Dvergamothr - cap. 2

Giunsero nel giro di pochi minuti al casolare di Angus, Ivar ancora purpureo sulle gote e Mantya che trotterellava al suo fianco come una bambina.
Le sembrava di essere tornata indietro nel tempo, quando la balia le raccontava le storie del popolo delle rocce, degli abitanti fatati dei boschi e del grande e vasto mondo oltre le fosche finestre della magione. Un Nano…
Mantya bussò prima di entrare, annunciando inoltre che vi era un ospite. Berta aprì la porta, sorridendole timidamente, ma quando vide Ivar, imbrattato di sangue com’era, emise un urlo stridulo e fuggì.
Ah, queste contadinotte… pensò mestamente Mantya.
Entrò quindi, trovando la donna rintanata tra le braccia del marito, e i bambini confusi che zampettavano per la stanza.
“Zitta donna, mi stai mettendo in imbarazzo” disse Angus rivolto alla moglie. Voltò poi gli occhi verso Mantya ed in tono gentile e ironico chiese: “Chi è l’ospite che ha tanto spaventato mia moglie? Un demone dell’Abisso?”
“Un ospite importante, di contro. Un viandante, che chiede di poter trascorrere la notte sotto un tetto. Credo anche che qualcosa di caldo nello stomaco non gli dispiaccia” Sorrise all’indirizzo di Ivar, ancora all’esterno e nascosto nell’ombra, porgendogli la mano ad invito.
Il Nano mosse pochi passi che produssero tonfi sordi sul pavimento in legno e venne illuminato quindi della luce cada del focolare.
Fu allora che anche Angus perse la calma e sobbalzò all’indietro. L’odore del sangue era penetrante e terribile a sentirsi, e l’impressionante stazza di Ivar, nonché la sua enorme ascia, contribuirono a portare tensione e spavento.
Il Nano si profuse in un inchino solenne, come se davanti a sé non avesse la famiglia di un contadino ma un nobile di alto rango. Disse quindi con voce profonda: “Ivar, figlio di Ragnarr, al vostro servizio e della vostra famiglia. Gli Dei vi arridano e in eterno custodiscano il vostro focolare.”
Vedendo che nonostante il saluto formale la tensione non era scemata, Mantya sfiorò una spalla del Nano e aggiunse: “Angus, il qui presente Ivar è colui che, apparso dal nulla, ha portato la salvezza alla nostra comunità mettendo in fuga i briganti. Senza il suo aiuto probabilmente le vittime di oggi sarebbero state molte di più, ed io…” prese il respiro, cercando di dominare la propria mente dal ricordo spaventoso di quanto era in punto di accaderle, “io sarei stata violata. Quelle bestie avrebbero abusato di me. Ivar mi ha salvata”.
“Può dormire nel fienile. È asciutto e relativamente caldo.” Disse Angus balbettando.
“Ve ne sono grato. La vostra ospitalità è generosa. Posso avere una tinozza d’acqua? Vorrei presentarmi come si conviene alla vostra tavola”
“Usa il pozzo che si trova fuori. Ti chiameremo per la cena” rispose rapidamente il contadino.
Ad Ivar venne indicato il pozzo nel retro della casa, un semplice buco nella terra protetto da un muricciolo di pietre a secco, con una carrucola per prelevare i secchi carichi d’acqua. Ivar con gioia rimosse le vesti pesanti e l’armatura, ed il clangore delle piastre ed il tintinnio della cotta di maglia risuonarono nella sera insieme al gracidio delle rane.
Rimase a torso nudo e, usando un panno bagnato, provvide a strofinare via polvere, fango, sudore e sangue dal corpo. Il vello sul petto catturò delle gocce d’acqua, che alla luce della luna parvero scintillare come perle. Altre ancora scorsero lungo le scarificazioni che ne brutalizzavano il fisico marmoreo, disegnando tristi figure di ricordi indelebili. Terminata la pulizia, il Nano si rovesciò sul capo il secchio. Il contatto con l’acqua fredda gli fece correre dei brividi lungo la spina dorsale, rinfrescandolo nel corpo e ristorandogli la mente ancora invasa dalla morte.
Capelli e barba gli si attaccarono al torso, e subito scosse violentemente la testa, causando una nube di spruzzi. Sedutosi quindi accanto al pozzo attese di essere chiamato, lasciandosi asciugare dall’aria della sera. Il gracidio delle rane, il frinire degli insetti, la voce del vento tra gli alberi da frutta lo distrassero e con lo sguardo seguì il volo di alcuni uccelli.
Uno di questi gli si posò poco distante, beccando il suolo in cerca di cibo. Gli occhi di Ivar, avvezzi all’oscurità come alla luce, distinsero chiaramente il colore del piumaggio, scuro con venature bluastre, il lungo becco nero e i movimenti a scatti della testa.
Un corvo, pensò.
D’un tratto l’uccello voltò la testa in sua direzione. Al Nano parve di essere fissato dal corvo, il quale non mosse il capo come ci si aspetterebbe. La luna si riflesse nelle buie iridi dell’animale, emettendo un baluginio argentato. Ivar rimase paralizzato per ciò che vide. Forse un gioco d’ombre, forse la stanchezza, ma al Nano parve che il becco del corvo si fosse curvato in una sorta di ghigno. Prima che egli potesse reagire in qualche modo, il corvo si librò in volo, senza emettere un suono.
Un segno! Il Grande Padre mi ha inviato un segno!

