RACCONTO: La tomba dimenticata

Su gentile concessione dell'autore, Grievas, utente di dragonisland.it e giocatore nel play by forum "Morte all'imperatore".


LA TOMBA DIMENTICATA


Appena uscito dalla sua tenda nel piccolo accampamento militare quasi in vetta al monte Nemrod, nel Tauro nella provincia di Mesopotamia, Adhad reclinò leggermente all'indietro il capo e chiuse gli occhi, mentre con un lungo respiro immetteva l'aria fresca, quasi fredda a causa dell'altitudine, nei polmoni. La sensazione che gli dava era quella di un qualcosa che lo pervadeva e che lo rendeva incredibilmente vivo. Quindi aprì gli occhi e il cielo terso ed azzurro, di un azzurro tanto brillante, gli riempì lo sguardo, rinfrancandogli l'anima. Sorrise. Gli sembrava davvero d'essere ad un passo dall'eternità, in un luogo dove il materiale ed il trascendente sollevavano quel sottile velo che di solito li tiene divisi pur compenetrandosi l'un l'altro in una perfetta osmosi. Forse era anche per quello che Antioco I, re di Commagene, scelse quel luogo per costruire la sua monumentale ed incredibile tomba.
Lo sguardo di Adhad si posò sul tumulo, o meglio collina, fatta di ciottoli, che doveva racchiuderla e che doveva essere alta almeno 17 o 18 pertiche.
Adhad riteneva, ormai, Antioco un re sacerdote almeno pari a Romolo, a giudicare da quanto aveva scoperto da quando si erano accampati, 35 giorni fa, lassù, in mezzo al nulla, eccezion fatta per lo straordinario luogo che li ospitava.
Alla base del tumulo, sia a levante che a ponente, due enormi terrazze ospitavano un complesso di statue stupefacenti sia per dimensioni, alte più di 3 pertiche, che per fattura; più una specie di cortile delimitato da una serie ininterrotta di steli, scolpite a bassorilievo e raffiguranti ognuna le immagini degli avi di Antioco stesso. Sul dorso di quest'ultime, un testo greco affiancato dalla relativa versione in persiano descriveva il pensiero di Antioco e i complessi rituali che questi aveva costruito e codificato, da eseguirsi periodicamente durante l'anno.
Una terza terrazza, a settentrione del tumulo, ornata con due colossali statue, una di un leone e l'altra di un'aquila, simbolo della dinastia commagena, doveva fungere da punto di raccolta dei pellegrini che salivano da diverse strade sui fianchi della montagna.  
Nonostante ciò che la Specula gli aveva mostrato, come Divinator, Adhad era rimasto meravigliato, ed affascinato.
Aveva chiesto al centurione Claudio Flavio, che comandava le due decurie di pretoriani che gli erano state assegnate come coadiuvanti nelle ricerche, di piazzare il campo nei pressi della terrazza a levante, che riteneva la più importante e così era stato fatto.
La missione, affidatagli personalmente dal Magister Divinatorum, consisteva nello scoprire la reale funzione del complesso tombale, nell'aprire un accesso alla camera sepolcrale del tumulo e nell'esplorare il tumulo stesso. Come minimo, esso custodiva un prodigioso tesoro che si sapeva Antioco aveva portato con se, ma Adhad sapeva che al suo Magister l'oro non interessava.
Abbassò lo sguardo sulle gigantesche statue che ornavano la terrazza.
Zeus Oromasde, con l'espressione corrucciata sedeva nel centro affiancato da Apollo-Mithra-Helios-Ermes e dalla dea Tyche. Ai loro lati, rispettivamente, Eracle-Artagnes-Marte, con la sua enorme clava... e lo stesso Antioco I. A chiudere la serie, su entrambi i lati, le statue raffiguranti il leone e l'aquila. Ogni statua aveva un enorme altare per i sacrifici davanti a sé.
Dopo intense ricerche e complessi rituali, ad Adhad gli ci volle solo qualche giorno per rilevare come quel luogo al limite del sogno fosse una sorgente d'incredibile potere mistico. Aveva sentito qualcosa del genere solo all'interno del tempio dell'Oracolo di Delfi e quello stesso luogo sembrava essere partecipe della stessa natura di quello. Sulle prime Adhad ne fu quasi annientato.
