RACCONTO: Pharsalia



L'attacco degli Assassini era avvenuto in maniera perfetta, silenziosa e letale come al solito...o meglio, sarebbe stato letale se non fosse il terzo in una decade, e se Tamer non avesse insegnato ai suoi compagni le tattiche usate abitualmente dai suoi ormai ex colleghi. Le sue ombre, gli incantesimi di Tuscia, le frecce di Heim e le micidiali lame di Cornelio e di T'Challa lasciavano ben pochi varchi ai loro aggressori, ma quegli attacchi continui li stavano logorando. La coorte non aveva idea di dove sarebbero sbucati i loro inseguitori, ne' di cosa avessero in mente. L'unica opzione sarebbe stata quella di riuscire a catturarne uno vivo, ma come aveva anticipato loro l'egiziano, era decisamente impossibile. Era sembrato possibile solo fino a qualche attimo prima, quando i mantelli bianchi si erano dileguati nell'oscurità oltre alla radura dove si trovavano, lasciando uno di loro ferito e sanguinante a terra: ma quando Cornelio si era chinato su di lui quello aveva sorriso e aveva cominciato a muoversi convulsamente. Tuscia era dall'altra parte della radura, impegnata a far uscire T'Challa dallo stato di Mastino, e il centurione non aveva potuto far altro che guardare l'assassino morire, senza capire cosa gli stesse succedendo.
«Avrei dovuto avvisarvi...» mormorò Tamer guardando il corpo senza vita «nessuno di noi si fa prendere vivo.»
«Si è soffocato con la sua stessa lingua!» disse Tuscia incredula, china sul cadavere.
«Già, e ti assicuro che imparare a farlo non è affatto facile.»
«Tamer...come sarebbe a dire? Ve lo insegnano?» chiese Heim inorridito, e l'egiziano annuì. «Giusto il tempo di capire come si fa, poi l'aio ti ficca le dita in gola e te la tira fuori. Però se ti dibatti troppo sono frustate.»
«Dobbiamo capire cosa vogliono fare. Non sono interessati solo a uccidere Tamer, sembrano volere qualcos'altro...» mormorò pensieroso il comandante accarezzandosi il mento con fare meditabondo. «Però siamo punto a capo, senza uno di loro da interrogare.» ribattè T'Challa, sopraggiunto in quel momento, il viso ancora inumidito dai resti della pozione calmante.
Ci fu un attimo di silenzio, poi Tuscia si rialzò con una strana espressione in volto.
«Forse no...quanto tempo abbiamo?»
Tamer riflettè. «Devono leccarsi le ferite, li abbiamo conciati male. Due giorni, tre al massimo.»
«Hai qualcosa in mente?»
«Sì, Heim. Posso farlo parlare.»
Il volto di Cornelio divenne color cenere. Fissò la giovane divinatrix, poi mormorò rauco: «Non intenderai mica...Pharsalia?»
Tuscia annuì. «Eritcho sarà anche stata una fattucchiera di paese, ma sapeva quello che faceva.»
A quel nome, anche gli altri tre capirono, e sgranarono gli occhi.
Era un episodio famoso nella storia e nella letteratura romana, narrato da Lucano nel suo Bellum Civile. In esso il figlio di Pompeo Magno andava da una famosa maga tessala, tale Eritcho, esperta in tutte le arti malefiche e sopratutto nel rianimare i cadaveri. Nessun romano perbene riusciva a leggere quel passaggio senza rabbrividire. Nessuna persona perbene riusciva anche solo a pensare di fare una cosa del genere. Fino a quel momento avevano pensato che fossero le fantasie di uno scrittore, ma da quando erano entrati nella Specula avevano imparato che il confine tra realtà e leggenda era molto più labile di quello che si credeva.
Vedendoli increduli e – almeno nel caso di Cornelio – spaventati, Tuscia disse: «Non possiamo andare avanti così, dobbiamo sapere cosa hanno in mente. E questo mi sembra l'unico modo per farlo, se non riusciamo a catturarne uno vivo.»
«Non ci hai mai detto di saper far parlare i morti.» obiettò Heim. Era vero, da quando erano stati assegnati alla stessa squadra non aveva mai fatto cenno di una cosa del genere.
