Dvergamothr - cap. 1

Con oggi cominceremo a pubblicare anche qualche racconto in stile fantasy tradizionale, scritti dalla nostra new entry Ivar Ragnarsson!


Dolce soffiava il vento da ovest, portando sulle sue ali la fragranza del mirto e del pesco, raro e unico in quel remoto angolo del mondo. Petali fluttuavano gentilmente nell'aria, carezzando come dita di amanti gentili ciò su cui si posassero.
Alla fragranza di fiori si aggiunse quella dell’erba tagliata di fresco, della terra bagnata da lieve pioggia. Uccelli di varie specie cantavano tra alberi e arbusti, diffondendo la loro melodia in quell’atmosfera idilliaca.
La regione si risvegliò dal gelo dell’inverno con solerzia, i contadini e i braccianti al sorgere del sole primaverile si affaccendarono nei campi, chi ad occuparsi della terra per le future semine, chi a spingere le greggi al pascolo.
Presto il belato mite delle pecore e delle capre si mescolò alla musica dettata dagli uccelli canori, e gli uomini si dedicarono alle loro mansioni. La pace regnava sovrana.
La bionda fanciulla osservava il tutto dall’ombra di un frassino. Dolci pendii declinavano ad est, punteggiati di macchie boscose e frutteti, mentre innanzi al suo sguardo si apriva la pianura, da cui si innalzavano lievi pennacchi di fumo provenienti da camini e casolari isolati. Il vento le scompigliò i capelli dorati, spargendoglieli innanzi al volto. Con un lievi movimento della mano si scostò le ciocche che le oscuravano la vista, rivelando due occhi verdi come le foreste che circondavano i colli, profondi, intensi ed espressivi. Nel suo sguardo puntato distrattamente sulle lontananze vi era rammarico e tristezza.
Le era stato insegnato che gli occhi erano specchio dell’anima, una porta attraverso cui si rende manifesto il pensiero o il sentimento. In quel momento vi era solo un’ombra che ne offuscava la luce.
Spaziò attraverso le verdi colline ed i pascoli erbosi, ripensando ai pendii di un luogo lontano, talmente distante da causarle fitte di dolore al petto. Rammentò una città, e grandi palazzi splendidi e meravigliosi come nemmeno i più grandi artisti tra gli uomini sarebbero stati in grado di creare. Pensò a delle voci, associate a dei nomi e a dei volti che aveva imparato a chiamare amici e fratelli.
Tutto ciò le mancava. In quella quiete non trovava riposo. Due inverni ormai erano trascorsi da quando aveva lasciato quella lontana città, quelle persone che tanto ella aveva imparato ad amare. Aveva creduto di poter tornare a casa, ma aveva dimenticato tutto.
Ogni cosa, ogni dettaglio, ogni aspetto di ciò che considerava il suo mondo era svanito in una caligine indistinta. E solo un nome, che non era nemmeno quello che sua madre le aveva donato alla nascita, la faceva rimanere ancorata alla sanità mentale.
Alcuni belati la distrassero dai cupi pensieri. Il buon Angus, un mandriano alto come un faggio e abbrustolito dal sole di tutte le stagioni, aveva ricondotto una pecora fuggiasca al gregge caricandosela sulle spalle. La famiglia del pastore la aveva trovata due inverni prima che vagava rantolando tra le sterpaglie, confusa e febbricitante. Erano certo persone semplici, avvezze principalmente al lavoro nei campi e ad avere a che fare con uomini altrettanto semplici, ma conoscevano bene il valore della dignità di una persona e l’importanza della solidarietà, così ospitarono in casa loro la fanciulla smarrita dandole cibo e un alloggio. Appena ella guarì dalla malattia, si rivelò molto riconoscente dell’ospitalità della famiglia, prendendosi cura dei bambini mentre Angus e sua moglie Berta erano nei campi e lavorando nella casa colonica dove fosse necessario.
Da troppo tempo però si sentiva fuori posto. Disperava continuamente di tornare a casa, e spesso si svegliava nel cuore della notte in un fiume di lacrime. L’affetto spontaneo datole da Angus e dalla sua famiglia non riempiva il vuoto che le opprimeva il cuore.
D’un tratto, un suono discordante frantumò come un delicato vetro l’atmosfera candida e bucolica di quei luoghi, un suono metallico e raspante. Cadde il silenzio su pascoli e boschetti, persino gli insetti tacquero. La fanciulla si alzò di scattò da dove era seduta. Un simile rumore era già presente nei suoi ricordi, ma di certo non era ciò che si aspettava di udire in un momento simile. Tuttavia rimase ad ascoltare, come a cercare una conferma di quanto avesse appena udito.
