RACCONTI: Realizzare un desiderio


La ragazza si fermò nella piana a metà strada tra il grande castra legionario di Potaissa, ultimo baluardo di difesa contro gli invasori dell’ovest e del nord-est che mai avevano accettato la dominazione romana.
Lei, quasi diciottenne, figlia di daci purosangue sia per parte di padre che parte di madre stando ai racconti della donna, non capiva come non si potesse voler far parte di un meccanismo così grande e perfetto. Suo padre era scomparso quando lei aveva tre anni e la madre, in gravi difficoltà, aveva dovuto cedere e fare la lupa a Romula, a qualche chilometro dal confine della Dacia con la Moesia Superior. Si era venduta per mantenere e crescere lei.
I Carpazi si stagliavano alle sue spalle in una fila di denti irregolari svettanti verso il cielo in apparentemente dolci pendici in una variazione cromatica di grigi e di blu indefiniti.
Sedette a terra, guardando verso sud-est, la fortificazione di Potaissa ormai invisibile alle sue spalle lontana ben più di un paio di leghe, un altro castra - non segnalato su alcuna delle mappe che aveva avuto modo di vedere o rubare - si stagliava a meno di tre stadi da lei.
L’aveva trovato.
Prima di lasciare la madre, fin troppo apprensiva ma orgogliosa e fiera di lei, a Romula, aveva sentito parlare di un corpo scelto di fanteria e di cavalleria che aveva la sua sede proprio in quella zona, ma sembrava più un mito che una realtà. Si raccontava che da quella scuola, riservata ai pochi eletti che venivano selezionati all’ammissione, uscissero i più forti guerrieri dell’Impero, tanto che poi era stata insignita anche del titolo onorifico di Istruzione Superiore della Legione.
Non sapeva cosa volesse dire, sapeva solo che durante il viaggio aveva avuto modo di sentire sempre più frequentemente quelle voci e come un segugio aveva inseguito in quei quattro mesi ogni flebile dettaglio, mettendoli insieme fino a giungere alla sua meta. Era il terzo giorno che studiava quella specie di fortino.
Vi erano guardie sugli spalti, sia lungo le mura che sulle torrette d’angolo. Ogni lato aveva una porta, non troppo grande ma bastevole a far entrare e uscire agevolmente tre carri contemporaneamente. Le porte erano sorvegliate da guardiani in armatura legionaria il più delle volte.
Il più delle volte.
Era quello il punto: se fosse stato un castra legionario come quello di Potaissa o di innumerevoli altre città che durante quell’ultimo anno aveva visitato dopo la sua fuga notturna da Romula – aveva accidentalmente ucciso il figlio di un nobile locale che aveva tentato di violentarla insieme con i suoi sgherri ubriachi – tutti i legionari avrebbero indossato indistintamente la lorica segmentata, gli ufficiali l’anatomica in cuoio sopra al camaglio di ferro, i cavalieri e gli arcieri solo il camaglio.
Attese il tramonto, si alzò quando la luce cominciò a scomparire dal cielo lasciando il posto alle prime stelle della sera e si avvicinò al fortilizio come le ultime tre sere. Giunse a ridosso delle mura che era ormai buio pesto e le fiaccole presenti sui camminamenti non arrivavano a illuminare la sua figura, otto braccia più in basso, comodamente addossata alla porta nord e avvolta in una calda coperta. Lo stomaco brontolò e storcendo il naso si coprì meglio, tentando di mascherare il rumore: aveva l’impressione che avrebbero potuto sentire il suo stomaco vuoto fin sulle cime dei Carpazi ora resi invisibili dall’oscurità.
Sospirò, carezzando la spada che era riuscita a procurarsi la notte prima da uno dei soldati di guardia e sorrise soddisfatta. Saranno anche stati i migliori guerrieri dell’impero quelli che uscivano da quella scuola, li chiamavano Amazzoni dell’Igea se erano donne, altrimenti erano i Centauri....Sarà, ma di certo le sentinelle non hanno lo stesso rigore, altrimenti ieri notte non sarei riuscita a salire indisturbata sopra le mura.