Devastato dall'entusiasmo della scoperta e quasi accecato dalla bramosia di conoscenza, Adhad si diede da fare per scoprire l'eventuale ingresso al tumulo, e finalmente lo trovò, sotto l'altare, davanti alla statua della dea Tyche. Lo ritenne un particolare segno del favore che la dea sembrava elargirgli.
Ma qui ebbe il suo primo bagno freddo. Anche se il centurione Claudio Flavio non smise di spronarlo nell'entrare immediatamente nel tumulo per darsi alla sua esplorazione, e lo faceva quotidianamente ed ogni volta con insistenza maggiore da ben venticinque giorni, ormai, Adhad aveva frenato quasi subito il suo entusiasmo. Già una veloce indagine aveva rivelato formidabili difese magiche a guardia del luogo; sigilli mistici la cui natura ne avrebbe lasciato presagire la pericolosità anche al più sprovveduto tra i Divinatores della Specula. Da allora non si era dato pace nel cercare, senza alcun successo, una via sicura all'interno del tumulo o nei tentativi di disinnescare i mortali incantesimi che da centinaia d'anni custodivano l'ultima dimora di Antioco, sempre che fosse davvero tale ciò che li stava ospitando... cosa che riteneva, man mano che i giorni passavano, sempre meno probabile.
Quel giorno però, qualcosa era diverso. Nonostante si fosse nemmeno nell'ora prima, il campo era pervaso da un insolito movimento. I soldati si stavano armando. Avevano indossato le armature, i gladii pendevano minacciosi dal loro fianco e i larghi e caratteristici scudi erano lì, pronti per essere presi. Il piccolo esercito stava preparandosi a marciare.
A larghi passi, Adhad affiancò uno dei due decurioni - “Massimo, che sta succedendo?” - chiese duro.
“Abbiamo ricevuto l'ordine. Si scende nel tumulo.” - rispose l'altro, arcigno.
“Che cosa?” - fece Adhad del tutto stupefatto, facendo un passo indietro - “E' impazzito!” - esclamò, lasciando il decurione ai suoi preparativi e, dirigendosi verso il centurione - “Sono impazziti! Tutti quanti!”
“Centurione!” - lo apostrofò Adhad.
Quegli si voltò con tutta calma, un sorriso beffardo ed odioso stampato sul volto - “A tua disposizione, Divinator”.
“A mia disposizione un corno! Si può sapere che state facendo? Dove credete d'andare? Io non ho dato alcun ordine di muoversi! Io...” - fece Adhad, rosso in volto.
“Gli ordini sono quelli di esplorare il tumulo e non quelli di prendere gli ozi in montagna, Divinator. Ci stiamo preparando ad eseguire gli ordini...” - rispose tranquillo l'ufficiale.
“So benissimo quali sono gli ordini, centurione! Voi non andrete da nessuna parte! Il tumulo non è sicuro. Gravi sventure vi aspettano là dentro se...” - cominciò Adhad gesticolando in direzione del tumulo e dell'altare che ne rappresentava l'ingresso, ma fu interrotto dalla grassa risata di scherno,  che esplose a quel punto, del centurione Claudio.
“Per gli dei, ci risiamo!” - fece quello - “Che cosa ci aspetta, questa volta eh? Divinator? Una cimice assassina? Un fagiolo pazzo? Una foglia rabbiosa? Cosa stavolta?”
Le risate esplosero per tutto il campo.
Adhad si guardò intorno esterefatto. Quella era insubordinazione, e della peggior specie.
“Suvvia centurione...” - incominciò con tono ben pacato - “... se solo mi lasciaste il tempo di trovare  il modo di spezzare i mortali sigilli mistici che proteggono il tumulo, io sono sicuro che...”
“Hai avuto già il tuo tempo, divinator!” - replicò secco il centurione.
Adhad odiava quando sentiva la parola 'divinator' pronunciata a quel modo. Sembrava molto un sinonimo di 'imbroglione'... o 'ciarlatano'...
“E' venuto il nostro, di tempo! Qualunque cosa quel mucchio di sassi nasconda, non lo farà ancora a lungo! L'Imperatore vuole dei risultati e io glieli porterò!”
“L'Imperatore vuole i suoi soldati vivi ed in buona salute, anche! E non avrà ne l'uno ne l'altro se...” - le parole gli morirono in bocca quando se la vide minacciata con il gladio che il centurione aveva fluidamente sguainato, puntandoglielo contro la gola.