L’urlo angoscioso di una donna lacerò l’aria, seguito all’istante da risate sadiche di più uomini. Il vento portò alle narici della giovane donna l’odore di bruciato e quello metallico del sangue. Vide quindi levarsi dalle alture numerose colonne di fumo nero, dove sapeva esserci in corrispondenza altrettante case e cascine.
“Ci stanno attaccando!” Urlò con quanto fiato avesse in gola. Angus, poco distante, vide anch’egli il fumo nero e oleoso. A gesti indicò la propria casa ala fanciulla, indicandole di andare a cercare riparo lì. “Corri, svelta!” sbraitò. Chiamò quindi a gran voce i pastori, estraendo una roncola dalla sacca sulle spalle. Qui e lì dei mandriani accorsero al richiamo dell’amico, chi con forconi chi con accette.
Tutto inutile, pensò la donna. sapeva per esperienza che un simile di numero di colonne di fumo indicava una quantità infinitamente maggiore di aggressori, sicuramente organizzati e molto meglio armati. Quegli uomini che avevano contribuito ad accudirla in quei due anni sarebbero stati sicuramente soverchiati e massacrati, ma ugualmente corse verso la casa colonica di Angus.
Una volta raggiunta, chiamò Berta e le disse di portare al sicuro i bambini, nascondendosi tra i boschi. La donna più matura venne scossa dai brividi e si fece prendere dal panico. Urlò, si rannicchiò contro la porta di casa da cui provenivano i pianti disperati dei piccoli. Non mosse un muscolo neppure quando la bionda fanciulla la schiaffeggiò per farla tornare in sé.
Quest’ultima udì i rumori metallici di lame che si scontravano, unito al ben noto suono di carne lacerata e urla agonizzanti.
Avvertì una morsa al cuore quando le tornarono alla mente inquietanti immagini di immani massacri a cui aveva assistito.
Uomini armati fuoriuscirono dai boschi correndo ovunque. Molti indossavano cotte di maglia e giacche imbottite, tutti erano ugualmente armati e pericolosi.
Un gruppo poco distante la vide. Capite le loro intenzioni la ragazza tentò di fuggire ma questi la raggiunsero rapidamente.
Angoscia e terrore attanagliarono la fanciulla, che si dibatté quanto poté per liberarsi dalla presa di troppe avide mani. Tentarono di strapparle la veste, di trattenerla a forza e di sollevarle la gonna tra le risate sguaiate e i commenti più rozzi. La bionda giovane venne palpata e leccata su tutto il corpo, la paura le fece perdere la lucidità.
Per tutta la vita era stata costretta a subire, sempre sottomessa, sempre obbligata. Le parole le risuonarono nella mente e lacerarono ogni sua certezza, come già in passato: impotente, debole, fragile, inutile. Sei solo un corpo attraente. Nient’altro.
No vi prego vi scongiuro.
Aiuto…
Aiuto…
All’improvviso, una voce profonda e tonante, proveniente da un punto indistinto sbraitò: “Cessate questa follia, vili infami!”
Una figura apparve all’improvviso. Doveva essere alto circa un metro e sessanta, ma la larghezza delle spalle e del torace era tale da essere sovrumana, e le ampie e pesanti vesti invernali a stento sembravano contenerne la colossale muscolatura. Un mantello di pelliccia nera contribuiva a farlo apparire più imponente. Lunghi capelli dorati gli scendevano fino a metà schiena, e una foltissima barba della stessa sfumatura ne incorniciava il volto contratto in una smorfia. Vi era qualcosa di non umano nello sconosciuto, qualcosa nella fisionomia del corpo e nell’atteggiamento imperioso che fecero tornare alla memoria immagini familiari alla donna.
“Sparisci idiota”, vociò uno degli uomini armati, “o ti ammazziamo”.
Tornò quindi ad armeggiare con le stringhe delle brache, ma venne scaraventato a lato dal nuovo arrivato. Egli lo buttò a terra e prima che questi potesse reagire gli sfondò la faccia con un pugno chiuso in un guanto. Pezzi d’osso, poltiglia oculare e sangue gli rimasero attaccati alla mano, e con noncuranza si ripulì sull’orlo della sopravveste imbottita. Gli uomini si fecero avanti con il chiaro intento di ucciderlo, mettendo mano a lance e spade.
Un ghigno ferino si delineò attraverso la barba bionda dell’improvviso salvatore. Con la stessa voce cupa ruggì in un lingua incomprensibile.

