OPINIONI: Piccola Dissertazione sul fantasy Italiano


Riporto pari pari il mio stesso articolo pubblicato tempo fa sul portale di DragonIsland.it. Non stupitevi, quindi, degli eventuali riferimenti al forum o al blog.
Il titolo lo ha suggerito il buon DracoDraconis, con un suo intervento nel forum in OffTopic. Da qui l’idea di raggruppare la discussione – molto interessante – che ne è seguita in un articolo corposo che raccolga più punti di vista, in questo caso quattro. 

L’idea mi è venuta vedendo come, in un modo o nell’altro, i partecipanti alla discussione evidenziassero di volta in volta con molto criterio aspetti sempre diversi di uno stesso tema, aspetti che in parte la sottoscritta condivide e in parte si trova ad affrontare per la prima volta, illuminata dal modo in cui le cose più disparate entrino nel bagaglio culturale di una persona e ne influiscano la sua forma mentis. Tra l’altro, la discussione si riaggancia a un paio di bordate in tema che ho lanciato dal mio blog qui contro gli scrittori italiani sui generis e qui contro l’editoria

Vorrei inoltre premettere e precisare che la dissertazione/discussione è molto complessa e difficile da ampliare senza perdersi dei pezzi per strada o sembrare in contraddizione con quanto si scrive, tanto più quando si amalgamo i pensieri di quattro persone diverse come sto cercando di fare in questo articolo, ma io penso che questi siano tutti aspetti che si innestano profondamente l’uno nell’altro, completandosi. 

Tutto nasce dal fatto che molte volte, in più parti e in più luoghi gli appassionati lettori come noi hanno sentito parlare del fantasy italiano soprattutto in termini molto negativi. Il punto è che, gli autori occulti di questo articolo sono convinti che, a parte poche e sporadiche eccezioni, le critiche siano sostanzialmente giuste. 

Per dirla in parole povere il fantasy italiano, inteso come il prodotto medio degli scrittori del nostro Paese, è abbastanza scarso. Di sicuro non regge il confronto con la produzione medio-alta dei paesi anglofoni e nordici in genere, ma – ahinoi – nemmeno con la produzione spagnola. 

A essere sinceri e anche un po’ brutali, mediamente il fantasy italiano fa proprio schifo.
Sembra quasi che ci sia una regressione culturale in Italia che rapporti gli scrittori nostrani a degli analfabeti quando si arriva al confronto con americani o inglesi. La cosa è strana, perché solitamente la letteratura è in genere figlia e madre al tempo stesso di cultura, dà e riceve da quegli stessi attori e spettatori a cui si rivolge, ossia a chi legge e a chi scrive. E tutto si può dire, ma non che l’Italia manchi di cultura. 

Nell’universo creato e creativo niente in realtà si crea o viene alla luce per caso, ma tutto è un prodotto di fattori antichi, ancestrali; la cultura di un popolo, fatto di millenni di storia, di vita e di evoluzioni influisce sull’aspetto creativo e artistico a tutti i livelli, non ultimo la letteratura e dove la storia è particolare e singolare relaziona l’evoluzione dell’uomo comune agendo come un fattore evolutivo intrinseco e cioè il patrimonio culturale della società in cui una persona cresce. 

In pratica, tutta la storia umana, dal neolitico a oggi, ha formato ed evoluto ogni popolo, ogni singolo uomo di ogni singola nazione, creando una forma di mappatura genetica nello sviluppo educativo e culturale di ciascuno di noi. 

In definitiva, basta guardarsi intorno: ognuno è un’entità a sé stante, è solo se stesso e non un altro e nemmeno deve pensare o agire come se potesse esserlo, non lo si può realisticamente essere, per quanto la globalizzazione moderna ci tartassi da ogni dove con la pretesa di coinvolgere ogni aspetto, anche e soprattutto quello culturale, per piegare l’insieme a una mera legge di mercato che insegue l’ideale unico del dio denaro. 

L’esperienza con il fantasy di ciascuno di noi è diversa e segue percorsi inimmaginabili: c’è chi cresce a pane e giochi di ruolo, chi a pane e storie di draghi, chi se la ritrova in internet già da adulto magari proprio con l’incontro fortuito con questa bella isola. Ma la verità è che tutti veniamo a contatto, prima o poi (generalmente prima) con le storie di draghi, di cacciatori di mostri, di eroi votati all’azione drammatica e questo ci ha sempre emozionato. 