“Non un'altra parola, menagramo.” - sibilò quello.
“Claudio. Scorgo la cupidigia nei tuoi occhi.” - fece Adhad.
“Guarda meglio, omuncolo, e vedrai anche la determinazione ad eliminare ogni ostacolo tra me e quel maledetto tumulo. Ora, spostati.” - fece il centurione.
Adhad non se lo fece ripetere due volte. Si accigliò e, alzate le mani, si fece da parte, in silenzio.
“Voi!” - fece il centurione rivolto alla truppa, senza distogliere gli occhi dallo Speculator - “Siete pronti!?”
Un generale mugolio d'assenso comunicava che la fiera quanto micidiale macchina da guerra romana, pur in scala così ridotta, era pronta alla marcia. 
“Bene, andiamo!” - ruggì il centurione.
O dei! Fino a quando lascerete che la vanagloria e la cupidigia continuino a pascersi non solo dei vanagloriosi e degli avidi, ma pure degli innocenti? Fino a quando?
“Centurione!” - chiamò Adhad, rivolto all'ufficiale che, in testa alla colonna, già aveva cominciato a dirigersi all'apertura posta ai piedi dell'altare, ruotato di circa 45 gradi in senso orario, davanti all'altare della dea Tyche.
“Che vuoi, adesso?” - fece l'ufficiale spazientito.
“Ti prego...” - mugulò Adhad - “Lasciami almeno un paio di uomini a proteggermi, qualora dei briganti mi assalgano mentre voi state là sotto...”
Il centurione imprecò, poi rispose - “Un uomo. Tito, tu rimani a sorvegliare il... coraggioso!”
Uno dei pretoriani, uno dei più giovani, si staccò dalla colonna e con aria ben poco entusiasta si diresse accigliato verso lo Speculator. Lo guardava in cagnesco, con l'aria di qualcuno che è stato appena derubato di qualcosa che gli spetta di diritto.
“Torniamo subito, cara!” - fece il centurione alla volta di Adhad - “Non andartene...”
Adhad s'accigliò ancora di più mentre osservava la piccola colonna avvicinarsi all'apertura e gli uomini che la componevano scendere, uno a uno, la scalinata che li portava sottoterra e poi, al cunicolo che da lì partiva in direzione del Tumulo.
Lo Speculator chiuse gli occhi, inspirò profondamente ancora una volta e, mentre espirava, si sedette, sempre a occhi chiusi, a gambe incrociate nello stesso luogo dove il centurione lo aveva lasciato. Ben presto, l'ultimo dei soldati che componevano la colonna sparì, come inghiottito dalla terra stessa.
“Ora tu mi odi, ragazzo...” - fece con calma, sempre ad occhi chiusi, alla volta del pretoriano che era dovuto rimanere con lui - “...ma, purtroppo, tra non molto il tuo odio si tramuterà in profonda gratitudine, anche se tu non mi credi”.
Adhad ne sapeva abbastanza sulla natura dei mistici sigilli posti da Antioco a quella che sembrava la sua tomba per sapere cosa sarebbe successo di lì a poco, anche se non ne sapeva abbastanza su come romperli o renderli inoffensivi. Aveva anzi incominciato a pensare che ciò fosse, almeno momentaneamente, al di fuori delle sue posssibilità... forse un doctor... o magari, un immunes... oppure, addirittura, il Magister Divinat...
Fu allora che successe. 
L'apertura del passaggio ai piedi dell'altare vomitò improvvisamente le urla di terrore e di dolore degli uomini che fino a pochi secondi prima avevano condiviso con lui ed il suo contrariato compagno la vita di tutti i giorni. Erano agghiaccianti. Terrificanti.
Lo Speculator chiuse ancor più fortemente gli occchi, come a strizzarli, quasi che il chiuderli ancora di più potesse, in qualche modo, impedire anche alle grida d'entrargli nelle orecchie e di lì, alla mente e rimanergli incise, per chissà quanto tempo ancora, nell'anima.
Quasi subito, le urla cominciarono a scemare, segno evidente che la resistenza, tanto preparata dall'addestramento militare ricevuto, quanto inutile data la natura sovrannaturale delle forze che si ritrovava ora a fronteggiare, stava velocemente venendo meno.
