STORIA - I romani e l'arte: la pittura

Tra le forme d'arte più amate dagli antichi romani c'era senz'altro la pittura. Pittura non da intendersi vincolata solo al decoro parietale tramite affresco, molto diffuso, ma anche come realizzazione di quadri veri e propri, specialmente di carattere ritrattistico come quelli ritrovati nel Fayyum.
La pittura nacque per decorare le pareti come il mosaico nacque per i pavimenti e lo stucco per i soffitti. 
Tomba del tuffatore - Museo Archeologico Nazionale di Paestum (SA)
L'arte greca ha avuto un pesante influsso in quella romana e spesso si fa l'errore di demarcare i due stilip portando a esempio il tuffatore di Paestum come arte greca. Forse che non è stato influenzato, l'autore, dalle forme di pittura arcaica della Roma del tempo? In città come Paestum che hanno visto avvicendarsi le civiltà più che in qualunque altro posto lo scambio culturale varcava i labili confini territoriali perseguendo un solo fine: l'arte.
grottesca o "parete reale"
Definire quindi questa pittura "greca", quando principalmente della pittura greca ci è rimasta solo quella dei vasi non è corretto, come non ritengo sia corretto paragonarla a quella romana, peraltro bellissima.
Anche se certamente la pittura romana ha risentito di quella ellenica, è inconfutabile che abbia risentito anche di quella etrusca, fondendosi alla fine in uno stile proprio.
La finezza e cura del tratto della pittura romana sarà poi riscoperta nel rinascimento, perduta tanto per cambiare nell'oscurantismo ottuso e bolso della chiesa medievale, con la nascita dello stile "a grottesco", nuovi studi di prospettiva che i grandi artisti del cinquecento copiavano al lume di candela calandosi con le funi nelle cavità sotterranee della città. Così fece Caravaggio, per citarne uno, speleologo dell'arte in quelle che credevano grotte e che erano invece grandi domus romane, in primis proprio la domus aurea di Nerone e a cui stile si rifarà anche nei suoi quadri molto scuri.

architettura a prospettiva
Gli stili di pittura furono essenzialmente quattro: quello a incrostazione, il più simile allo stile ellenico per l'uso di stucchi che imitavano i marmi, quello architetturale-prospettico - modernamente chiamato "trompe l'oeil", quello della parete reale con le famose "grottesche" su sfondo nero tanto care al Caravaggio e quello dell'illusione architettonica, come il trompe l'oeil ma molto più colorato ed elaborato.

Molto amati, ci raccontano i classici nei loro annali, erano i quadri che venivano appesi alle pareti delle ville, incorniciati dai motivi ripetuti disegnati direttamente nel muro. Effettivamente, dipingendo su tavole di legno o su tela i romani non conoscevano e non avevano pensato a creare delle cornici per tali quadri, se non dipingendole direttamente sui muri, talvolta riquadri molto grandi per racchiudere più di un quadro.
Leggendo i classici troviamo descritti, anche se molto velocemente, quadri che rappresentavano scene del mito, paesaggi bucolici, horti e case, scene di caccia e banchetti.
E, poi, c'era la ritrattistica: intensa, somigliante, semplice. Coglie l'anima dei personaggi e si sviluppò su tavola, su tela e anche su muro in affresco, usò le tempere e altri colori per raffigurare personaggi illustri, grandi cerimonie o anche riti funebri. I ritratti più famosi che ci sono rimasti e che hanno testimoniato quanto gli antichi aedi narravano in merito alla pittura come arte non relegata al muro, ma come a un fiorente mercato di quadri da appendere alle pareti. 
Sono i ritratti del Fayyum.
Uno dei ritratti del Fayyum
In queste tavole matrone e ricchi personaggi di un tempo a noi sconosciuto sono ritratti in pose naturali a cogliere l'essenza di queste persone: non solo i lineamenti, ma anche la bontà d'animo, o la scaltrezza, il sorriso celato che tradisce ironia e buonumore.
L'utilizzo di ombre scultoree a enfatizzare i lineamenti, la profondità di certi sguardi dimostrano appieno l'abilità dei ritrattisti dell'epoca e, anche, la profonda conoscenza delle tecniche pittoriche.
I ritratti del Fayyum sono tra gli unici sopravvissuti al tempo, miracolosamente salvati dal clima secco e arido del deserto egiziano in cui erano sepolti, indifferenti alle sabbie del tempo e all'evolversi delle stagioni. E' proprio grazie al clima della regione che si sono conservati sino a noi senza conoscere il normale deperimento organico di legno e tela cui, tutto il resto, ha dovuto soccombere.