Più o meno tutti gli amanti del fantasy hanno conosciuto Tolkien nella fase adolescenziale, per poi passare ad altri grandi nomi come Lewis, Pullman, Morecook, Howard… e, da bambini, chi non ha conosciuto e sognato le avventure della tavola rotonda? Chi non si è immaginato, almeno per una volta d’esser Lancillotto del Lago, Re Artù o mago Merlino? O, magari, il perfido Mordred o la misteriosa maga Morgana? 

Ma c’è un “ma”. Perché queste sono tutte storie “importate”, non appartenenti al panorama culturale italiano e per quanto ci si sforzi a eleggerle come parte della nostra cultura, in realtà entrano a far parte del bagaglio personale del singolo e non del territorio, anche perché in Italia la cultura ancestrale discendente dalle popolazioni celtiche non ha praticamente lasciato traccia, svanendo nei millenni e poco importa se da adulti le vogliamo rispolverare: non funziona se non le facciamo nostre nel profondo. 

I Celti hanno vissuto e dominato tutta l’Europa con nomi e singolarità propri, ma tutte riconducibili a un unico ceppo, dai Germani agli Angli, ai Galli, ma molto meno qui in Italia, se confrontati con quanto arriva da Germania o Inghilterra. 

Sigfrido dei Nibelunghi è roba loro non nostra, ammettiamolo. 

La domanda, quindi, sorge spontanea: perché? 

Il motivo di questo senso di non appartenenza al genere è da ricercarsi, ovviamente, nella cultura sociale del Paese in cui viviamo; per ricollegarci al discorso di prima del “patrimonio genetico culturale”, nello specifico del territorio dello stivale non sembra essere giunto fino a noi, pur essendo vero che anche in casa si è verificato quanto avvenuto nel resto del mondo, ossia un condizionamento storicizzato dell’editoria che è andata modificandosi e adattandosi all’ambiente sociale e alla crescita culturale di un popolo. L’Italia non ha fatto eccezione, ma in un modo del tutto particolare. 

Inutile nasconderci dietro un dito: qui ha sede la Santa Romana Chiesa, viviamo nella patria del Cattolicesimo. Non siamo qui per demonizzare la religione, quanto per analizzare i fatti storici noti a tutti. Affrontando il discorso dal punto di vista sociologico, è innegabile che la Chiesa tanta parte dei mali della nostra Storia se li è caricati sulle spalle: dalla caccia alle streghe del Medioevo, alle guerre per liberare la Terra Santa; è risaputo che la religione è una cosa e il suo utilizzo da parte dell’uomo è un’altra. In nome della religione – lo si vive tutt’ora con l’Islam, lo è stato in passato con il Cristianesimo – si sono combattute le guerre più sanguinose e commessi gli atti più efferati, che di certo poco hanno a che vedere con la santità. 

Nella terra del Cristianesimo e del Cattolicesimo in particolare tutto quanto è legato a divinità multiple, magia e rituali pagani fa a pugni con l’integralismo del credo che si è diffuso nel territorio. Dal momento in cui Roma smise di interessarsi al Cristianesimo, pressata com’era da mille altri pericoli lungo i confini e nella politica delle varie provincie dell’Impero, i cristiani che fino a poco prima erano esiliati in patria cominciarono a vivere allo scoperto, convivendo pacificamente con i pagani. Poco per volta, però, con l’aumentare della stabilità politica dei Papi e il diminuire di quella degli imperatori, il Cristianesimo ha incominciato a imporsi fino a portare alla furia integralista che ha distrutto la biblioteca di Alessandria d’Egitto, la più grande del mondo conosciuto, e portando i fedeli ad associare il Paganesimo alle pratiche del diavolo. 

Sembra che la cosa sia assolutamente scollegata dal fantasy, ma in realtà sta tutto qui. 