Quel pensiero sprezzante la cullò fino al sonno leggero. Quando venne chiamato il cambio di metà notte la voce del centurione la svegliò: sbraitava contro la sentinella piazzata sulla torretta alla sua destra che aveva scovato a dormire. Sorrise supponente, considerando che quello non aveva idea di come dormisse della grossa il compare che sarebbe andato a sostituire il dormiglione. Cinque giorni e quattro notti di appostamento e studio avevano, oltre che svuotato la sua misera scorta di cibo, anche fruttato una bella serie di informazioni.
Era sempre stata consapevole che, in base alle chiacchiere colte lungo la strada, non sarebbe mai potuta permettersi un corso di studio là: era rinomato come centro d’eccellenza e la retta era esosa in pari misura. Eppure aveva visto entrare e uscire in quei giorni ragazzi e ragazze scalcinati tanto quanto lei, se non di più. Questo voleva dire che, se erano vere le chiacchiere, la proprietaria della scuola – una tale Elettra Igea – aveva potere di decidere se addestrare o meno anche i meno abbienti.
Ma, dal momento che fino a quel momento buona parte delle chiacchiere raccolte si era dimostrata veritiera – non sarebbe appostata contro le mura del fortilizio se non fosse così – non vedeva perché quell’ultima voce dovesse essere fasulla. Perciò doveva dimostrare quanto valesse.
Sorrise sicura nel buio della notte, ascoltando i passi cadenzati dei militari in ronda sugli spalti sopra di lei: era cresciuta in strada e aveva imparato suo malgrado a difendersi con i pugni e con le armi. Sua madre non aveva mai voluto che si vendesse al lupanare, cosa che invece i più ritenevano già successa e quindi, in virtù di quell’idiozia si ritenevano autorizzati a metterle le mani addosso. Non era sempre andata bene, in un paio di casi l’avevano avuta vinta e l’avevano inchiodata a terra a subire la loro lussuria...a furia di lottare aveva iniziato a spezzare le ossa delle mani che si permettevano di pioverle addosso. Aveva seguito con occhi avidi gli allenamenti dei gladiatori, imitando i loro gesti nella solitudine della prima campagna fuori Romula, rientrando a casa solo a tarda sera. Sua madre solitamente tornava molto più tardi e la vedeva raramente anche se parlavano spesso, in quelle occasioni, del suo futuro.
E il suo futuro aveva dovuto costruirselo di fretta quella sera di un anno prima.
Sua madre aveva tolto da sotto l’asse allentata dell’angolo cottura un sacchetto con i pochi risparmi e le aveva detto di andarsene e di trovare la sua strada. «Sei grande figlia mia, e sei forte. Non sono riuscita a proteggerti dalle brutture della vita come avrei voluto, ma non temere: non tutti gli uomini sono malvagi e prepotenti come quelli che hai conosciuto. Prepotenti magari sì, ma crudeli e violenti… non tutti.»
Non aveva capito subito il discorso della madre, ci era arrivata passo dopo passo durante quel lungo peregrinare da un capo all’altro della Dacia. Aveva ascoltato la sua raccomandazione di non andare a Ulpia Traiana, dove era nata e dove la famiglia del ragazzo che aveva ucciso a mani nude aveva appoggi potenti. Peregrinando insieme alla consapevolezza del reale significato di quel discorso, la ragazza aveva trovato non solo uno scopo nella vita – diventare un’Amazzone dell’Igea – ma aveva anche raggiunto la consapevolezza che non avrebbe mai più potuto prendere alcun tipo di contatto con la madre. Avrebbero potuto torturarla, o magari lo avevano già fatto, per sapere dove lei fosse fuggita e proprio in virtù di questo aveva fatto giungere al lupanare dove lavorava sua madre un messaggio: «Domitilla Ottaviana è morta.»
Non sapeva perché sua madre le avesse detto che quello era il nome che avrebbe dovuto usare e nemmeno le interessava: lei era sempre stata Ottavia Traiana e tale sarebbe rimasta.