«Posso, se devo, anche se non mi piace affatto l'idea.»
«Davvero?» Tamer la squadrò beffardo, gli occhi grigi improvvisamente crudeli. «C'è qualcosa che l'erede di domina Marcella, la sua allieva più dotata, non riesca a fare?» L'egiziano sputò per terra astiosamente, e per un attimo i compagni si chiesero perché stesse attaccando Tuscia in quella maniera...per poi ricordarsi le sue origini. Nessun popolo come gli egiziani credeva nella sacralità dei defunti e delle anime dopo la morte. Richiamare lo spirito in un cadavere doveva essere un abominio per lui, ancora più che per Cornelio. Fu proprio il centurione a chiedere, in tono ansioso: «Non possiamo recarci sulle rive dello Stige, come fece Enea?»
«Non ci sono ingressi all'Averno da queste parti, perderemmo troppo tempo...e comincerebbe a puzzare. Domani c'è luna nuova, c'è giusto il tempo di prepararsi.»
«Basta, Tuscia! Non ce la farai mai!» esplose Tamer, digrignando i denti dalla rabbia. «Puoi ripetere il tuo stupido rituale fino alla prossima piena del Nilo, ma quell'Assassino non parlerà mai! La sua anima è protetta dal Signore delle Tempeste, e una veggente qualsiasi non può sperare di...»
L'egiziano ammutolì, vedendo una collera mai vista scurire gli occhi della divinatrix. La voce di lei, bassa e cupa, sembrò riberverargli nelle ossa.
«Hai mangiato dal timpano e bevuto dal cembalo? No. Hai assaggiato l'acqua della fonte del cipresso bianco? No. Hai seguito la Signora nella ricerca delle ossa del suo povero marito? No, questo no, dato che sei consacrato al suo assassino. Dunque, Tamer Azir Khenzer, non osare venire a dire a me che cosa sono o no capace di fare. La legittimità è una cosa, ma se devo farlo parlare, giuro per lo Stige che lo farò
Qualcosa in quello sguardo e in quelle parole costrinsero involontariamente Tamer a fare un passo indietro, ma non si arrese.
«Non puoi fare niente del genere, se non siamo d'accordo. Cornelio?»
Il romano scosse la testa e si spostò accanto a lui. «Mi dispiace, per me questo è un abominio.»
«T'Challa?»
Il numida guardò Tuscia. «Questa cosa...ti metterà in pericolo? Ti farà del male?»
«No, so come proteggermi» ribattè decisa lei.
T'Challa annuì e le andò vicino. Rimaneva solo Heim.
Il veneto guardò i compagni. Non era una decisione semplice. Anche lui aborriva l'idea di strappare un'anima al riposo eterno, eppure...
«Tuscia, dopo quell'anima potrà andare al luogo a cui è destinata?»
«Sì, e nemmeno il magister potrebbe richiamarlo un'altra volta.»
«Ma se crede nel panteon egiziano, come Tamer, come farai?»
«C'è sempre un limite da varcare e dei tempi da seguire. Se ce la facciamo a trovare quello che mi serve entro domani sera, è fattibile. E non sarà complicato come con Eritcho...lei doveva vedere il futuro, mentre a noi serve solo sapere cosa sapeva lui prima di morire.»
Il silenzio del comandante venetico parve eterno, poi rialzò lo sguardo sui compagni.
«Come uomo non lo permetterei mai, e ti impedirei con ogni mezzo di fare una cosa del genere. Ma come comandante della coorte penso che sia l'unica possibilità per arrivare vivi e interi ai prossimi Saturnalia. Tuscia, procedi.»
Lei annuì, senza abbandonare il cipiglio cupo.
«Quanto distiamo da Byzanthium?»
«Un'ora, al massimo due lanciando i cavalli al galoppo.»
«Bene. Alcune cose le ho nelle mie scorte, ma le altre dovrete andarmele a prendere in città. E dobbiamo trovare un crocicchio...»