Anche adesso, in tempi moderni, la cultura millenaria e l’impatto sociologico dell’avvento della Chiesa Cattolica e il suo dominio non solo spirituale, ma anche temporale continua a influenzarci. E il problema non è l'origine delle storie, perché la nostra è una società globale dove tutto fa cultura esattamente come nell'Antica Roma, quando l'Impero era un crogiuolo di informazioni, cultura e conoscenza proveniente da tutte le terre che aveva assorbito. La cultura è tutto un insieme di ciò che il popolo acquisisce, rifiltrato con la sua mentalità individuale, e non è solo un accumulo di parole scritte da gente morta da secoli. 
Piuttosto è la nostra incapacità di sintetizzare, come artisti, questi schemi; schemi che nella letteratura sono sempre riconducibili a testi antecedenti. Ma così come non sappiamo imparare, non sappiamo neppure creare dei nostri schemi che siano veramente fedeli alla nostra sensibilità "italiana". 

E sulla base di questo, in un paese in cui l’indice dei libri proibiti è stato attivo fino al 1966 (fu soppresso il 4 settembre del 1966, quando finì ufficialmente l’inquisizione romana), è difficile innestare una vera cultura fantasy senza che chi lo scrive non sia in un qualche modo – probabilmente inconscio – condizionato da un vago senso di vergogna o di colpa, perché nella cultura cattolica è sbagliato, è legato a Satana.
Inoppugnabile, per chi ha superato i trent’anni e l’ha vissuta, qualsiasi cosa fosse rievocativa di una traccia di Paganesimo è stata nel migliore dei casi snobbata, e D&D, il primo tra i giochi di ruolo a rifarsi, rispolverare e attingere alle leggende pagane, è stato demonizzato; tutt’ora chi gioca di ruolo viene spesso e volentieri additato come persona con seri problemi di personalità dicotomica. Fin troppo spesso, in seguito a un omicidio tanto inspiegabile quanto efferato, il colpevole viene associato a sette sataniche e, per puro gusto di dare aria alla bocca, viene buttata là con estrema nonchalance la frase tipica: “giocava ai giochi di ruolo”. 

Di contro, però, c’è da dire che sulla base dei giochi di ruolo, tanto quanto sulle antiche leggende nordiche e sul paganesimo in generale, si è sviluppata una gran parte della letteratura straniera e questo solo perché lì non c'era lo stesso accanimento censurante che abbiamo subito noi, se vogliamo da sempre.
In Italia, gran parte della letteratura si è sviluppata dunque in altri generi e settori, più leciti e anche più commerciabili (che è diverso da commerciali, badate): mafia, attualità, casta e argomenti di guerra sono i nostri pezzi più forti in generale. 

Allora gli italiani che si cimentano a scrivere fantasy obbligatoriamente scrivono da cani? No, in modo assoluto. Si possono portare begli esempi, uno sotto gli occhi di quest’isola è Shey’raen, la nostra drow, ma sono comunque relativamente pochi gli italiani che scrivono fantasy in confronto degli anglofoni e sono ancora meno quelli che lo scrivono bene. 

Uno dei problemi della letteratura fantasy italiana sta proprio sull’ignoranza di fondo che la nostra società ha sul genere. Sin troppo spesso, l’idea di fantasy di un autore – specialmente emergente – italiano sembra essere quella di piazzare in un contesto elementi e creature fantastiche senza rendersi conto di cosa sono davvero.
Il Fantasy nasce dal mito e dalle favole: è un genere fondato sul meccanismo della metafora. Il romanzo è un genere dalla fisionomia diversa, ma che dovrebbe ereditare queste caratteristiche "simboliche" nelle sue meccaniche. Il Fantasy "buono" non dovrebbe essere solo "Draghi, Cavalieri e Battaglie", ma "Draghi, Cavalieri e Battaglie inseriti in una cornice morale coerente più ampia". Tolkien ha potuto diventare il fondamento del fantasy perché conosceva il significato del "fantastico". A tal proposito è stato scritto recentemente un articolo, lo trovate qui. Non avrebbe mai, e dico mai, potuto scrivere le sue opere senza conoscere a fondo le meccaniche del sistema che adoperava.
A questo punto, per quanto possa essere nel patrimonio culturale nazionale il fantasy da noi “manca” come base formativa – manca come bagaglio “genetico” quindi – e si possono anche cambiare i Celti e le loro nozioni, miti, leggende e credenze con i Romani, ma non cambia il concetto di base: prima di scrivere si dovrebbe conoscere il genere che si va a scomodare. 