La voce della fanciulla lo risvegliò dal torpore: “Ivar, venite! La cena è pronta in tavola!”
Il Nano si alzò quindi, estrasse dal bagaglio una tunica di cotone blu e grigia e la fermò con il cinturone a doppia fibbia. Avendo i capelli ancora umidi scelse di raccoglierli in una lunga e voluminosa treccia. Legò insieme le piastre e la cotta allo zaino, e sollevato il tutto senza sforzo apparente si diresse verso dove aveva udito provenire la voce.
Trovò Mantya sulla soglia con un sorriso raggiante che lo invitava ad entrare. Nella stanza principale della casa era stata apparecchiata una tavola di legno, larga abbastanza da poter accogliere almeno una dozzina di persone. Sulla tovaglia erano disposti molti piatti di coccio, una pentola in rame da cui si spandeva un profumo invitante. Alcuni spiedi di ferro arroventati si trovavano sopra il focolare, e su questi veniva cotta della carne.
Angus andò incontro all’ospite. “Perdonaci per come prima ti abbiamo accolto, Ivar, ma in un primo momento siamo rimasti impressionati dal tuo aspetto feroce. Ti prego, siedi, unisciti a noi.”
Gli indicò quindi il posto a capotavola. Ivar sedette, e Angus si accomodò alla sua destra. Mantya era all’altro capo del tavolo, la sua compostezza ed il suo aspetto elegante ben contrastavano con l’ambiente rustico. Berta, con indosso un grembiule ed un fazzoletto intorno alla testa, versò una porzione molto abbondante di zuppa dalla pentola nel piatto del Nano. Legumi, cereali e pezzetti di lardo galleggiavano in un denso sugo bruno, ed un odore piuttosto raro sfiorò le narici di Ivar: pepe e zenzero.
Il posto a capotavola poco distante dal fuoco, le spezie rare nella pietanza ed i caldi sorrisi commossero il Nano, poiché quella povera gente stava offrendo quando di più prezioso avesse in casa per onorarlo. Una pagnotta fragrante gli venne messa accanto al piatto, e una volta che tutti ebbero i piatti pieni poterono mangiare.
Mantya vide con quanta voracità il Nano si fiondò sul cibo. In un primo momento lo ritenne di poco garbo, essendo abituata a banchetti dove etichetta e rango erano più importanti del cibo. Poi però, quando egli vuotò il piatto, lo vide afferrare la pentola, alzarsi e riempire i piatti nuovamente di tutti coloro che erano a tavola. Compresa lei.
I figli di Angus non avevano occhi che per il Nano. Ne fissavano avidamente i movimenti e i lineamenti, come mangiava, come si guardava intorno, le espressioni del viso, le fattezze del corpo. il più piccolo, Hamish, non riuscendo a trattenersi, chiese: “Sei davvero un Nano? Non siete più bassi?”
Calò il silenzio. Mantya rimase con il cucchiaio a mezz’aria. L’argomento poteva essere alquanto imbarazzante per un appartenente ad un popolo il cui nome evocava una piccola statura. Il Nano però rise, e disse giovialmente: “Alcuni lo sono, piccolino. Ma i Nani sono alti solitamente attorno ai cinque piedi”
Nessuno comprese cosa volesse dire quell'affermazione, ma Mantya capì che la misura indicata dal Ivar era di origini antichissime, usata ancora negli ambienti colti. Si alzò in piedi e con la mano distesa indicò il proprio mento.
Hamish rimase sbalordito, poiché Mantya era alta e snella, e a quanto mostrava i Nani erano alti quanto buona parte degli esseri umani.
“Pensate ,bambini, esistono da dove provengo io dei Nani enormi, alti come querce e forti come le montagne. Noi li chiamiamo Jothnar, i Titani”.
“E quanti grandi sono?” Chiese Fergus, il più grande, con scetticismo.
Ivar si mise in piedi sulla sedia e sollevò le braccia più che poté. Le dita delle sue grandi mani sfiorarono il soffitto.
Domande di ogni tipo vennero rivolte al Nano, la curiosità dei bambini ormai più forte del timore iniziale.
“Basta bambini” disse Angus bonariamente, “gli fate solo confusione. Lasciatelo mangiare in pace!” Contrariati i piccoli si zittirono e si concentrarono sui loro piatti controvoglia.
Berta servì gli spiedi di carne, e nuovamente il Nano addentò la pietanza con gusto, leccandosi le dita e pulendosi la barba dalle briciole. Mantya allora venne colta da un dubbio: da quanto tempo non mangia? Da quanto non consuma un pasto seduto ad una tavola, circondato da volti amichevoli?
Gli chiese quindi educatamente, usando lo stesso lessico garbato del Nano: “Da dove venite, Ivar? Da quanto tempo siete in viaggio?”
L’interpellato inghiottì l’ultimo boccone e stette un istante a pensare. In seguito le rispose: “Lasciai la Grande Crepa sette cicli lunari fa, quando le foglie iniziarono a rosseggiare sugli alberi, ed il freddo vento soffiò per la prima volta”.
Angus intervenne: “La Grande Crepa? Vieni davvero da laggiù?” Agli sguardi interrogativi degli astanti rispose immediatamente il contadino: “Ho conosciuto un bottaio anni fa che ci era stato per commerciare, ma dista mesi di viaggio da qui. Si dice che sia l’ultimo regno dei Nani, ormai sempre più difficili da incontrare per il mondo. E si dice anche che i Nani stiano scomparendo”.
Mantya vide uno strano lucore nello sguardo di Ivar, divenuto per un istante freddo e affilato come l’acciaio. Portatosi la coppa di coccio piena d’acqua alle labbra, disse enigmaticamente: “Così si dice. Ma sì, la Grande Crepa mi ha dato i natali”.
Vuotò quindi d’un fiato la coppa. Sbadigliò vistosamente, allungò le braccia producendo sonori schiocchi dalle giunture e si scusò abbondantemente, dicendo di essere stanco e di voler riposare. Angus gli rispose: “Hai fatto già tanto per noi oggi, ti sei meritato abbondantemente il tuo riposo. Ti auguriamo tutti la buonanotte, e grazie per aver onorato la nostra tavola”.
Berta a sua volta disse: “Mantya, perché non accompagni il nostro ospite al fienile?”
La fanciulla si irrigidì in maniera impercettibile. Si sentì a disagio: accompagnare uno sconosciuto, al buio e nella notte, verso un luogo isolato dove nessuno la avrebbe potuta vedere o sentire? Fu come se le avessero chiesto di presentarsi nuda ai cancelli della morte. Per diversi secondi non rispose, evitando di parlare e concentrandosi sulle stoviglie da lavare.
Ivar però dovette accorgersi della reazione della giovane, al punto che disse che avrebbero trovato tranquillamente la strada da solo, senza dover disturbare ulteriormente. Lasciò quindi il bagaglio in casa e portando con sé solamente l’ascia si diresse verso il fienile.
La famiglia di contadini si occupò di ripulire la tavola
“Cosa ne pensi del nostro ospite?” Chiese Angus alla moglie.
“Mi spaventa", gli rispose Berta, "È così diverso, così…strano. Non mi piace come guarda la gente. Mi è sembrato che mi strappasse l’anima dagli occhi...”