Dopo un’ora abbondante di attesa la cadenza dei passi divenne sempre più irregolare, frammista da una serie di russate più forti interrotte talvolta da versi, altre da soprassalti forse dovuti a scossoni dei commilitoni. Attese, guardò verso l’alto ascoltando attenta i suoni amplificati dalla notte e aguzzando la vista attese ancora di veder definitivamente sparire le sagome scure stagliate contro la coltre diamantata del cielo notturno. Quando anche le fiaccole alle torrette alle due estremità del muro di cinta vennero abbassate all’esterno per non disturbare le sentinelle che dormivano all’interno, lanciò la corda con il rampino. Rimase di ghiaccio al suono secco del metallo che rimbalzava sulla murata, deglutendo nervosa immaginando alte urla di allarme nella notte.
Nulla.
Tirò lenta un sospiro, finendo per scuotere la testa. Con cautela attirò la corda fino a quando non sentì il rampino fare presa sul bordo. Diede allora uno strattone più forte e lo incastrò, quindi prese a salire, la spada penzoloni al fianco. Arrivata sulle mura sbirciò in entrambe le direzioni. Di sentinelle nemmeno l’ombra. Scavalcò agile il parapetto, scese silenziosa come un gatto le strette scale accanto alla porta e si inoltrò a suo piacimento nel fortilizio.
All’inizio si chiese come orientarsi, poi pensò a come era organizzato il castra di Potaissa dove aveva soggiornato prima di arrivare lì e ragionando freddamente pensò che non sarebbe stato organizzato diversamente: non aveva senso e i Romani raramente erano così pazzi da cambiare tattiche comprovate ed efficienti.
La luna sorse a inargentare il cielo e a rischiararle il cammino, rendendole agevole introdursi nel magazzino alimentare e fare incetta di prosciutti e formaggi, gallette e strisce di carne essiccata. Quando passando davanti a una cassa sentì il profumo acre e violento del garum sentì l’acquolina invaderle la bocca. Prese con le dita un lembo del coperchio e dopo un certo sforzo lo divelse. Subito mise nella sacca che portava a tracolla un paio di piccolissimi dolii – la forma era quella anche se miniaturizzati – e il terzo lo aprì spalmando abbondantemente la galletta già ricoperta da una generosa fetta di prosciutto e da un pezzo di formaggio. Che aveva prelevato da altre forme del magazzino, non certo dalla scorta che aveva fatto.
Vivere per strada, a Romula, le aveva insegnato molto e di questo quasi niente era lecito. Però, come diceva un suo vecchio amico, era certamente utile. Finito che ebbe di riempirsi la pancia uscì e tornò al suo bivacco di fortuna, lasciando le porte aperte dove era passata (aveva recuperato anche un pugio e un’armatura in cuoio dall’armeria) e ritirando con attenzione il rampino.

L’alba sorse sul campo di allenamento. Una donna correva con un'armatura anatomica in cuoio indosso, l’elmo ben calcato in testa, un grande scudo a torre decorato con la testa di Medusa e l’aquila di Roma tenuto dalla mano sinistra, e una lancia nella destra. Dal fianco pendevano un gladio e un pugio, mentre dietro la schiena portava una grande spatha germanica a due mani.
Finiti i cinquanta giri di campo di corsa, dove aveva alternato corsa veloce a corsa lenta, Elettra Igea si fermò per tirare il fiato. Aveva quarantatre anni e un fisico invidiabile per una donna, ma si stava rendendo conto ogni giorno di più che stava invecchiando. E la cosa, tutto sommato, non le piaceva per niente. Era sopravvissuta a cinque anni nell'esercito regolare, una decina d'anni nella Specula, in servizio attivo e come insegnante, era sopravvissuta anche alla rivolta dei Riformisti...e, quando la scuola era stata aperta da non più di due anni, era stata sconfitta da una caduta dalle scale. Nonostante le cure dei migliori medici dell'impero, la frattura all'anca le doleva ancora parecchio nelle giornate umide, e nella disperazione di quei giorni aveva addirittura pensato di lasciar perdere quel sogno. Ma aveva tenuto duro. Anche perchè le bruciava ancora aver dovuto chiedere un prestito ad Azia Medea Rubinia Severa. Erano anni che ormai aveva saldato il debito, eppure ancora le bruciava a distanza di tempo l’averlo dovuto contrarre. Con lei.
Eppure, Azia era stata l’unica che non aveva riso di quel suo progetto, non aveva detto nient’altro che un semplice e diretto: «Quanto ti serve?»
