hortia la prese per un orecchio e la costrinse in piedi, facendola poi voltare contro il tronco dell'albero sotto cui si era rannicchiata per dormire come faceva da quasi due anni, l'albero a cui si appendevano le chiome delle novizie che venivano quasi rasate a zero all'ingresso nel tempio.
«Stavolta saranno venti, ma se ti pesco di nuovo a dormire fuori dal tuo cubiculum...»
La vestale maxima prese la bacchetta di salice dalle mani di domina Valeria e cominciò a scudisciarla, contando ognuna di quelle sferzate ad alta voce. 
«Unum!» 
«Duo!» 
«Tres!» 
Alla quarta Selene si mise a piangere. 
«É qui! Non capite? La Dea è qui!» 
«La Dea è lì, impertinente che non sei altro...» sibilò Hortia indicando la rotonda del tempio «...cosa stai farneticando?» 
Silenzio. Selene la guardò con aria smarrita. Perché proprio in quel momento Vesta taceva? Perché non le diceva cosa rispondere, perché aveva quel dannato impulso di dormire lì sotto, a costo di buscarsi la febbre polmonare come era accaduto lo scorso inverno? Perché aveva risposto che la Dea era lì, se non sapeva neanche cosa stava dicendo?
«...sarai anche stata la principessa di Aegyptus, ma qui sei una novizia di Vesta, e devi obbedienza a noi sacerdotesse anziane come alla Dea stessa! Quinque!» 
Le scudisciate ricominciarono, implacabili, ma peggiore del dolore era lo sconcerto: se Hortia aveva ragione, allora lei era pazza? O era Hortia a non sentire che la Dea stava bruciando nel tempio come ogni giorno, ma che era anche accanto a loro? 

Note:
1 - Littori: erano una speciale classe di servitori delle più alte cariche dello Stato romano. Accompagnavano i magistrati portando i fasci littori, avevano compiti di protezione e spesso di punizione dei crimini. Quelli adibiti alla scorta delle cariche religiose non avevano i fasci. 
2 - Lupercale: uno dei luoghi sacri più antichi di Roma, la grotta dove Romolo e Remo sarebbero stati allattati dalla lupa. 
3- Titulus: era un piccolo cartello, appeso al collo del condannato a morte, che indicava il reato commesso. 
4- Mola Salsa: una focaccia sacra di farro e sale, i cui frammenti venivano sparsi sugli animali per renderli sacri e poterli immolare, appunto. 
5 - Numa Pompilio: il secondo re di Roma, sposo della ninfa Egeria e promulgatore delle principali leggi, religiose e non. 
6 - Lavinium: il primo insediamento fondato da Enea in Italia, dunque una delle città che “generarono” Roma. 
7 - Dagli svarioni di Bastet sul perchè di un divieto simile.

2 commenti:

  1. Veramente bella questa ricostruzione degli antichi riti di Roma... non credo che ci siano oggi tante persone a conoscerli, forse giusto qualche studioso... nella convinzione dei più, le divinità di Roma erano quelle equivalenti alle divinità greche, quindi Giove = Zeus, Diana = Artemide, eccetera.. in realtà la religiosità romana si esprimeva - almeno fino all'età imperiale - con una galassia di divinità che erano di gran lunga precedenti a quelle per così dire "importate" dalla Grecia.. mi sembra pertanto un doveroso omaggio alla realtà storica questa vostra operazione di "recupero", ed è tanto più sorprendente se inquadrata nel contesto generale di una ucronia. Complimenti !!! Molto importante il lavoro di annotazione a piè pagina, che rende comprensibili a tutti i termini originali utilizzati. Bravi !

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    1. Grazie Leonardo! Non sai quanto mi hai commosso con questo commento così mirato...il mostrare la religione romana a prescindere - per quanto possibile - dall'influenza greca era uno dei miei obiettivi principali, e sono contenta di averlo raggiunto.
      Se l'argomento ti interessa, ti consiglio questo magnifico testo che ho avuto il piacere di recensire:
      http://demiurghiracconti.blogspot.com/2012/09/biblioteca-miti-romani-il-racconto.html
      Grazie ancora!
      Divinamente tua, Bastet

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