Poi, il silenzio.
Adhad Iddin emise un sospiro e aprì gli occhi, che rimasero fissi a guardare l'ingresso solo pochi istanti prima violato dopo tanto tempo.
“Che cosa... che cosa è successo?” - fece tremante il pretoriano che era rimasto con lui tanto malvolentieri e che ora stava ringraziando gli dei per avergli risparmiato la fine di quelli che solo pochi istanti prima erano stati i suoi compagni ed i suoi amici, spezzando l'innaturale silenzio che aveva pervaso tutta la montagna.
“Solo gli dei lo sanno, ragazzo.” - fece greve lo Speculatores, alzandosi.
Al cenno di quest'ultimo i due si avvicinarono all'apertura nel terreno dove i loro compagni avevano trovato il loro truce destino; ne fissarono le fauci, ma oltre al nero delle tenebre che laggiù regnavano sovrane non scorsero altro. Adhad si chinò come a veder meglio, a scrutare la notte sperando, pregando che qualcuno riuscisse a tornare indietro, a salvarsi, a sopravvivere a...
All'improvviso due mani spuntarono dal nulla e afferrarono per la collottola lo Spaculatores, strappandogli un grido di spavento. Un urlo disumano e un uomo spuntò fuori da quel passaggio maledetto.
“Centurione Claudio!” - esclamò stupefatto il Divinator.
L'uomo aveva il volto sfigurato dal terrore, gli occhi fuori dalle orbite, lo sguardo fisso, vacuo. I capelli, incanutiti prematuramente ed innaturalmente. Le mani del centurione strinsero convulsamente le vesti del Divinator, mentre continuava ad urlare.
Sia Adhad che Tito, il pretoriano rimasto con lo Speculatores, non riuscirono a muovere un dito: erano come pietrificati tanto la sorpresa era stata grande.
Poi, la bocca del centurione Massimo cominciò a riempirsi di schiuma e l'urlo, tanto stentoreo poc'anzi, si tramutò in un disgustoso gorgoglio; la presa cominciò, finalmente, ad indebolirsi.
Adhad, riuscì allora a scuotersi e, benché non ancora riavuto del tutto dalla sorpresa, o meglio dallo spavento di veder qualcuno sbucar fuori all'improvviso da quel buco maledetto, provò a sorreggere il centurione stesso -”Coraggio centurione! Ora è fuori! E' salvo!” - cominciò ma questi, per tutta risposta si accasciò lentamente, gorgogliando sempre più sommessamente, ai piedi dello Speculatores, senza che questi riuscisse a fare alcunché. Poi, non si mosse più ne emise più alcun suono.
Il silenzio ridivenne il padrone della montagna, della terrazza a levante del tumulo di ciottoli, dell'ultima dimora di Antioco I di Commagene. 
Adhad era in ginocchio al capezzale dei resti mortali del centurione. Il pretoriano, muto, ancora alle sue spalle, incapace di proferir parola.
Una folata di vento scompiglio i capelli del centurione, scosse le vesti dello Speculator e fece tintinannare le cinghie di un cingulum di ricambio rimasto appeso ad un palo delle tende del piccolo accampamento.
Il Magister avrebbe avuto la relazione di quanto successo lì in quel luogo, di tutto quanto Adhad aveva scoperto, di tutte le ipotesi che egli aveva partorito e... della morte eroica del centurione e dei suoi soldati.
Ma ora c'era qualcos'altro da fare. Qualcosa di molto più importante.
E subito il silenzio lasciò il posto al sommesso salmodiare del civile e del militare che, insieme, pronunciavano le preghiere per i loro compagni che li avevano appena lasciati.


Grievas ha scritto: 
L'ambientazione del racconto si basa per la quasi totalità su Lex Arcana e sull'Ucronia ideata dai Demiurghi.
Il luogo, però, esiste davvero e si trova in quella che, oggi, è la Turchia, sul monte Nemrut Dagi, Esso aveva sul serio le caratteristiche descritte (Magia a parte, ovviamente... però... chissà!), solo l'ordine delle statue era leggermente diverso. L'altezza del tumulo è di circa 50 metri. Le statue erano alte 15 metri. Ad oggi non si è ancora trovato il modo per accedere al tumulo... senza danneggiarlo irreparabilmente, ovviamente.

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