Non aveva sindacato nulla, non aveva voluto sapere nulla se non gli annuali rendiconti e il regolare pagamento delle rate, nemmeno quando le aveva detto la cifra esorbitante aveva battuto ciglio. Aveva annuito, aveva posto le sue condizioni – da affarista e non da amica, cosa che aveva apprezzato nonostante tutto – e l’accordo era stato preso. E ora, a distanza di quindici anni da quel giorno, Elettra si guardava intorno fiera e soddisfatta di quanto era riuscita a costruire.
Callimaco l’attendeva al bordo del campo con una pezzuola per detergere il viso dal sudore, cosa che lei fece non appena si fermò e tolse l’elmo. Come guardò l’attendente da sopra la pezza, gli occhi grigi di lei si appuntarono corrucciati su un dettaglio fuori dalla norma. «Callimaco, perché i magazzini delle salmerie sono aperti?»
L’uomo si voltò palesemente stupito: l’alba stava sorgendo in quel momento e dalle camerate si sentivano gli aii sbraitare per tirare giù dalle brande i trenta allievi. «Non saprei, domina. Vado a controllare?»
Elettra nel frattempo depose anche lo scudo e le armi. «Vengo con te.»
Tenendo solo la spatha sulla schiena, la guerriera camminò accanto all’attendente. Nonostante l’età e l’esercizio fisico appena compiuto, non accennava ad ansimare, non si sentiva affatto stanca. Lo spettacolo del furto si aprì ai loro occhi non appena scostarono l’anta. Il magazzino accanto era quello delle armi. E anch’esso era aperto.
«Callimaco… puoi spiegarmi come sia possibile che abbiano rubato… qui?!»
«Non… non lo so… domina… le guardie…»
«Se scopro che è stato uno di quei rottinculo dei ragazzi li sventro dal primo all’ultimo!»
«S-s-sono certo che c’è una spiegazione logica.»
La furia cieca cominciava a farsi strada nella guerriera. Non uscì subito allo scoperto solo per il vociare crescente che giungeva dalla porta nord. «E adesso cosa succede?»
Elettra non badò alla risposta balbettata dell’attendente, non se ne aspettava una diversa da “non lo so” visto che era con lei fin da quando si erano alzati dal letto, l’unico posto dove si permetteva di lasciarsi trattare semplicemente da donna e non da soldato. La maggior parte delle volte.
Per quanto Callimaco fosse un capace amministratore, un insegnante perfetto su tutto ciò che c'era da sapere sull'Impero e un amante eccellente, gli mancava decisamente quel tipo di disciplina militare che permetteva di fiutare le situazioni pericolose.
Arrivò prima di lui, attraversando il vialetto che univa la porta nord al campo di addestramento e più si avvicinava più il vociare aumentava, trasformandosi in acclamazioni, grida di incitamento e scommesse urlate a gran voce.
«Vi ho detto che non ho tempo da perdere! Voglio vedere Elettra Igea!»
Il tono perentorio della ragazza appena oltre la soglia della sua scuola era in perfetta armonia con i suoi movimenti: Elettra sgomitò tra gli studenti e il manipolo del corpo di guardia fino ad arrivare pressoché ignorata in terza fila. Non era altissima, ma quelli davanti a lei erano della sua stessa stazza e poteva vedere bene il campo di battaglia improvvisato.
La ragazza non aveva nemmeno vent’anni stando alla corporatura alta e sottile e al visetto giovane, sebbene già incattivito da chissà quali esperienze. Vestiva di un paio di sandali che restavano insieme per pura forza di volontà e una tunica strappata e consunta la cui unica destinazione possibile sarebbe stata come stracci per le scuderie. Elettra inarcò il sopracciglio divertita a vedere uno dei suoi migliori allievi volare oltre la spalla della ragazza e battere duramente la testa contro il fodero della spada che questa portava legata alla bell’e meglio in cintura. Strinse gli occhi sospettosa nel notare il baluginio del sole nascente a est su uno stemma.
Il suo stemma.
Quindi quella era la ladra?