La notte era nera come l'inchiostro, persino la luce rassicurante delle stelle si era rifiutata di splendere. Erano ad un incrocio di sentieri tra le colline a nord di Byzanthium, dove Heim, T'Challa e Tamer si erano recati per recuperare ciò che Tuscia aveva richiesto. Per fortuna Heim, che era passato di là diverse volte, aveva dei vecchi amici al grande serraglio della città ed erano riusciti, bene o male, a reperire tutto...non era stato ne' facile ne' gradevole, sopratutto quando avevano dovuto recuperare la bava di cane idrofobo e le vertebre di iena.
Prima di uscire dalla città Tamer aveva insistito per passare al quartiere dei mercanti egiziani e si era fermato davanti a un edificio piuttosto grande, da dove usciva un odore nauseabondo, e successivamente ad un piccolo tempio dalle forme esotiche.
«Che questa cosa funzioni o no, reclamo quel corpo.»
Heim aveva acconsentito, e probabilmente Tamer non aveva battuto ciglio davanti alla cifra astronomica che gli era stata proposta per un'imbalsamazione con tutti i crismi e l'imbarco del sarcofago su una nave diretta in patria.
Ora si trovavano tutti e cinque a quel crocicchio illuminato dalla luce di quattro torce, ed era decisamente difficile che in una notte del genere passasse qualcuno...tanto più che le leggi romane sulla necromanzia erano estremamente severe.
Tuscia era avvolta in una veste di lana scura, comprata quel giorno stesso. Era decisamente strano vederla così, lei non si vestiva mai con colori così cupi. Si muoveva lentamente, come se fosse già entrata in trance, e Cornelio preoccupato aveva detto agli altri che la ragazza non aveva toccato cibo in tutto il giorno.
Il corpo dell'assassino era disteso a terra. Aveva il volto cianotico e gonfio, come tutte le persone morte per soffocamento. Accanto a lui, in un piccolo calderone, bolliva un liquido dall'odore nauseabondo.
«D'accordo, cominciamo.»
Tamer fece per allontanarsi, disgustato, ma la voce di Tuscia lo raggiunse fredda e tagliente come uno dei suoi bisturi: «Abbiamo bisogno di te. L'egiziano lo conosco anch'io, ma se parlasse con il dialetto della vostra città non riuscirei a capirlo. Dovrai fare tu le domande.»
Lo sguardo dell'egiziano era odio puro. «Questa me la paghi, strega.»
«Quando vuoi, mangiasabbia.»
Tuscia lanciò uno sguardo per fermare T'Challa, che aveva già fatto un passo in avanti per mettersi tra il maestro d'ombre e la divinatrix, poi sembrò dimenticarsi completamente di loro.
Aprì un sacco e ne estrasse una gallina nera, viva ma innaturalmente tranquilla. La appoggiò a terra e con un colpo solo dei suoi coltelli la decapitò, lasciando che il sangue bagnasse abbondantemente sia lei che il corpo. Si inginocchiò accanto al cadavere, e gli prese la testa tra le mani, accarezzandolo dolcemente come se fosse stato un parente malato.
All'improvviso rovesciò la testa all'indietro, emettendo alte grida selvagge ed inumane, in cui si mescolavano le strida dei rapaci, gli ululati dei lupi, i sibili dei serpenti. In reazione ad esse, le fiamme delle torce si mossero ritmicamente, all'unisono, levandosi più alte con le sue urla e abbassandosi con il silenzio, emettendo una luce pallida e malsana. Poi la divinatrix tacque, riprendendo ad accarezzare il viso dell'uomo in un'intimità ripugnante, e la sua invocazione cominciò a udirsi, mormorata, eppure perfettamente chiara.
«Oh Furie, Eumenidi, castigo dei colpevoli!
