Celeste e il Generale filosofo- XIII capitolo, parte prima



Dicembre 855 a.u.c
Vibia Sabina

Il tempo scorre veloce, senza darti modo di accettare i cambiamenti che porta con sé.
Celeste era tornata a casa, e non aveva trovato suo padre ad attenderla. Non viveva più con sua madre da molti mesi ormai, ma nelle lettere che le avevano scritto, avevano omesso questo particolare.
Celeste trovò Sempronia molto cambiata: usciva di casa senza comunicare la propria destinazione, vestita e pettinata all’ultima moda, e rientrava poco prima che facesse buio. Sotto la parrucca bionda e il trucco pesante, però, la ragazza scorgeva tanta tristezza e mille insicurezze. Di contro, sua madre sembrava davvero felice del suo ritorno a casa e si confidava con lei più di quanto avesse mai fatto in passato. Alla fine nessuno la rimproverò per il suo colpo di testa, passato in secondo piano rispetto all’allontanamento del pater familias. E, ancora una volta Celeste rimpianse di non avere più Calliste, la sua amata sorellina morta tragicamente, con cui condividere le proprie preoccupazioni.

Settimo, invece, aveva perso quasi del tutto i pochi capelli che gli erano rimasti. La bella Livia era un’amante esigente e dispendiosa: toccava a lui doversi occupare di Felix, (così avevano di comune accordo chiamato loro figlio) mentre lei trascorreva tutto il giorno alle terme. Da generale e pater familias amato e rispettato che era stato, si trovava ora a fare da balia ad un bambino insolente e capriccioso. Certo, aveva schiavi a sufficienza e anche Anna, la strana e sfuggente segretaria di Livia, ad aiutarlo. Ma a nessuno, nemmeno alla stessa madre, sembrava importare del bambino quanto a lui.
Anche con Faustina il tempo non era stato parco di cambiamenti. La più cara amica di Celeste aveva sempre la testa tra le nuvole, ed era molto più avara di confidenze. Sua madre Lucilla pareva non avergli perdonato il matrimonio annullato ma, tra Baia e Roma, dove si divideva, non le restava molto tempo per esercitare la propria autorità genitoriale.
Quanto a Caius, le peggiori paure della giovane si erano infine concretizzate: nonostante le promesse, lui era sparito. Non era un allontanamento fisico, perché si trovava nell’Urbe quanto lei, ma aveva iniziato a ignorarla, e in pubblico la trattava come se non esistesse. La ragazza non sapeva più come comportarsi: delusione, tristezza e rabbia si alternavano o si concentravano insieme nel suo animo, gettandola in uno stato malinconico.
Le parti tra Faustina e Celeste si erano quindi invertite: ora era la prima a essere oggetto d’invidie della seconda.
Marco, infatti, aveva fatto a Faustina un ritratto come promesso. E poi un altro ancora. Alla fine la giovane si era alzata dal triclinio, su cui si era messa in posa e, sorprendendolo, gli aveva domandato sfrontata: “Quanti ritratti ancora dovrai farmi prima di deciderti a baciarmi?”
Avevano iniziato a vedersi di nascosto: il pericolo e la paura di essere scoperti piuttosto che renderla più accorta ed esitante, avevano spinto Faustina a essere ancora più temeraria e avventata. Gli schiavi della domus erano gli unici a conoscenza della tresca amorosa intessuta dalla loro padroncina in quelle mura, ma erano obbligati al silenzio. Faustina, a dispetto di quanto gli diceva, si vergognava delle umili origini del giovane, e su di esse aveva anche mentito alla sua migliore amica. Aveva raccontato a Celeste che Marco era il figlio di un mercante di spezie e che presto l’avrebbe chiesta in sposa. La situazione attuale non poteva essere più diversa. Il giovane apparteneva a una classe sociale troppo inferiore a quella di Faustina e, anche potendo sposarla, non sarebbe mai riuscito a farle mantenere il suo stile di vita.
Persino Roma, la sua amata città, non era più la stessa: Traiano la stava rinnovando con monumenti e statue elogiative per celebrare i propri successi in Dacia.
Sebbene il suo contributo nella guerra contro Decebalo fosse stato davvero irrisorio, suo marito Adriano si vantava delle sue presunte gesta eroiche con chiunque non avrebbe potuto o osato smentirlo. Antinoo era la sua ombra: lo seguiva ovunque andasse, come un cagnolino fedele e adorante. Solo nelle occasioni pubbliche, l’efebico favorito si teneva discretamente in disparte, eclissandosi tanto da non finire sulla bocca di tutti, e appena. Solo allora il suo ruolo di moglie era riconosciuto. Vibia Sabina non si rendeva conto che Adriano cercava di sfruttare la sua immagine: era troppo giovane per capire che lui l’aveva sposata solo per ambizione. Nell’ingenuità dei suoi dodici anni aveva pensato al matrimonio come a una festa, e al suo sposo come a un bellissimo eroe mitico. Sapeva di sposarsi per convenienza, ma non avrebbe mai immaginato che lui non l’avrebbe nemmeno guardata con desiderio. Al diciassettenne Antinoo, invece, erano destinate cure e attenzioni. Finché Adriano fu via, la giovane non ebbe da preoccuparsi per rivalità, mancanza di attenzioni, e cattiverie gratuite. Solo quando, dopo due anni di assenza, tornò insieme all’Imperatore, Vibia iniziò a capire il significato del matrimonio. E iniziò a odiare sua madre.

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