Altre due guardie si avventarono sulla giovane, che venne immobilizzata a tradimento da dietro dal ragazzo fatto volare poc’anzi. Non ci mise molto, lottando come una furia, a liberarsi di tutti e tre i suoi assalitori: pestò duramente il piede di quello di destra, sfruttò la presa del ragazzo alle sue spalle per prendere a calci in bocca il terzo assalitore e poi, senza tanti pensieri, lanciò la testa all’indietro a cozzare con i denti del ragazzo che cadde.
Accanto a lei nella calca un ragazzo dondolò da un piede all’altro. Lo sbirciò con la coda dell’occhio. A un certo punto questi sbuffò e tossicchiò prima di rivolgersi a lei a voce bassa: «Magistra… non pensi che sarebbe il caso… ecco… di intervenire?»
«E perché dovrei?»
«Perché altrimenti poi toccherà a me e non mi va di farmi prendere a graffiate da quella gatta selvatica.»
«Hai paura che vinca?»
Il ragazzo, di poco più vecchio della nuova venuta, fece di no con la testa, solenne. «Sa combattere, indubbiamente. Ma non ha tecnica. Gli altri le stanno prendendo perché non studiano i suoi movimenti, la sottovalutano. E non considerano che lei sta combattendo per qualcosa.»
«Loro no?»
«I più per orgoglio ferito, visto il modo in cui li liquida. Lei invece…»
«Lei invece ha un obiettivo, è questo che intendi?»
«Sì, Magistra.»
«E sarebbe?»
Tito rimase in silenzio per un po’, studiando i movimenti della biondina scalmanata che continuava a invocare a gran nome la sua magistra, intimando ai presenti di farla passare, di portarla da lei. Sorrise di un sorriso lento che Elettra interpretò come una sfida interiore e come una scommessa vinta. «Il suo obiettivo? Essere addestrata qui. Da te.»
«Non è fattibile.»
Il ragazzo annuì, conosceva la retta che si doveva sborsare per il suo addestramento e non garantiva la permanenza in quella scuola. Se si falliva una prova, si era fuori comunque. «E se… se qualcuno… la nominasse come hanno nominato me?»
Elettra soppesò le eccellenti qualità combattive che la ragazza stava sfoggiando. Sorrise lentamente. «Chissà…»
In tre passi la magistra si pose tra la nuova venuta e l’ultimo dei suoi rammolliti studenti.
"Bene, ragazzina. Vediamo se continui a fare la smorfiosa anche con me."
Ottavia si piantò a terra, le gambe divaricate e i pugni sui fianchi, ridendo beffarda. Dopo aver battuto quei ragazzini che dovevano aver appena finito di poppare il latte dalla mamma...
"...cos'è, devo battere vostra nonna per entrare qui dentro?"
Perchè la donna che aveva davanti era incontrovertibilmente vecchia, più di sua madre, i capelli neri erano abbondantemente striati di grigio, stretti a crocchia sulla nuca e il viso abbronzato portava i segni inclementi di una lunga vita all'aria aperta. Per di più sembrava zoppicare leggermente. Nell'euforia del momento, non badò al fatto che le braccia erano snelle ma muscolose, e che improvvisamente tutti si erano zittiti.
"Coraggio, signorina, vieni a dare un bacio alla nonna."
Ottavia partì caricando, certa di poterla buttare a terra semplicemente con l'impatto del proprio corpo...non voleva farle troppo male. Un attimo dopo si ritrovò a terra, con la bocca piena di sabbia. La folla rumoreggiava neanche fossero al circo. La vecchia non si era neanche spostata, l'aveva letteralmente scaraventata al suolo utilizzando la sua stessa carica. Non male. Si rialzò e la puntò di nuovo con sguardo feroce. Attaccarono entrambe, prendendosi per le braccia e cercando di sbilanciarsi senza successo. Un colpo in mezzo alle scapole fece perdere un mezzo respiro alla donna che si divincolò dalla presa e colpì duro sul fianco scoperto della ragazza. La lotta si prodigò a lungo ed Elettra, man mano che colpiva e parava in un pancrazio senza esclusione di colpi, tornò a ragionare lucidamente, dandosi mentalmente della stupida. E gioendo nel vedere come la sua giovane avversaria fosse brava.
Brava, ma non quanto lei.
