RACCONTI: Esilio


«Raccontami la tua storia, Tamer.»
Tamer sospirò. «Cosa vuoi che ti racconti? No, aspetta... cosa ti aspetti che racconti? Una storia strappalacrime?»


Tamer era entrato a passo lento e maestoso nel sacrario di Avaris dove una donna, inginocchiata davanti a una statua di Seth, stava officiando i riti del mattino. Lungo la navata altri come lui e sacerdoti erano allineati in silenzioso rispetto, lasciando che i loro cuori si unissero alla preghiera che la somma sacerdotessa stava recitando.
Al termine della cerimonia lei era uscita voltando le spalle alla statua e gli altri, a partire da quelli più vicini all’altare, le si erano accodati in due lunghe file: gli assassini da un lato e i sacerdoti dall’altro. Dietro di lei, sulla sinistra, il primo posto della fila era vuoto e Tamer vi si era infilato abile quando gli erano passati davanti. Era il suo posto, come primo allievo degli assassini, accanto all’altro compagno, più devoto di lui e più mite: Abn’ar. Sarebbe diventato un buon sacerdote.
Usciti dal tempio la donna aveva girato appena la testa a squadrarlo con la coda dell’occhio. «Tamer... Da quanto. I miei consiglieri saranno scontenti: dopo tre anni ti davano per morto.»
Lui aveva sorriso abbagliante sotto al cappuccio, il capo chino come si conveniva. «Ho sempre detto, Maestra, che ti circondi di imbecilli.»
Lei aveva riso, ed era stata un risata calda e piena di promesse. Promesse che lui aveva però frainteso. «Ti aspetto nel mio studio questo pomeriggio.»
«Ci sarò, Maestra. Potrò beneficiare anche dei tuoi preziosi consigli sul campo di allenamento?»
«Vedremo.»
Il resto della giornata lo aveva passato in famiglia, ascoltando con un orecchio solo le civettuole lamentele di una delle sue sorelle nei confronti del marito sempre assente, le arroganti uscite del fratello e le snervanti accuse della madre. Se solo avesse dato un ascolto più attento a quelle accuse...
Subito dopo pranzo si era avviato all’accademia del grande tempio dove si era riunito a vecchi compagni con allenamenti sempre più duri, aveva raddrizzato con pazienza il tiro sbilenco di alcuni novizi con le lame da lancio nell’attesa paziente della convocazione.
Aveva scambiato poche parole anche con Abn’ar, trovando l’amara conferma dei suoi sospetti. Infine, la convocazione era arrivata e, consono al rispetto dovuto, si era tirato il bianco cappuccio sulla testa e si era avviato all’incontro con Archantes.
Lei si era presentata fredda e austera come se la ricordava e dopo l’inchino di rito appena entrato nella stanza aveva chiuso la porta e si era calato il cappuccio del mantello, ma non si era inginocchiato, cosa questa che le aveva sempre dato fastidio.
«In ginocchio assassino e ripeti la regola.»
Lo sguardo della donna non gli aveva svelato nulla e per non contrariarla troppo lui aveva obbedito. Lo stretto necessario, si era rialzato subito dopo, con scorno della maestra. «Sono passati tre anni e non sei cambiato: insolente fin nel midollo.»
«Ti ringrazio.»
«Non era un complimento.»
«Nemmeno tu sei cambiata, Maestra: sempre prodiga di rimproveri.»
«Cos’hai da dire a tua discolpa per questo silenzio? La tua missione era importante! Vitale per far fronte ai pericoli derivati da quelle squadre!»
Tamer lo sapeva, ma vista la fine che avevano fatto altri infiltrati come lui aveva preferito non mantenere i contatti. E aveva così scoperto cose che non gli erano piaciute, soprattutto sulla sua maestra. Aveva avuto la malaugurata idea di dirglielo in quell’occasione, perché confidava che fossero maldicenze innescate ad arte dai romani.
«Altri che hai mandato sono stati scoperti a inviarti le informazioni. Ho ritenuto più saggio evitare di fare la loro stessa fine e farti rapporto di persona.»
Lei lo aveva guardato con quello sguardo vuoto che in seguito aveva imparato a replicare, annuendo e facendogli cenno di continuare, ma lui non aveva ancora finito e prima di divulgare i segreti di un’entità che lo aveva affascinato e in un certo qual modo fatto proprio, il cui ideale era così simile e vicino al suo credo aveva parlato avventatamente: «Cosa che posso dire di esser contento di aver fatto, visto e considerato quello che si va in giro a cianciare sul nostro conto non solo in terra straniera, cosa che non mi stupisce visto l’ignoranza dei romani, ma soprattutto qui a Khem!»
«Cosa ti avrà mai sconvolto così tanto?»
«Dicono che gli assassini hanno perso la via, dicono che uccidiamo per soldi. Quattro romani morti ad Alexandria, nessuno colpevole se non di essere avverso a questi riformisti, tutti uccisi nel nome di Seth. Come me lo spieghi, questo?»
«Non compete a te giudicare le vie del grande padre! Come osi?»
«Non era un ordine del grande padre quello! Era un tuo ordine! Tuo!»
«E non sono forse io la sua prima mano in questa terra?»
«Non sarà invece che fai ciò che proclami blasfemo, forte della tua carica e del tuo potere?»