Oh Caos, grembo dell'universo informe e increato,
oh Stige, custode dei giuramenti, temuta dagli immortali,
oh Elisio, che nessun empio può raggiungere,
oh Persefone, Regina delle Anime, che concedi la speranza della beatitudine,
oh ultimo spicchio di Ecate che splendi invisibile in cielo, che dai a me e alle ombre la facoltà di comunicare in silenzio,
oh custode del vasto Inferno che getti le nostre viscere al crudele cane,
e voi, sorelle che filate gli stami della vita per poi troncarli,
oh traghettatore dell'onda bollente,
esaudite la mia supplica: ho rispettato i giorni sacri, non ho pronunciato bestemmie, non ho infranto i miei voti, vi ho sempre riservato degne offerte. Non vi chiedo un'anima che ha già oltrepassato le sacre soglie, ma una che ha appena lasciato la luce e sta discendendo; è ancora ferma sulla soglia dell'Aldilà, e anche se obbedisca all'incantesimo scenderà fra le ombre una sola volta. Perciò vi prego, se gradite il sangue che versiamo sulla terra combattendo, ascoltate la mia supplica.»
Calò un silenzio gelido. Cornelio, avvolto nel birrus, riuscì a farsi largo attraverso le spire del terrore che lo stavano avvolgendo, confrontando l'immonda invocazione di Eritcho con la supplica di Tuscia. La loro ragazza era anche troppo rispettosa, non aveva mai insultato gli dei. Chissà se avrebbe funzionato...
Si voltò verso T'Challa, che aveva osservato la scena senza muovere un muscolo, e il numida gli indicò con lo sguardo Tamer, pallido nonostante la carnagione ambrata.
Seth, ti prego, fa' che fallisca...
Si accorsero con orrore che i capelli di Tuscia si stavano alzando, muovendosi come serpenti, neri in quell'oscurità appena rotta dalla luce delle torce. Se di solito Cornelio paragonava quella massa indomabile ai capelli delle Furie, ora aveva davanti una raffigurazione fin troppo realistica di Medusa.
La divinatrix incredibilmente sorrise, poi calò una coppa nel calderone, riempiendola e accostando il liquido bollente alle labbra del cadavere per faglielo bere con la stessa cura sollecita che riservava a loro. T'Challa dovette stringere i pugni per fermarsi quando lei depose la coppa e accostò le labbra alla bocca del morto. Le sfiorò appena, soffiandovi delicatamente sopra, poi si allontanò continuando ad accarezzarlo con dolcezza.
Il cadavere si mosse.
All'inizio fu appena un tremito di braccia e gambe, come quello di una persona che si muove nel sonno. Poi il volto parve schiarirsi, sgonfiarsi appena. Si udì un rantolo provenire da quella bocca, troppo serrata persino per farci passare un obolo. Il corpo si inarcò in uno scatto convulso, e lentamente sollevò il dorso da terra. Tuscia gli mise un ciocco di legno dietro la schiena per sostenerlo, sollevandogli la testa che era ricaduta inerte sul petto. La mascella da serrata ricadde di colpo sulla gola, mostrando la lingua nera e gonfia. Il silenzio della radura venne rotto da un soffio roco, persistente, pulsante, il respiro forzato di un morto il cui cuore non batte più. Le palpebre violacee si sollevarono per mostrare la striscia bianca delle pupille. La bocca si richiuse con lenta fatica.
«Perché mi avete richiamato?»
Quel rantolo a bocca semiaperta sembrò essere un ponte sullo Stige: proveniva dall'oltretomba, ma si udiva nella terra dei vivi.
Ancora una volta Tuscia aveva avuto ragione, parlava il dialetto più puro di Avaris. Tamer inizò a tradurre per quelle che sembrarono ore, scoprendo a poco a poco quali erano gli ordini da eseguire e l'attuale situazione della Setta degli Assassini. Finalmente potevano fare la loro mossa.
«Archantes non vede l'ora di poter baciare di nuovo quella tua bella testolina, Lama Danzante, come ha appena fatto questa maledetta puttana...e anche lei bacerà un morto, puoi starne certo.»
L'ultima frase detta dal morto venne tradotta in maniera più leggera, ma a nessuno della coorte sfuggì la nuova tensione sul viso del Maestro d'Ombre.
Il corpo si afflosciò a terra, abbandonando anche quell'immonda parvenza di vita, e tutti parvero respirare più agevolmente. Tutti tranne Tuscia, che crollò a terra scossa da tremendi conati di vomito. T'Challa le fu subito accanto, raccogliendole i capelli in modo che non si sporcassero, ma gli altri restarono immobili. Non appena videro che era tutto finito, Cornelio e Heim – pallido come una maschera mortuaria e disgustato come non l'avevano mai visto – presero una delle torce, si voltarono e si diressero senza una parola verso il casolare dove avrebbero dormito quella notte.