Alla lunga, la tecnica e l’esperienza che all’altra mancavano ebbero la meglio su quell’indole focosa. improvvisamente stufa, Elettra decise di giocarsi il tutto per tutto. Ottavia tendeva a scoprirsi quando tirava di sinistro. Bene. Elettra incassò un pugno sull'addome, poi fece partire con un movimento dell'anca uno dei micidiali pugni che Gauthigot il germanico le aveva insegnato secoli prima e che lei aveva poi insegnato ad Azia e a tutti i suoi allievi.
Ottavia non lo vide nemmeno arrivare.
Si risvegliò stesa a terra, con un peso sul torace che la teneva bloccata. Era completamente zuppa, qualcuno doveva averle tirato una secchiata d'acqua per farla rinvenire. La mascella e lo zigomo le facevano male come se l'avessero colpita con un randello, e ad ogni battito del cuore il dolore bruciante pulsava come per beffarla. Appena fu in grado di mettere a fuoco scoprì che la vecchia era in piedi accanto a lei, o meglio, le aveva appoggiato il piede sinistro sullo sterno con un'espressione imperscrutabile sul volto abbronzato.
"Bene, ragazzina. Ci sai fare. Da questo momento mi appartieni."
Se fino a quel momento l'aria era stata piena di lazzi di trionfo, in quel momento si sarebbe potuto sentire camminare un gatto. Elettra proseguì senza battere ciglio.
"Dovrai lavorare sodo. Hai inventiva, forza e un buon istinto, ma ti mancano tattica e sopratutto esperienza. Qui avrai modo di affinare le tue abilità, fino a diventare degna dell'arena, dell'esercito o addirittura della Legio M Ultima. Dovrai alzarti all'alba e andare a dormire al tramonto, a meno che io o gli altri istruttori non decidiamo diversamente. Studierai il greco e il latino per poter viaggiare da ogni parte dell'impero. Ti allenerai finchè non ti faranno male tutte le ossa del corpo e maledirai il giorno che hai sognato di entrare in questa scuola e sopratutto il giorno in cui ci sei riuscita. Segui le mie regole e farò di te una guerriera. Disubbidisci agli ordini e sarai punita in modi che non puoi neanche immaginare. Deludimi, e varcherai quella porta e ti dimenticherò in meno di una clessidra. Sono stata chiara?"
Ottavia si sentì una stupida. Per arroganza, aveva sottovalutato la sua avversaria. Era stata battuta da Elettra Igea in persona. Annuì. "Sì, domina."
"Bene. Carite..." una donna sulla trentina dai capelli castani si mise sull'attenti "...trovale un posto al dormitorio e falle fare un bagno come si deve, ha più pulci del cane di un mendicante. Tito, per oggi sei esentato dall'allenamento, le mostrerai come funzionano le cose qui e i nostri metodi. E voi..." sorrise ferale, scostandosi da Ottavia e guardando la platea. Non alzò la voce, il suo sguardo si appuntò sui ragazzi che erano stati battuti da quella specie di leonessa che lei stessa aveva sconfitto a fatica. «Caius Flavius, Demetrio Lanciano, Saveria Saveriana, Lara Follis. Pulirete le latrine per una settimana, niente birra ne' vino per un mese. Voi altri…» e racchiuse significativa con un’occhiata il resto dei presenti «…voi altri iniziate a correre. Adesso!»
Ubbidienti, gli allievi cominciarono a correre intorno al fortilizio che era la sua creatura. Lo sguardo di Elettra si appuntò al gruppetto di guardie. Digrignò i denti, raccogliendo la spada dalla cinta della ragazza abbattuta. Era una delle sue. Vide, appena la colonna di ragazzi si fu allontanata correndo senza protestare, una sacca ben gonfia addossata alle mura esterne, accanto alla porta. Ci avrebbe scommesso lo stipendio di un anno che lì dentro avrebbe trovato i viveri e le tuniche di ricambio sparite dal magazzino. Fulminò con lo sguardo un ex-legionario e una giovane recluta ausiliaria che il Senato aveva le imposto come sistema di sicurezza. Sì, sicurezza che mangino a sbafo da me e non da loro! Pensò irritata. «Anche voi a correre… siete troppo grassi per questo lavoro.»