Se non sappiamo cos’è il fantasy, se non abbiamo la più pallida idea di che scopo abbiano il Fantasy, la Fantascienza, l'Horror, e qualsiasi altro genere, come strumenti per la scrittura, non abbiamo le basi per poter scrivere, non abbiamo le basi per definire il genere fantastico come parte di quel patrimonio arcaico e ancestrale, quasi genetico, di cui si parlava prima.
Il punto è che noi Italiani in genere siamo ignoranti in questo. Non siamo scemi, ma senza preparazione di base che ci permetta di far proprio questo genere allo stesso modo in cui abbiamo fatto nostro il fantasy americano e il manga giapponese, specialmente la nostra generazione che è cresciuta con questi due pilastri di oltreoceano, da un lato e dall’altro, rendendole parte della loro formazione. Poi ci sono delle persone di talento che possono produrre un buon prodotto senza formazione, ma ci vuole vero talento. Quello che invece si vede, nel generale e non entrando nel dettaglio dei singoli autori, è proprio la mancanza di formazione, di consapevolezza di cosa si sta lavorando.
Il risultato finale, comunque, è che oggigiorno la cultura fantasy risulta “importata” in Italia, come già detto, ma spieghiamo anche cosa si intende per “importato”, facendo un esempio: gli americani è cosa accertata, amano la storia di Roma. In tal senso hanno una produzione maggiore di libri, saggi o romanzi, su questo tema in confronto alla nostra. Ma a parte qualche eccezione, è di gran lunga una produzione meno pregiata: spesso i romanzi ambientati nell’antica Roma sono stucchevoli, pieni di strafalcioni e non rendono giustizia alla realtà. Non sono realistici, più volte sembra di leggere un racconto fantasy nordico ambientato nella Roma imperiale. 