“Esageri, come sempre.” La liquidò con noncuranza l’altro, “Certo, è un Nano, ma cosa vuoi che ci faccia? È solo un viandante stanco!”
Mantya non si espresse. Aveva visto come Ivar aveva macellato decine di uomini come se fossero stati niente, senza battere ciglio. Cosa gli impediva, nella notte, di assalirli e radere al suolo la casa? Se combattenti armati protetti da armature non erano per lui una preoccupazione, cosa potevano rappresentare un mandriano e la sua famiglia?
Simili pensieri la tormentarono per diverso tempo. Le venne augurata la buonanotte da tutti, i bambini le diedero dei teneri baci sulle guance e ognuno si diresse verso la propria stanza. Quella di Mantya era ampia e confortevole, con un letto imbottito, un armadio dove potesse riporre le sue vesti e un catino per la toletta. La fanciulla si sciacquò il viso e si rinfrescò il collo passandovi le mani bagnate. I lunghi capelli dorati le accarezzarono le guance, così che ella dovette scostarli con un moto di stizza. Tolse il vestito lungo e rimase con la veste intima, di delicato tessuto ricamato, un memento di una vita passata tra i fasti.
Nonostante fosse stesa nel comodo letto, i pensieri la stilettarono con insistenza. Le visioni le si accavallarono davanti agli occhi: la città che la aveva vista ospite e prigioniera prima fiorente e prospera ed inseguito macerie e rovine, Tiberius Neranube e la sua corte, le bassezze delle amanti occasionali lasciate a dissanguarsi le une contro le altre, il cinismo dei cortigiani. Rivide ogni cosa, ogni istante. I genitori che la abbandonarono crudelmente, ancora ragazza, alla porta di un capitano di ventura divenuto conte. La volta in cui divenne donna, controvoglia e con dolore estremo. Le occasioni in cui veniva convocata per soddisfare i bisogni carnali di questo o quell’aristocratico.
Lacrime la colsero, come ogni notte. Non vi era stata pace per lei nemmeno nella salvezza. Fu allora che rimembrò un dettaglio della fatidica notte che la rese una sopravvissuta, quando fuggì dalla devastazione. Il corpo di un Nano ucciso da molte lame conficcate nel petto, con ancora l’ascia in pugno, riverso su una catasta di cadaveri, ed una Nana, la sua compagna, che con il proprio corpo difendeva dalla morte il suo bambino piangente.
Non riuscì a resistere e, poiché il sonno le mancava, uscì dalla stanza a passi leggeri. Attraversò la casa in tutta la sua grandezza a piedi scalzi, evitando di fare rumore e svegliare tutti. Solo quando fu all’esterno infilò le scarpe e silenziosamente si diresse verso il fienile. La grande costruzione di legno era poco distante, ma impiegò parecchio tempo ad avvicinarsi, in quanto temette di essere scorta dal Nano.
Cosa stai facendo, pazza? Perché stai andando lì? Se ti scopre a spiarlo ti ammazza! Pensò con un fremito.
Giunta alla porta del fienile però udì un profondo raspare, una sorta di rantolo unito ad un ringhio. Non riuscì a capacitarsene: il Nano stava davvero dormendo beato, per di più russando sonoramente!
Rasserenata dal non doversi preoccupare di aggressioni nella notte, Mantya se ne ritornò verso casa. Una parola però raggiunse le sue orecchie, raucamente pronunciata nel sonno da Ivar.
Ametista.