Dopo un attimo di esitazione e qualche protesta subito zittita dai compagni, anche le guardie si misero a correre.
Elettra guardò Carite e Tito scortare la nuova arrivata verso le stanze di nord-est, le piccole terme che avevano installato solo qualche anno prima. Sulla soglia, Ottavia si voltò e la trafisse con un'occhiata di puro odio. La guerriera però non era arrivata viva a quell'età senza imparare a leggere negli sguardi e in quello c'erano anche ammirazione, sollievo - forse per aver raggiunto uno scopo? - e rabbia per l'umiliazione che aveva dovuto subire. Sostenne lo sguardo, sorridendo, anche se il suo non era affatto un sorriso amichevole quanto piuttosto una sfida. Ne avrebbe visto di belle con quella piantagrane al campo.
Si diresse quindi verso Callimaco, che la stava aspettando appoggiato alla porta dei dormitori con un sorrisetto ironico in volto. Non appena ebbe varcato la soglia, Elettra si appoggiò pesantemente a lui imprecando in tutte le lingue che conosceva, e l'uomo la fece sedere aiutandola a togliersi l'armatura. Anche con quella addosso, aveva rimediato una bella serie di lividi, senza contare un pugno che gli aveva quasi fratturato il naso e una presa che gli faceva dolere la spalla destra. Ciononostante, Callimaco rimase sorpreso quando lei cominciò a ridere, prima piano, poi sempre più forte.
"Sei troppo vecchia per queste cose, donna."
Asciugandosi gli occhi dalle lacrime, Elettra gli rispose:"Non pretendo che tu capisca, ma non hai idea di quante cose puoi conoscere su una persona con una scazzottata del genere."
"E cosa avresti capito di quella furia?"
"Ha imparato a combattere per sopravvivere da sola. La strada l'ha resa spietata. E' arrogante, e questa arroganza nasce dalla grande rabbia e dalla solitudine che ha in corpo. Se imparerà ad essere umile, e a non ascoltare solo sè stessa, arriverà lontano. Altrimenti, tutto questo la soffocherà."

Ottavia accettò con un sollievo che non sapeva neanche di poter provare l'acqua calda dei bagni, il sapone, e Carite che le parlava della vita lì al campo. Non disse niente neanche quando l'altra la fece sedere e le mostrò come intrecciarsi i capelli alla stessa maniera della loro magistra, per evitare il più possibile che dessero fastidio durante i combattimenti. Era sconvolta dal fatto di essere stata sconfitta, se pur da una leggenda.
"Piantala di fare la dura - la rimbeccò Carite - siamo arrivati tutti qui come te, convinti che nessuno avrebbe potuto batterci. Ci siamo passati tutti sotto quei pugni, ha esaminato personalmente ognuno di noi prima di ammetterlo. Vero, Tito?"
Il ragazzo, che dall'accento sembrava lusitano, rise dall'altra parte del muro che separava bagni maschili e femminili. "La vecchia mi ha fatto volare come un disco ai Giochi. E' la prima lezione di umiltà che ricevi qui dentro: mai sottovalutare il tuo avversario."
"Chiamala ancora così e ti becchi cento giri di campo, ragazzo." fu la risposta secca di Carite.
"E la mia retta?" chiese Ottavia.
Carite alzò le spalle. "Ti ha accettata. Punto. Penserà lei a qualcosa."
La ragazza si alzò e fronteggiò l'altra. "Non voglio stare qui per la sua carità, so cavarmela benissimo da sola!"
"Certo. Ti sei fatta ore di appostamento qui fuori, hai rubato nel nostro magazzino ben sapendo che ti avremmo uccisa sul posto se ti avessimo beccato,hai sfidato uno dei migliori guerrieri che l'Impero abbia mai partorito, tutto questo per cavartela da sola. Oh, certo. Dì la verità, hai fatto il miglior combattimento di tutta la tua vita e stai solo aspettando il momento in cui potrai suonargliele di santa ragione, vero? Ma ti conviene guardarti le spalle, perchè lei sa essere veramente stronza quando vuole."
"Posso aspettare. E scoprirà che stronza lo so essere anch'io."

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