In fondo per scrivere un buon fantasy non è detto che bisogna scimmiottare Tolkien e la cultura nordica e quando si parla di fantasy "italiano" in realtà ci si rende conto che c'è poco di italiano nell’approccio attuale al genere. Non è il "mediterraneo", o il riprendere i personaggi mitici greco-romani, che consente di costruire una storia fantasy: oltretutto questo è già stato fatto negli anni '60 con gli innumerevoli film pseudo-mitologici delle coproduzioni USA-Italia, da "Sansone e Dalila" a "Davide contro Golia" e roba del genere, perciò è solo il "serpente che si morde la coda". Un fantasy Italiano si può avere solo se avremo autori che studieranno gli schemi narrativi oggi esistenti e li elaboreranno nella "mentalità italiana", solo allora avremo un vero fantasy "nostrano" come già successo in passato: i vecchi Topolino degli anni '80/'90 presentano storie come Topolino e la Spada di Ghiaccio, veri iniziatori di un fantasy che possiamo definire nostro.
Da noi invece, coloro che hanno una cultura di base fantasy, dunque che sono cresciuti nelle "cantine", immergendosi nei mondi e nelle ambientazioni sviluppate con coerenza dalla letteratura straniera, oggi non sono dei ventenni, né degli universitari (che notoriamente godono di molto più tempo libero); ne consegue che spesso hanno una famiglia, un lavoro, impegni che di rado lasciano spazio per la stesura di un libro.
Fateci caso dunque: provate a guardare la proporzione tra scrittori e scrittrici fantasy.
Se è vero che di ragazze che giocavano ai giochi di ruolo, e che dunque hanno avuto modo di conoscere un più da vicino radici e coerenza dei mondi creati per l'immaginazione, sono sempre state meno dei ragazzi (in passato era decisamente così), allora perché troviamo più scrittrici che scrittori di questo genere che oggi ha visto finalmente una sua "riabilitazione" non demonizzata?
Semplificando molto, e buttandola un po' sul ridere, è più facile trovarsi in mano un libro scritto da una casalinga che da un ingegnere, notoriamente preparato sull’argomento. Aggiungiamoci anche il fattore stile: crescendo esso migliora, come è naturale, con l’applicazione e la scrittura. Ed ecco che la qualità del nostro fantasy è figlia di due fattori concatenati:
1) la competenza e l'approfondimento del genere risalgono a un periodo in cui qui in Italia era "bandito" e demonizzato, certamente non considerato commerciabile, non degno quindi dell'attenzione delle case editrici che per sopravvivere devono battere cassa;
2) coloro che possiedono questa competenza oggi, che il genere qui è stato finalmente riabilitato e si è risvegliato l'interesse, probabilmente non mettono in conto di scrivere un libro per molteplici motivi quali una famiglia, degli impegni di lavoro... insomma, non sono più universitari con tanto tempo libero.
Ma le case editrici, che devono sempre fare cassa, cavalcano l'onda adesso e pubblicano ciò che arriva.
In poche parole, chi scrive e si propone per la pubblicazione oggi non ha l'allenamento alla coerenza che viene da una vita spesa a documentarsi, o a vivere e respirare le atmosfere e gli stili che in altri paesi hanno avuto più spazio per svilupparsi e che dunque potrebbero essere presi come esempio in struttura, non necessariamente in contenuti sia chiaro.
Potremmo creare un fantasy nostrano di qualità, se solo ci diamo il tempo di imparare da quanto fatto da coloro che sono più "evoluti" nel genere, che non lo hanno tarpato, ma incoraggiato invece.
Poi non aiuta il ramo editoriale che è pieno di persone che non hanno nessuna capacità imprenditoriale, non valorizzano gli autori o non sanno guidarli creativamente, perché il lavoro dell'editore dovrebbe essere anche di consiglio creativo: Terry Brooks ha scritto alcune opere, come la saga di Landover, sotto "spunto" del suo editore, ma di questo si è parlato anche in altre occasioni, come pure dell’aggravante di un sistema gestito a bancarelle, con una mentalità limitata che in rarissimi e illuminati casi è abbastanza lungimirante da capire che la qualità alla fine potrebbe essere la carta vincente su cui scommettere.
Da noi il sistema è tristemente malato: come già visto in passato per molti altri campi, quando una cosa va in voga, ecco una valanga di improvvisati che cercano di cavalcare l'onda senza una base di competenza che favorisca la qualità: il mercato viene invaso in massa da opere, la gente compra, legge libri di scarsa qualità e con il tempo si stanca a buttare via i soldi. Smette di comprare e la curva scende.
Chi paga questo scotto sono quelle case editrici che lavorano in modo ispirato e serio, passionale e qui c'è solo da augurarsi che tengano duro. Prima o poi il lavoro che le premia potrebbe arrivare, e noi tutti ce lo auguriamo per poter arrivare a una vera "Età dell'oro fantasy".
Difficile, ma chi ha passione non ha mai subito il freno di questa parola.
La querelle va affrontata però secondo molte sfaccettature e se cambiamo angolazione diventa doveroso rendersi conto che è facile dissertare su cosa non va, molto meno su cosa bisognerebbe fare. Che il fantasy "italiano" sia in media da "cestinare" è un sentimento che sembra diffuso, almeno nelle impressioni che si leggono in giro. Ma dunque viene una domanda: cosa si aspetta il pubblico?
Ovviamente storie quantomeno sensate, non scritte alla peggio, come è il fondamento di molte delle poche critiche che si leggono in giro: si pubblica con cose che non hanno ne capo ne coda, ancora meno che contenuti. Ma non credo che basti. Non ci vuole molto a fare l'ennesimo clone, non ci vuole molto nella tecnica, ma senza contenuti nuovi è comunque uno scarto per quanto lo si possa scrivere bene nella forma.
Sostanzialmente però, mettere un limite a qualcosa che non dovrebbe averne potrebbe rivelarsi uno svantaggio e forse una forzatura.
Ci vuole qualcosa che sappia avere le simpatie del pubblico anche in cosa di legge, ma cosa si vuol leggere?
Se guardiamo al panorama internazionale narrativo, troviamo nello stesso genere un’infinità di varianti e di variabili: esistono autori che amano scrivere in atmosfere gotiche e cupe, altri che prediligono un genere più fiabesco, altri ancora che amano il classico e vi si trovano più a loro agio. 