Nel pieno della notte Mantya si svegliò. Era ancora buio all’esterno, ma qualcosa la aveva turbata nell’incoscienza del sonno. Restò in ascolto. Solo i suoni della notte.
Ma di sottofondo udì qualcos’altro. Un cupo brontolio, simile ad un tremore lontano. Preoccupata si affacciò alla finestra affinché potesse capire cosa effettivamente avesse udito.
Ecco, distintamente, intese qualcosa. Sembrava un canto in una lingua incomprensibile. Riconobbe allora la voce del Nano.
Che non riesca a dormire? Ma se fino a poco fa russava!  Si chiese.
Dal momento che nemmeno lei riusciva più a chiudere occhio, riattraversò la casa e uscì nella notte. Mano a mano che si avvicinava al fienile la voce di Ivar si rendeva sempre più distinguibile seppure non ne comprendesse una parola. Giunta alla porta della costruzione bussò educatamente ma con vigore, per farsi udire.
Uno sferragliare improvviso provenne dall’interno del fienile unito ad un’imprecazione che suonava come skeggir-garm, o qualcosa di simile. La porta venne spalancata all’improvviso ed Ivar irruppe all’esterno ringhiando come un orso, ascia nella mano. Solo quando vide la giovane la sua espressione mutò dalla rabbia alla sorpresa.
“Mantya? Cosa ci fate qui? Non dovreste avventurarvi al buio in piena notte” esclamò il Nano.
Mantya, spaventata in un primo momento, disse candidamente: “Volevo accertarmi che tu stessi bene. Avevo sentito la tua voce, quindi ho creduto che ti servisse qualcosa”.
“No…no, grazie. Non è successo nulla. Mi duole avervi svegliata, perdonatemi”.
Calò un imbarazzato silenzio, in entrambi si fissavano i piedi, non sapendo cosa dirsi.
“Mi è parso che tu stessi…cantando…” asserì Mantya.
“Si,” proseguì Ivar, “poiché il sonno è un dono di cui sono privo, ho pensato di tenermi compagnia cantando, cosa che faccio da quando sono in viaggio. Ma è il caso che smetta immediatamente, avete ragione a farmi notare che posso essere udito”:
“Ma non disturbi affatto. Persino io faccio fatica a dormire, e mi è bastato un suono estraneo per svegliarmi.”

