Redazionale: Nuovi Demiurghi raccontano

Con questo redazionale inizio le presentazioni dei membri della redazione e comincio da due giovani che sono da poco entrati nella famiglia dei Demiurghi con molta passione e voglia di scrivere.
Ivar Ragnarsson e il Magister Ludicum sono tanto amici tra loro quanto diversi nel carattere, nel fantasy che amano scrivere e nei modi di fare.


Per il momento vi presento:

Ivar Ragnarsson, come si può intuire dal nome, è appassionato di mitologia nordica e di tutto quanto riguarda quei popoli. Un ragazzo con simili passioni non poteva che apprezzare il fantasy, in particolare i nani. Si perché Ivar è un nano, un nano dentro fino nel midollo in quanto Ivar è il personaggio delle avventure che il suo autore scrive e all'attivo ne ha già un buon numero. Attualmente i racconti sono in revisione tra un esame universitario e l'altro per poterli postare quanto prima.
Inoltre Ivar è anche un bravo disegnatore, avrete quindi modo di vedere postate alcune sue opere sia letterarie che grafiche.Nemmeno adirlo i soggetti dei suoi disegni sono... nani esatto! Ma non solo nani ma anche... nane ovviamente. E non fate quella faccia schifata non tutte le nane hanno la barba sono solo dicerie.
Ivar ha seguito anche alcuni corsi di recitazione e sa interpretare molto bene i brani che scrive, in fin dei cononti conosce molto bene Shakespeare, non di persona ovviamente, vabbè nano ma non esageriamo.
Durante le sessioni di gioco di ruolo Ivar interpreta il prode centurione Caio Cornelio Scipione detto Renano a seguito dei meriti ottenuti durante le battaglie lungo il Reno.


Vi riporto un paio di brani che riguardano i suoi due personaggi.


Brano tratto dalla saga di Ivar. 
Si sentirono urla di dolore e di morte, mentre una sagoma emergeva dalle tenebre macellando i duergar. L’ultimo morì con un’ascia che lo tagliò in due parti dal cranio all’addome, spargendo fontane di fluidi vitali. Ametista scrutò attentamente l’estraneo. Si trattava indubbiamente di un Nano, vestito di pochi stracci, ricoperto di sangue secco, polvere e fango. Tra gli squarci nei vestiti si intravvedevano fasci di muscoli ben sviluppati. Difficilmente si intuiva il colore della chioma scompigliata e incrostata, probabilmente era bionda. Le mani nodose e imbrattate di sangue stringevano un’ascia bipenne con estrema forza, tanto da tremare. L’elemento più inquietante era l’assenza di barba nel Nano, la cui saliva schiumosa colava sul mento esposto. Lo sconosciuto barcollò pericolosamente, finché non crollò al suolo esanime. “Presto, acqua e un mantello!” Ordinò seccamente Ametista. La Nana gli si avvicinò, gli si inginocchiò accanto e ne sorresse il capo nel fargli bere una coppa d’acqua. “Sembra piuttosto giovane”, pensò, “non deve avere più di cinquant’anni. Forse anche meno”. Nell’esaminarlo, notò che le braccia nude recavano spaventosi segni di fustigazioni, tagli, ustioni e piaghe. Le palpebre dello sconosciuto tremolarono e si aprirono con incertezza, abbagliate dal sole. Gli occhi erano grigi, profondi e tristi, fissi su un cielo che non vedevano da anni. Poi lo sguardo si posò su colei che lo aveva soccorso, e spalancò gli occhi all’inverosimile, rivelando mille intense sfumature di colore nelle iridi. La guerriera sentì una mano tremante accarezzarle una guancia. Il tocco era gentile, dolce, nonostante i calli e le escoriazioni. Una lacrima, chiara come un cristallo, scorse attraverso i tratti segnati del Nano, tracciando una striscia chiara sugli strati di sudiciume.
“Ametista…” disse con voce rauca.


Brano tratto dalle Cronache della Coorte XVII Siriana

Dal diario di Caio Cornelio

Giusto per farmi godere le meraviglie della vita militare venni dislocato in un fottutissimo buco merdoso in un luogo indefinito sul confine del Reno. Il più delle volte c’è vento. Quando non c’è vento, piove. Quando non piove, nevica. Fa così freddo che un camerata ha perso tutte le dita dei piedi per il congelamento. I lupi di notte ti tolgono il sonno. Senza poi aggiungere qualche pazzo germanico che ogni tanto si fionda contro il nostro accampamento ululando come una belva.
Dèi, questo posto mi piace da matti!
Dopo cinque anni di servizio divenni centurione. Probabilmente l’aver salvato il culo del tribuno da un germano schiumante e fuori di testa è servito a qualcosa. Qualcuno poi sparse la voce che io ero mezzo germanico. In un primo momento la cosa non piacque più di tanto, e le risse che ne uscirono furono epiche. Un tizio in particolare mi ricordo, un decurione di cavalleria ausiliaria di nome Etrurio Venetico. Lui mi diede del fetido germanico mangia merda, io gli dissi che gli erano marcite le palle a furia di montare un cavallo. Quante botte! Finimmo entrambi all’ospedale da campo. Poi però cominciarono ad affluire nella mia centuria un numero senza fine di germani che volevano diventare legionari. Mi diedero il vitis, il bastone di vite da centurione, e scoprii una nuova gioia: raddrizzare la schiena alle reclute rammollite. I miei legionari, romani o germanici che fossero, impararono ad aver paura del mio vitis!

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