Andakz! Munith andask therallar!1


Estrasse da sotto il mantello un’ascia bipenne di dimensioni spropositate con la quale troncò in due longitudinalmente un aggressore. Sangue arterioso spillò in quantità dalle due parti recise. L’uomo spirò senza nemmeno accorgersene, il colpo era stato portato con forza inaudita. Il nuovo arrivato però non si fermò lì. Ruotando le anche mulinò selvaggiamente l’ascia usando entrambe le mani.
Un inquietante sibilo attraversò l’aria lacerata dal passaggio dell’acciaio, e ad ogni sibilo seguiva un grido strozzato o un gorgoglio. Venne versato sangue con tanta violenza da divenire una nebbiolina rossastra così che il guerriero assunse un’aria demoniaca.

Minn ox monr drekka thinna dreyrir!2

Ululò questi furiosamente. Si lanciò quindi alla carica verso la fitta formazione di uomini corazzati che stava avanzando verso la casa di Angus. Con sgomento, la fanciulla vide alcuni di loro tendere le corde degli archi e scagliare lunghi strali acuminati verso il guerriero.
Non riuscì a trattenere un urlo d’angoscia quando questi lo colpirono in pieno petto, e coprì gli occhi con le mani, non volendo assistere alla morte di un’altra persona così generosa.
Un forte schiocco risuonò fino alle sue orecchie, come di legno spezzato, e azzardò quindi un’occhiata. Il possente combattente correva instancabile verso il nemico, le aste delle frecce frantumate dietro di lui. Le punte di ferro avevano dilaniato alcuni punti delle pesanti vesti, e solo allora la fanciulla vide lo sfolgorante scintillio di un’armatura di piastre.

Con la barba imbrattata di sangue e i capelli al vento, lo sconosciuto piombò tra gli uomini come un toro posseduto, scaraventando in aria un paio di armati con la sua sola mole come fossero stati bambole di pezza.
Nonostante la spaventosa violenza di quanto stava assistendo, la giovane si sorprese ad incitare a gran voce il feroce guerriero barbuto. Ad ogni grido di morte, ad ogni arto mozzato che volava o ogni testa che veniva recisa, la donna urlava di gioia irrefrenabile, ringraziando chiunque stesse guardandola dall’alto per averle inviato la salvezza.
Un armigero venne sventrato da un violento colpo d’ascia, e le sue viscere si riversarono al suolo. L’uomo, piangendo e urlando, si chinò inutilmente per raccogliere il molle fardello sanguinolento, ma il guerriero barbuto calpestò gli intestini con uno stivale ferrato, riducendoli a poltiglia macellata. Inorriditi i compagni dello sfortunato morente fecero un passo indietro, incespicando gli uni sugli altri.
Non vi fu pietà da parte del combattente solitario. La mostruosa ascia si levava e calava in archi vermigli alla luce del sole mattutino. Fontane di sangue sprizzarono ovunque, materia cerebrale e frammenti d’osso si spargevano dove un cranio veniva spaccato inesorabilmente. Maglie d’anelli e giubbe imbottite furono inutili contro le lame di quella micidiale arma e chi avesse avuto il coraggio di rispondere agli attacchi vedeva solamente la propria lama slittare e rimbalzare contro le dure piastre dell’armatura del guerriero.
“Quanti erano quei maledetti? Quanti ne ha uccisi?” pensò la fanciulla assistendo alla mattanza. Provò quasi un sadico piacere nel veder morire come agnellini quegli uomini così arroganti e sicuri di un facile bottino. A decine erano riversi nella polvere a esalare gli ultimi respiri, il sangue che arrossava il suolo della pacifica regione.
I mandriani e i contadini superstiti ripresero coraggio. Urlandosi incoraggiamenti si lanciarono contro i banditi brandendo gli strumenti di lavoro. Angus usò la roncola per tagliare la gola ad un armigero, che strillò come un maiale sgozzato. Altri fecero a brandelli con le mannaie e i forconi degli uomini isolati, sfogando la sete di vendetta.
Alcuni aggressori fuggirono verso i boschi, cercando rifugio nella fuga e chiamando i compagni lontani. Il guerriero barbuto li inseguì, uccidendoli man mano che li raggiungeva. Sparì quindi tra gli alberi, ma i suoni del massacro da lui perpetrato continuarono per molto tempo.