Infine, legata alla pittura, l'arte decorativa romana affiancava lo stucco alla pittura, la cui tecnica dilagò nelle ville e negli edifici pubblici romani con motivi prevalentemente vegetali e animali di un'eleganza senza tempo. Se ne hanno ampi esempi nella "Tomba dei Pancratii" e nella Basilica Neopitagorica a Roma, accanto alla Porta Maggiore.

Ma il principe della arti pittoriche romane è e rimane l'affresco, la pittura su intonaco. Di questa tecnica moltissimi sono i ritrovamenti, i maggiori dei quali neanche a parlarne sono a Pompei, cosa che ha fatto dire ai più che Roma copiava pompei, anche solo per la diffusione del famoso rosso pompeiano. A ben guardare però, è molto più verosimile il contrario, essendo Pompei una città minore che cresceva ed emulava la capitale.

Il principale tipo di intonaco utilizzato dai romani era il marmorino, così tipico per noi moderni della famosa città di Venezia. Si sa, infatti, che costruire tutti i palazzi storici di Venezia su palafitte (come quasi tutta piazza S. Marco) o su terreni in precedenza paludosi avrebbero affondato la città per il troppo peso. Per non parlare della difficoltà di trasportare tutto quel marmo. I venenziani altro non fecero, a suo tempo, che mescolare delle terre colorare allo stucco romano.
Tecnicamente si aggiunge al grassello della polvere di marmo, il tutto viene pressato e lisciato fino a renderlo lucido e compatto, creando ad arte delle venature colorate con le terre si ottiene un aspetto finale molto simile al marmo levigato. La finitura sovente era fatta con cera d'api con il doppio scopo di impermeabilizzarlo all'acqua e aumentarne la lucentezza.
I romani spesso lo affrescavano e la tecnica è stata, ancora una volta, spudoratamente copiata dai grandi artisti rinascimentali che lo usarono come fondo per i loro di affreschi arricchiti poi con gli stucchi.

Vitruvio descrive nei suoi testi di architettura come realizzare un buon intonaco da affrescare, spiegando una tecnica a più strati di malta con basi di sabbia, grassello di calce e polvere di marmo in percentuale sempre diversa, da applicare prima che lo strato precedente sia completamente asciutto.
Spiega anche con dovizia di particolari come lo spessore stesso dello strato debba essere variabile da mezzo pollice fino ad alcuni pollici e che l'ideale è di mettere negli strati superficiali quanta più polvere di marmo sia possibile mantenendo però l'amalgama ben stendibile con la spatola; perché poca polvere faciliterebbe le crepe mentre troppa impedirebbe di stendere adeguatamente la malta.
Ogni strato successivo sarà via via più sottile e lavorato e levigato con crescente energia.
Secondo Vitruvio con questa procedura si sarebbe ottenuto un intonaco solido e duraturo in cui i colori sarebbero stati maggiormente vividi, specialmente se di dava la pittura sull'ultimo strato di stucco non ancora asciutto.

Il bello dell'archeologia sperimentale è proprio questo, mettere in pratica le tecniche descritte, provare e vedere che, davvero, i risultati ottenuti sono quelli descritti, ma d'altronde, con reperti come quelli che abbiamo trovato nel corso degli ultimissimi secoli, non c'era da dubitarne.

Un'ultima nota a margine: recenti studi chimici su frammenti murari affrescati presi a Pompei non hanno riscontrato il pigmento rosso e fanno pensare che il famoso rosso pompeiano sia in realtà una sublimazione di un altro colore, ocra o blu a seconda delle versioni, causato dal calore dell'eruzione vulcanica che l'ha seppellita nella storia. La qual cosa aumenterebbe il mito di questo colore, non fosse altro che esso è stato ritrovato, con le stesse caratteristiche di pigmentazione rossa assente, in ville e domus ben distanti da Pompei, dove di attività vulcanica non se ne parla minimamente. Allora, forse, ma questa è solo una mia personale ipotesi, l'ottenimento di quel particolare rosso era una tecnica nota a pochi esportata proprio da Pompei nel resto dell'Impero.

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