Lei lo aveva guardato fremente d’ira, silente per un lungo momento. Poi era scoppiata a ridere e la sua era stata una risata contagiosa, allegra. «Ah, Tamer... Tamer... L’ho sempre detto che eri il mio miglior allievo. Come sai chiediamo un compenso proporzionale alla colpa. E questi riformisti pagano molto bene.»
«Ma quei romani erano innocenti!»
«E per questo il compenso è stato alto. Superbamente alto, ma in fin dei conti erano solo romani. Non avrei mai avvallato la cosa se si fosse trattato di egiziani.»
L’orrore che l’aveva pervaso era tutt’ora indescrivibile. La sua maestra, il capo dell’ordine era venuta meno lei per prima alla regola e trovava divertente giustificarla a quel modo.
«Allora, Tamer? Sto ancora aspettando il tuo rapporto.»
«Sono diventato sapiente, come da programma. Ho fatto... Esperienze nuove e poi questa guerra ha incasinato le cose, per questo non sono venuto prima. Adesso sono con una nuova squadra.» L’aveva studiata mentre parlava e aveva capito come le sue informazioni, specie sul nuovo magisterium, avrebbero potuto avere un peso fondamentale. Si era sentito un traditore. E se avesse continuato a parlare lo sarebbe stato a tutti gli effetti. Aveva così raccontato episodi e banalità lasciando la donna a crogiolarsi nell’idea di accontentarlo nell’ascoltarlo, ma senza mai scendere nei dettagli. Era stato quando era giunto al momento cruciale che l’ennesimo dubbio l’aveva sfiorato:« cosa te ne farai di quello che so?»
«Non te ne devi preoccupare. Saranno informazioni utili, in un modo o nell’altro.Ricorda: l’informazione è potere.» Lei aveva capito e si era adombrata: «Mi stai forse tradendo, figlio mio?»
Lui era rimasto in silenzio a guardarla. «No, ma divulgando queste informazioni non vedo come renderei grande il nostro ordine, mentre vedo chiaramente il tradimento ai danni dell’impero di cui facciamo parte.»
«Dimmi quello che sai! Non osare metterti contro di me! Contro il grande padre!»
Erano state quelle parole infine a decidere per lui. Aveva scosso la testa, triste. «Ti prego, pedonami maestra. Ma no, non te le dirò. Tu sei uno strumento nelle mani del grande padre, ma non sei lui. Tradendo te, non tradisco la sua regola.»
La rabbia di Archantes era stata palpabile, ma poi ancora una volta lei era scoppiata a ridere ed era sembrata davvero felice questa volta. Lo aveva abbracciato e cullato fino a quando lui non aveva abbassato la guardia e si era lasciato andare a ricambiare l’abbraccio. Gli era stata più vicina della sua stessa madre.
«Sciocco ragazzo, sono fiera di te! Ora sei davvero un assassino a tutti gli effetti e, come ho detto, quegli uccelli del malaugurio dei miei consiglieri saranno scontenti del tuo ritorno. Non sai che sollievo per me sentirti parlare a questo modo! Temevo davvero che la mia carica fosse più forte della regola e questo non è ammissibile! Mai!»
«Non sei in collera?» Era stupito da quel cambiamento repentino, ed enormemente sollevato.
«Stai scherzando, vero?» Lei lo aveva preso per le spalle per guardarlo dal basso in alto, dal momento che la sovrastava di tutta la testa. «Ascolta, ci sono e ci saranno sempre alcuni che vogliono rigirare la regola a loro vantaggio. I morti di Alexandria che hai detto ne sono un esempio. Dobbiamo essere fedeli a noi stessi e debellare ogni forma di tradimento in questo senso, sei d’accordo con me?»
Lui aveva annuito, sollevato e troppo ingenuo per capire. O per volerlo fare. E lei, troppo scaltra per essere battuta nel suo stesso gioco, non gli aveva dato tempo di pensare: «Domani in tarda mattinata riunirò i miei consiglieri, perchè io conosco il nome del traditore. Mi piacerebbe che anche tu fossi presente. È importante che si sappia cosa fa Archantes ai traditori.»
«Una fatwa, maestra?»
Lei aveva annuito solenne. Lui aveva stretto le labbra, serio. «Farò ciò che ordini, mia signora.»
Il sorriso di lei era stato splendente. Gli aveva amorevolmente sistemato il cappuccio sulla testa, calandolo a coprire come si conviene il suo volto. «Bene, Assassino. Ti comando di andare a casa e di riposarti, domani sarà una lunga giornata e so che il viaggio fino a qui è stato lungo e faticoso. Ti esento dal presenziare ai riti del mattino, ma vieni a quelli del tramonto di oggi.»
Così aveva fatto. Per svegliarsi al mattino seguente con il coltello da cucina di sua madre che si conficcava nel materasso dove un attimo prima c’era lui, con il suo urlo furibondo nelle orecchie mentre lo chiamava miscredente e traditore.
La fatwa era stata emessa. Contro di lui.

2 commenti:

  1. Ciao Bastet! avvincente questo tuo racconto! Cos'è nel dettaglio una fatwa? Pensavo che lo avrebbero punito nel loro covo, ma evidentemente sua madre deve averli preceduti e, fortunatamente, non è riuscita nel suo intento :)

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  2. Nike!!
    La fatwa è un po' una licenza poetica in questo contesto, perché storicamente parlando i mussulmani ancora non esistono.
    Nella terminologia araba la fatwa è una condanna a morte in cui, praticamente, si dice che ogni bravo islamico è tenuto e autorizzato ad uccidere il condannato se lo dovesse incontrare.

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