“A tal proposito…” aggiunse la giovane con fare cospiratorio, “…non potrei ascoltarti un po’? Giusto per conciliare il sonno, poi tornerò in camera”.
Titubante il Nano annuì con la testa, quindi invitò Mantya ad entrare nel fienile. Si sedettero a terra, su quel che restava del fieno utilizzato durante l’inverno. Il Nano era a gambe incrociate, i gomiti poggiati sulle ginocchia. La fanciulla era poggiata sui talloni, le mani che stringevano l’orlo della vestaglia.
Ivar la osservò. Sembrava una ragazzina in attesa di ricevere un dolcetto, con gli occhi scintillanti d’aspettativa e intenta a mordersi il labbro inferiore. Il Nano si schiarì la voce con un colpo di tosse, assunse una posa drammatica ed iniziò a cantare. Fu un punto a suo favore il fatto che utilizzò il comune parlato piuttosto che la sua lingua natia, così dura e aggressiva.

Salute a te giorno
E a voi figli del sole
Salute a te notte
E a voi stelle, sue figlie.
Nelle Sale del Padre vi è un posto vuoto
Che attende i figli dell’Acciaio
Oh lì vedo il Grande Padre chiamarmi
E la Madre sorride verso di me.
Sulla tonante nube di scudi egli veglia
Dalle fiamme splendenti ella osserva
Con scudo infranto e asce insanguinate
Ecco siedo
Con l’armatura distrutta e l’elmo spaccato
Ecco banchetto
Con cuore ardente e gioia feroce
Ecco bevo
Poiché il posto vuoto nelle Sale degli Dei è per me,
e lì attende che lo riempia

Nonostante il tetro contenuto dei versi Mantya si sentì rapire dal canto del Nano. Vide davanti a sé armate di guerrieri barbuti marciare battendo le asce sugli scudi, le parve di sentire il boato del metallo unito alle assordanti urla di guerra. Nonostante non fosse molto attaccata ad una particolare credenza, avendo essa rifiutato che un qualche caritatevole dio le avesse concesso la sua triste esistenza, le parve di vedere vasti saloni illuminati da una luce bianca abbagliante, di sentire il calore di un abbraccio e di un sorriso. Le parve come di essere benvoluta in quel luogo che il canto di Ivar le evocava davanti agli occhi.
Terminato, Ivar disse: “Ebbene cosa ne pensate? Le canzoni della mia gente sono molto più evocative se cantate in coro nella mia lingua. Dei, mi sento così inadeguato! Ho scelto un canto di battaglia che poco si adatta a voi, Mantya.”
La fanciulla però lo fissava con gli occhi spalancati e la bocca semiaperta, colta dalla meraviglia.
“Ti prego Ivar, cantami qualcos’altro. Hai una voce così bella.” Chiese supplichevole Mantya.
Ivar inspirò, chiuse gli occhi e attese. Il vento della notte accarezzava le bionde chiome di entrambi, fresco e gentile. La voce del Nano d’un tratto rispose al richiamo dell’aria fredda, profonda, roca, ma al tempo stesso calda e rassicurante.

Ho udito dalle profondità delle valli
Alto nei venti furenti
Dolce mormorante nelle distese
La triste voce della mia fanciulla
Passati i cancelli di pietra
Su campi e colline vado
Questo è il perché del mio lamento
Poiché non tornerò a casa
Noi, mio dolce amore,
non sussurreremo più assieme
il sudario già sento avvolgermi
e lacrime salate bagnare la polvere
la mia voce ti dono, mentre canto,
il mio cuore ti dono, mentre ti amo,
fanciulla mia, amore mio
e la tua triste voce odo

Mantya si sentì cullare da quella voce così strana ed affascinante. Il canto la commosse, incredula del fatto che in una creatura così possente potesse esserci tale sensibilità. Le palpebre le si abbassarono, si accoccolò accanto al Nano e sentendo ancora risuonare nelle orecchie quei versi si addormentò.


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