E non è sufficiente, per gli scrittori Italiani, ricorrere all'antichità greco-romana come sembra che l'ondata dei nostri esordienti inducono a pensare, non che sia uno sbaglio, ma con la bassa qualità finora dimostrata, anche se fosse giusto, il nostro peculiare bagaglio culturale non viene valorizzato al meglio, finendo per mescolare il concetto di gusto personale con quello di stile e cultura e per dimenticare che i generi letterari non sono e non dovranno mai essere di esclusivo appannaggio di un popolo rispetto che a un altro, ma tutti devono e possono attingere a piene mani da quanto ci giunge e filtrarlo, come detto sopra, con i nostri parametri e i nostri schemi creativi per forgiare qualcosa di nuovo, di buono e di italiano. 
Vale lo stesso per il pubblico.
Per ogni genere, per ogni stile, esiste un pubblico e la pretesa di piacere a tutti indiscriminatamente è quantomeno folle. Lo scrive anche Holly Lisle nel suo "Mugging the Muse", dove il titolo di uno dei primi capitoli recita: "Scrivere con integrità: perché non dovreste piacere a tutti” (lo potete leggere qui).
Quello che un autore dovrebbe fare è seguire, perfezionare, migliorare il proprio stile, raccontare il mondo che ha in testa ponendosi continue domande di causa ed effetto per non contraddirsi, continuare a chiedersi durante la scrittura "Perché succede questo? E cosa può conseguire?" nella ricerca di una coerenza, anche quando sta inventando un mondo tutto suo e tutto nuovo. Al bando invece le domande su cosa lo rende italiano, quasi fosse un “diverso” e ancora meno dovrebbe chiedersi cosa potrebbe voler leggere il pubblico dei lettori, perché ogni lettore ha preferenze diverse e talvolta le stesse cambiano da periodo a periodo, di giorno in giorno, così come oggi si può aver voglia di mangiare carne e domani pesce.
L'autore che vuole esprimersi al meglio se stesso deve seguire il proprio talento, alimentarlo, perfezionarlo in un viaggio senza fine. Ma per fare questo non deve piegarsi alle influenze esterne. 

I contenuti però non sono tutto, sebbene siano materiale fondamentale per scrivere un fantasy, ma serve anche una certa coerenza narrativa negli schemi mentali che li gestiscono e che, direttamente o indirettamente, portano a formare lo stile che poi la storia assumerà.
Va da sé che, però, non è tutto rose e fiori perché se è vero che un fantasy epico lo può scrivere chiunque, meno vero è che chiunque può dire qual è la mentalità, la psicologia e le reazioni psico-attitudinali nonché emozionali dei personaggi, tutti tratti che li rendono – per quelle ore che ci tengono compagnia leggendo le loro gesta o, come piace a molti di noi dell’isola, scrivendole – vivi, reali, concreti, reattivi e protagonisti sul palcoscenico della trama. E non è affatto una questione banale. 

Le scelte visive e quelle narrative, insomma, vengono dettate soprattutto da una sensibilità e da stili di vita molto diversi. Eppure tutto questo confluisce nell'immaginario di una sola persona e da qui le scelte artistiche che si fanno. 
Per quanto sottili, queste cose producono un risultato enormemente diverso proprio grazie a quel filtro di mentalità che ci fa assorbire meglio certi argomenti rispetto di altri. Noi possiamo apprezzare "l'epico" come lo intendono gli Americani o gli Inglesi, ma la scelta stilistica che essi usano fa fatica a calcare nella nostra realtà e schemi mentali "da italiani". Il mito Germanico ha una mentalità quasi fatalista (semplifichiamo dicendo "tutti muoiono"), che può essere appassionante come intrattenimento, ma questo modo di vedere però potrebbe non collimare con il nostro modo di ragionare "all'italiana" fatto di "tira avanti e vivi alla leggera".
Oppure come la critica che in Italia si predilige forme di narrativa più realista: perché noi Italiani siamo pragmatici di natura. Non siamo un popolo idealista, non seguiamo enormi aspirazioni, siamo ancora la gente "casa, chiesa e famiglia". Le avventure a grande respiro raccontate dagli Americani o Inglesi le percepiamo, secondo me, come una trasgressione dal tram tram quotidiano, ma secondo me non abbiamo proprio noi come popolo quella coscienza che invece, quella forza che spinge i personaggi a compiere una grande impresa, sia una metafora immaginaria di una realtà vera. Ecco che invece l'attenzione del nostro popolo è rivolto all'intrattenimento dove il quotidiano è al fulcro, perché racconta di situazioni ed esperienze che ci sembrano vicine alla nostra mentalità pragmatica. La mentalità ha soprattutto peso in questo, in cosa apprezzi maggiormente e in quale maniera serve vedere le cose per farle piacere.
Non che in Italia non si possa scrivere un fantasy epico, per fare un esempio, che ci piaccia, ma il problema è il capire come "farlo sentire" davvero, nel senso dei suoi temi, ad un popolo che ha perennemente i piedi per terra e non guarda cosa ha oltre due centimetri del proprio naso. 


