BRANI : Dall'altra parte dello Stige

Uno stralcio dal nuovo svarione racconto della Gatta Divina.


Splat.

Quel tocco fresco fu un balsamo sulla sua carne tormentata. Emergendo lentamente da quel torpore doloroso Tuscia si chiese come faceva ad essere sopravvissuta. E scoprì di non riuscire a muoversi.

Splat.

Allarmata, provò a gridare. Niente. La mascella non si apriva. L'unica cosa che riusciva a muovere erano gli occhi. Si sentiva come se l'avessero crocifissa, braccia aperte e piedi uniti. Appesa da qualche parte, forse. Perchè riusciva a vedere appena la sommità della testa di una donna dai capelli grigi che si affacendava intorno al suo corpo...del quale, peraltro, non riusciva a vedere niente, come se fosse leggermente inclinata.

Splat.

Quella frescura le raggiunse la bocca, sentì la mano della donna massaggiarle la mascella, le guance, poi aprirle delicatamente la mandibola e arrivando con quel balsamo fino alla lingua e alla gola.

«Scusami, mi ero dimenticata che non potevi parlare. »

«Dove...dove sono? » La voce le uscì orribilmente rauca e istintivamente fece per coprirsi la bocca, ma le mani non la obbedirono. Ci fu il rumore di uno sgabello trascinato e la donna salì con il volto all'altezza dei suoi occhi.

Era piccola e grassoccia come una mela in autunno, il volto serio di chi nella vita ha visto tutto ed è meglio non infastidire. Tutto in lei sembrava grigio - gli occhi, i capelli a crocchia, la veste semplice - a parte la pelle abbronzata che sapeva di campi e orti, ma aveva un'aria gioviale.

Continuò a massaggiarle piacevolmente le orecchie e il collo. Intorno a lei mura dagli intonaci scrostati, un camino coperto di nerofumo in cui bolliva un paiolo, un tavolo da cucina coperto di erbe e vasetti.

«Ora cerca di stare ferma e buona, piccola. Sei ridotta male, ma non ci metterò molto. »

Tuscia deglutì. L'ultima cosa che ricordava, prima di...morire...era il dolore. Cercò di dibattersi ancora, ma senza risultato: muoveva solo la testa, e neanche tanto bene. La donna emise un breve sospiro seccato e la prese per il mento con dita dure come l'acciaio.

«Sta' ferma, ti ho detto. Non ti conviene fare la ribelle. Non qui e non ora. »

A Tuscia sembrò di vedersi riflessa nei suoi occhi. Quello che vide la fece urlare.

Del suo viso rimanevano pochi brandelli di pelle intorno agli occhi, le guance, la bocca: tutto il resto era orribilmente scorticato, come se...


Ricordò, mentre il suo sguardo correva lungo il suo corpo riflesso, lungo le gambe che ad un certo punto diventavano solo osso bianco e pulito, le braccia che dal gomito in giù non esistevano più. Ricordò quei mostri senza volto trafiggerla, scuoiarla, e poi gettare il suo corpo alle formiche perché di lei non rimanesse che osso bianco...


«No, bambina, non piangere. Non servirebbe a niente. Morire fa sempre male, sopratutto quando si sceglie di farlo. »

La voce della donna penetrò nel caos del suo terrore. Aveva un tono consolante che la fece smettere di singhiozzare.

«Dove mi trovo? »

«Dove le cose hanno inizio. Di là ci sono le mie figlie, te le presenterò appena di avrò rimesso in sesto. »

Quella sensazione di fresco non era balsamo. Era come se...lei, chiunque fosse...la stesse ricostruendo con l'argilla. Muscoli, vene, tendini, pelle.

«Chi...chi sei? »

Ancora quegli occhi grigi si puntarono nei suoi.

"Quale nome vuoi? I greci mi chiamano Ananke. Ma tu sei romana, dunque puoi chiamarmi Necessitas

Non era neanche di fronte a una dea. Quella che aveva di fronte era uno dei Princípi che reggevano i pilastri del mondo. Ma dov'era nata e cresciuta, la conoscevano con un altro nome...

«Iustitia, io... »

L'altra scoppiò in una risata amara. «I mortali mi chiamano Iustitia perchè sperano sempre che ci sia qualcosa che ripaghi le loro sofferenze. Ma io devo fare ciò che devo per tutti, non perchè ci sia gioia, felicità o benessere. Io devo mantenere l'equilibrio...per questo sono ciò che sono. Per questo anche il sommo Giove deve obbidire ai miei ordini. »

Splat.

...


«E adesso parliamo un po' del tuo futuro. Quando uscirai dalla trance dovrai avere energia e speranza, dunque ti racconterò un po' di cose...tanto quando ti sveglierai non ricorderai quello che ti dirò adesso. Però ti rimarrà la sensazione.

Tanto per cominciare, una volta adeguatamente addestrata uscirai dal tempio della Sibilla e dovrai convivere giorno per giorno con quattro uomini.»

«Quattro? Da sola? E come faccio? Non ti sembra impudico?»

«..e tra di essi troverai anche il vero amore.»

Tuscia a quel punto scoppiò a ridere, incredula. «Ma sei tutta matta? Amore? IO?»
«Ti ricordo chi sono e cosa sto facendo. Un po' di rispetto o ti rifaccio ancora più piatta.»

2 commenti:

  1. Geniale racconto e spero che non rimanga fatta d'argilla per sempre... Sarebbe un po' assurdo...

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  2. Eheheheh... No, tranquillo... Credo che l'argilla sia solo la metafora della ricostruzione di lei.
    Se leggi bene capirai... ;)

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