Tamer si fermò solo per rovesciare il paiolo con un calcio e spegnere il piccolo fuoco sotto di esso, poi avvolse il cadavere nel suo mantello e se lo caricò in spalla, seguendo gli altri due e lanciando a Tuscia un'occhiata carica di disprezzo. Non avrebbe dimenticato.
T'Challa la aiutò ad alzarsi, incurante del sangue della gallina e delle chiazze di bile verde.
«Stai bene?»
«Credo...credo di sì. Andiamo, ho bisogno di dormire.»
Giunti al casolare, però, Tuscia chiese al numida -a cui spettava il primo turno di guardia – di lasciarla da sola per un po', lì fuori. T'Challa all'inizio si oppose, ma poi si calmò quando lei gli disse che ne aveva bisogno. Nel vedere i segni che la tensione e la fatica – e la paura, forse? - avevano lasciato sul suo viso, il violens decise di assecondarla, chiarendo però che sarebbe uscito al minimo suono.
Rimasta sola, Tuscia prese le sue sacche e girò attorno alla casupola, fino ad arrivare al vecchio focolare. Lì accese un piccolo fuoco, poi cominciò a togliersi quelle orrende vesti nere. Si levò quelle, la sottoveste, persino il subligaculum, accogliendo grata l'aria gelida della notte come se potesse purificarla. Cosparse le stoffe con una delle fiasche di acquavite che portava sempre con sé e le gettò nel focolare. Fiamme azzurrine percorsero quel fagotto nauseabondo, cominciando a consumarlo.
Un nuovo conato di vomito la costrinse a terra, e a quel punto arrivarono le lacrime.
Si sentiva insudiciata. Sporca.
Lei vedeva la morte di continuo. Sotto ai suoi rimedi e ai suoi bisturi, sulla lama della sua daga, nelle sue visioni. Aveva attraversato quel fiume durante la sua iniziazione, era morta, ed era tornata in vita. Ma quello...quello era...indegno, orribile, impuro. Non era neanche sicura di poterlo fare – non gliel'aveva insegnato nessuno, ne' al santuario della Sibilla, ne' alla Specula – ma le parole di Tamer avevano risvegliato in lei quella maledetta arroganza che era il suo peggior difetto. E quando il magister lo avrebbe scoperto, le avrebbe fatto una lavata di capo tremenda. Perché parlare con i morti, disturbare quella pace che vivevano i giusti e che aveva visto con i suoi stessi occhi, era malvagio, era impuro. E ora lo era anche lei. Lo sapeva con certezza, così come sapeva che per giorni ogni cibo e ogni bevanda che avrebbe portato alla bocca avrebbero avuto un sapore marcio e putrido, che la gola le avrebbe fatto male come se fosse stata lei a morire soffocata.
Ma quello che forse le faceva più male era il modo in cui i suoi compagni le avevano voltato le spalle. Aveva scoperto che ci voleva più di un orrore del genere per demolire la devozione e l'indomabile coraggio di T'Challa, e quel ricordo era forse l'unica parte che non era avvolta dal disgusto per quello che aveva fatto. Ma gli altri...ora per loro non era più la coccolata del gruppo, Tuscia, quella pelle e ossa che mangiava come un Mastino, quella che li rimproverava se si divincolavano troppo mentre li ricuciva, quella da cui si confidavano quando la solitudine diventava troppo pesante. Ora era diventata una strega, una di quelle che rubavano i cadaveri dalle tombe, che bollivano il grasso dei bambini e ne bevevano il sangue per ottenere i poteri che lei aveva imparato a controllare grazie ad anni di rinunce, determinazione e fatica. Forse non l'avrebbero più guardata con gli stessi occhi.
Ma lo accettava. Accettava il loro disprezzo, la sensazione di disgusto, il senso profondo di colpa e il disprezzo per se' stessa. Ma lo avrebbe rifatto, senza pensarci due volte, se fosse stato necessario per tenerli lontani dalle rive dello Stige.

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