RACCONTI: il Fuoco di Vesta - Capitolo 3


315 d.C, 1069 a.U.C – Roma

Bastet finì di togliere i gioielli dal piccolo forziere e richiuse il baule rivestito di ferro, agganciandosi la chiave alla cintura come ogni brava moglie romana. Fuori dalla porta la stavano già aspettando tutti i servi della loro domus di Roma, per ricevere le istruzioni per il soggiorno della famiglia Tigrane nella capitale. Ogni anno, come principi di Aegyptus, erano tenuti ad almeno un viaggio a Roma, per aggiornare l'imperator sui vari problemi di quella provincia separata. La tradizione era cominciata con Diocleziano ed era continuata con Costantino, ma ogni volta dover organizzare il trasferimento da Alessandria a Roma era decisamente pesante...anche se per la prima volta ci erano arrivati solo in tre e non in quattro. Era ormai un anno che Cumar era entrato nella Specula, e durante il viaggio in nave gli erano mancate le birichinate del figlio. Aveva il mare nel sangue, come suo padre, ed era difficile che almeno una volta al giorno non si arrampicasse sulle sartie con gli altri marinai.
Sospirando, la donna uscì e si preparò ad affrontare il suo ruolo di padrona di casa: gli uomini potevano dire quello che volevano sull'inferiorità delle donne, ma non c'era una gran differenza tra governare una grande casa o un'intera provincia.
Solo verso il tramonto riuscì a sedersi e a bere un sorso d'acqua, e a quel punto si ricordò che non era ancora stata al tempio di Iside come faceva ogni giorno quando era nella capitale. Chiamò una delle schiave.
«Myra, dov'è Selene?»
«É nella sua stanza, domina. Vado a chiamarla?»
«No, vado io. Fai preparare la scorta, usciamo.»


Selene era sul balcone della sua stanza, impegnata a leggere un rotolo. Bastet prima di chiamarla si soffermò a guardarla con tutto l'amore del suo cuore di madre. La sua secondogenita aveva ereditato da Elios il modo di mordicchiarsi il labbro quando leggeva un passo particolarmente difficile, o quando era nervoso. Si intenerì nel riconoscere quel gesto. La piccola aveva sofferto parecchio quando il fratello se n'era andato, anche se Cumar scriveva regolarmente a casa...era difficile, persino per i severi censori della Specula, censurare i saluti affettuosi di un fratello alla sua sorellina. In quell'anno era cresciuta parecchio: indossava una veste troppo corta per lei, e l'acconciatura a treccia sembrava stranamente fuori posto su quel visetto serio. A sei anni era tranquilla e disciplinata quanto suo fratello era scatenato.
«Mater....non ti avevo sentito.» disse vedendola sulla porta della camera.
«Preparati ad uscire, tesoro. Andiamo al tempio di Iside.»
Selene si mordicchiò il labbro e Bastet si tese. Cosa succede, adesso?
«Posso parlarti?» La figlia si sedette sul letto, torcendosi le mani.
«Certo, piccola mia. Dimmi tutto.»
Selene rimase in silenzio guardandola di sottecchi.
«Le schiave che stanno qui tutto l'anno hanno detto che stanno cercando le novizie per il tempio di Vesta.»
«Sì, è tempo che le novizie che ci sono adesso diventino sacerdotesse a tutti gli effetti e lascino il posto ad altre ragazze che vogliono servire la dea. Pensavo che il tuo maestro te ne avesse parlato...»
«Sì, e mi ha anche detto che l'imperator Diocleziano ha reso la nostra famiglia dello stesso rango degli altri patrizi di Roma...dove si scelgono le vestali...»
Bastet si accigliò. Non le piaceva la piega che stava prendendo il discorso.
«Cosa vuoi dire, tesoro?»
Selene si voltò un attimo, fissando la lampada ad olio che spandeva la sua morbida luce sul muro. Deglutì e mormorò, in tono a malapena udibile:
«Penso che Vesta mi voglia al suo servizio...»
«Come?» Bastet non credeva alle sue orecchie.
«Mater, le fiamme...le fiamme mi parlano, la dea ha detto che mi vuole al suo servizio...»
La parte della mente di Bastet che non era presa dal panico registrò l'atteggiamento della figlia. Le fiamme mi parlano. Chi non si sarebbe precipitato a dire al mondo di sentire la voce degli dei? Era il modo migliore per riconoscere i ciarlatani. Quando uno dei Potenti entrava nella tua vita, le prime emozioni erano la paura, lo sconcerto, la sensazione che la vita da quel momento non sarebbe stata più la stessa.
Eppure Selene sembrava più impaurita da una sua eventuale reazione che da un prodigio del genere...
Prodigio. Era stata lei stessa a spiegare ai suoi figli, durante le devozioni quotidiane agli dei di Khem e di Roma, che tutti potevano essere chiamati al loro servizio, e che tutti dovevano essere pronti a seguire le loro richieste, non importava il loro rango o cosa effettivamente potevano fare.
E ora sua figlia sosteneva che la dea più antica di Roma la reclamava. Non poteva smentirla, non poteva dirle che erano solo fantasie..Non poteva farlo. Non lei. Non lei che aveva conosciuto Marte prima ancora che Roma fosse fondata. Non lei che aveva accolto – per quanto controvoglia – lui, Giove e Venere sulle spiagge di Alessandria mentre Ottaviano Augusto prendeva il controllo della città e della sua terra.
Ma aveva bisogno di capire.
«Non è così semplice...ci saranno altre candidate, e le novizie vengono sempre estratte a sorte...»
La bambina scosse la testa. «Ha detto che a quello penserà lei.»
«Chi altri lo sa?»
«Pater e Cumar. Non l'ho detto ad altri per paura che mi prendessero in giro...»
«Hai fatto bene, non è una cosa semplice da capire. Lasciami parlare con pater stasera, va bene?»
Selene riuscì finalmente a tirare il fiato. Non era stato facile fare quel discorso alla madre, ma non poteva fare altro. Doveva diventare una vestale. Ora il primo ostacolo era superato, anche se l'espressione sul volto della madre non prometteva niente di buono per il marito che le aveva nascosto una cosa del genere.

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