Trascorsero delle ore. I contadini si presero cura dei propri feriti, dando degna sepoltura ai loro caduti. La bionda fanciulla constatò con tristezza che anche donne e bambini erano stati uccisi nell’attacco subito la mattina, e con le lacrime agli occhi non poté far altro che prestare soccorso dove necessario. Angus, Berta e i bambini erano fortunatamente salvi, ma altre famiglie non avevano avuto la stessa fortuna. Padri, madri e figli, amici e parenti giacevano in piccole fosse prima di essere sotterrati totalmente, i volti cinerei lasciati scoperti dai sudari funebri così da potergli offrire un ultimo saluto. Sconsolata la giovane donna lasciò al cordoglio quelle persone che tanto si prodigavano per vivere in pace e andò a sedere sotto lo stesso frassino di quella mattina.
Contemplò la regione placida, le prima luci della sera e gli ultimi riverberi del crepuscolo.
Un odore forte le giunse alle narici, pungente, di…di…tabacco. Qualcuno stava fumando poco distante da dove ella sedeva.
Di soppiatto seguì l’odore fino a raggiungere una macchia d’alberi poco distante. Lì, comodamente seduto con la schiena poggiata ad un tronco, il guerriero barbuto fumava serenamente una pipa intarsiata godendosi la brezza serale. Ancora lo ricopriva da capo a piedi il sangue essicatosi, l’enorme ascia a portata di mano.
La ragazza restò nascosta dietro un cespuglio ad osservarlo incuriosita. La posata tranquillità e compostezza dei gesti dello sconosciuto la ipnotizzavano. Il suo ritmico sbuffare fumo azzurrognolo, il suo portarsi la pipa alle labbra. Non vi era più furia né belligeranza nel suo fare, solo calma. Ad un tratto egli sorrise rivolto verso le stelle, e disse a voce alta: “Vi vedo benissimo, fanciulla. Non occorre che vi nascondiate”
La giovane arrossì. Sperava di essersi occultata a dovere, invece ecco che veniva subito scoperta. Si alzò in piedi, rendendosi perfettamente visibile. Fece per andarsene quando nuovamente si sentì richiamare: “Suvvia, restate. Fatemi compagnia. Mi duole solo non essere in una condizione consona per presentarsi ad una donna”.
La ragazza allora a passi timidi gli andò incontro. Mano a mano che si avvicinava notava nuovi dettagli nella fisionomia dell’interlocutore che non le risultavano nuovi. La dimensione delle orecchie, le proporzioni di mani e piedi, lo stile degli indumenti.
Immediatamente, rimanendo in piedi, gli chiese a bruciapelo: “Chi sei? Come ti chiami?”
L’altro si alzò, facendo tintinnare le piastre dell’armatura sotto le vesti. Era alto quasi quanto lei. Nonostante fosse una figura minacciosa e inquietante le fece un profondo inchino che la fece sentire un po’ più a suo agio.
“Il mio nome è Ivar, figlio di Ragnarr, figlio di Alviss, del clan Hornbori della città di Forgiaferrata. Al servizio vostro, fanciulla”
Parole scritte in un alfabeto spigoloso decoravano gli orli della sopraveste, e ricami articolati di motivi geometrici si accavallavano nell’interno del mantello nero. La stessa armatura, per quel poco che era visibile, era riccamente ornata da intarsi e incisioni nello stesso alfabeto.
“Sei…sei…un Nano?” Chiese la ragazza.
Che sciocca sono. Ora crederà che io sia una stupida pazza
Persino attraverso la barba dorata ed i folti baffi il sorriso del guerriero fu visibile. Non proferì parola, annuì semplicemente con la testa. Poi si portò nuovamente la pipa alle labbra e trasse una generosa boccata di fumo.
Un Nano! La ragazza non riuscì a crederci. Un Nano! Aveva di fronte a sé un Nano, e questi l’aveva persino salvata quella mattina!
“Appurato dunque che io appartenga alla nanica gente, con chi ho il piacere di interloquire?” Disse Ivar con una punta di sarcasmo nella voce.
La ragazza avvampò, imbarazzata. Azzardò un inchino, allargando la gonna.
 “…Mantya…”
Ivar le rivolse un sorriso raggiante: “Avete un nome davvero grazioso, Mantya. Un nome da regina, tra la mia gente”.
Fattosi quindi più audace il Nano aggiunse: “Sapete per caso dove potrei passare la notte? C’è forse qualche gentile agricoltore che possegga un fienile affinché possa avere un tetto sotto cui dormire? Sono settimane che dormo all’addiaccio”.
Gli occhi del Nano la perforarono. Anche nella penombra Mantya vide iridi grigie, delle sfumature delle nubi. Occhi del colore del cielo piovoso, occhi come nembi temporaleschi. Freddi e duri come la pietra e l’acciaio. Ma incandescenti e ardenti come un incendio.
Mantya cercò di rispondergli mantenendo la stessa loquela aulica del Nano: “Si certamente, il buon Angus possiede la casa più ampia di queste zone e sarebbe felice di lasciarti riposare nel granaio”.
Ivar quindi raccolse l’ascia e si fece accompagnare da Mantya fino alla dimora di Angus, felice di poter dormire in un luogo asciutto e caldo.
All’improvviso Mantya gli schioccò un bacio sulla guancia, facendolo avvampare vistosamente. “Grazie per avermi salvata”


Glossario

Dvergamothr: Collera dei Nani
1 - "Andakz! Munith andask therallar!": Morite! Vi ucciderò tutti! 
2 - "Minn ox monr drekka thinna dreyrir!": La mia ascia berrà il vostro sangue!

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