E sulla base di questa mentalità pragmatica dobbiamo renderci conto anche di un’altra cosa a cui magari i più non fanno caso, forse anche in virtù del fatto che l’editoria digitale e la distribuzione degli eBook prende sempre più piede, perché in libreria non ci si mette più piede, ma raramente si vedono le sezioni “fantasy”, il genere nella maggior parte dei casi, anche nei grandi megastore di libri, viene solitamente relegato nella categoria libri per ragazzi o young adult (quanto va di moda l’uso delle declinazioni inglesi per dire adolescenti) insieme a un fioccare di urban fantasy, vampiri e quant’altro, confondendo ancora di più le idee ai lettori. Anche questo è forse da imputare alla demonizzazione subita in passato e che continua a subire il genere, senza considerare che tra le migliaia di titoli a disposizione in catalogo solo un 1% viene preso in considerazione dai librai, ossia i titoli che “tirano”, che fanno cassa, vuoi anche perché pubblicizzati dalle ultime novità al cinema, vuoi anche per una campagna mediatica non indifferente dai grandi gruppi che, come già detto, cavalcano l’onda. 

Questa discriminazione potrebbe anche essere imputata al fatto che tendenzialmente le trame si rispecchiano molto le une sulle altre e le tematiche bene o male mancano di freschezza e di innovazione tritando il già tritano tema della ricerca, della lotta imperitura tra Bene e Male, di gesta eroiche portate avanti da eroi improbabili. Tutte tematiche, sempre nell’ottica di una visione pragmatica (e non sempre corretta) che fanno pensare al fantasy come semplici storielle per bambini senza considerare o, meglio, credendo assolutamente non plausibile che possa piacere anche agli adulti e quindi relegandolo per forza di cose a un settore che gli adulti non frequentano, a meno che non abbiamo dei figli o dei nipoti da accontentare. 

La questione è che, nella mancanza di basi formative effettive, gli scrittori fantasy italiani – molti dei quali candidamente ammettono di non aver mai letto niente di fantasy classico se non per i più Tolkien – devono crescere, acquisire esperienza, cadere e rialzarsi e riprendere a camminare accettando le critiche come le lodi perché è solo vivendo che si può maturare. 

Crescere è sempre faticoso, acquisire l’esperienza è duro come il pavimento su cui sbatti le ginocchia quando cadi. Ma la vera forza sta nel rialzarsi e riprendere il cammino e scrivere come meglio si crede per il pubblico che ci sceglie e non che noi scegliamo, ma essere sempre coscienti della coerenza narrativa, della ricchezza dei contenuti fino a trovare quello schema, quella forma mentis che ci permetta di poter avanzare a testa alta accanto ai grandi autori americani come Tracy Hickman, Margaret Weis, (le saghe di Dragonlance in primis e alcuni libri di Ravenloft) George R. R. Martin (Le cronache del ghiaccio e del fuoco), R. A. Salvatore (La saga di Drizz, l’elfo scuro) e trovare con quella passionalità tutta mediterranea che ci contraddistingue lo spunto innovativo che farà fare al fantasy italiano il salto di qualità e non farà più dire ai più che, semplicisticamente, fa schifo.



Per concludere, vorrei ringraziare sentitamente gli autori occulti di questo articolo, che è più farina del loro sacco che totalmente mio questo risultato, i quali hanno partecipato a una discussione in merito sul forum e da cui io ho copiato praticamente tutto amalgamandolo spero in un unico discorso coerente unendoli al mio, di pensiero. Un grazie quindi a DracoDraconis, Shey'raen, Grifone per essersi prestati.

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