OPINIONI: Il fantasy, questo sconosciuto


Quando mi trovo a parlare di genere fantasy e – viste le mie ultime (dis)avventure di lettura altamente mediocre – di letteratura fantasy specialmente di autori italiani, mi trovo sempre nella difficoltà oggettiva di comprendere quanto ne sappia il mio interlocutore.
Generalmente, ahimè, molto poco, specialmente se chi mi ritrovo davanti è un ragazzino ventenne che mette insieme le insulsaggini mocciane con le creature glitterate di meyerana natura e inserito il tutto in un contensto pseudo-moderno, ha il coraggio di chiamare questa mistura urban-fantasy. Ommiodioommiodioommiodio no.
D’altra parte, ci si può anche scornare con i più attempati (come la sottoscritta) divoratori di fantasy di tolkeniana memoria, riportata poi nella struttura dello sword & sorcery del più puro stile D&D che ha dato origine alle Cronache (e le Leggende e i Miti e tutta una serie di letteratura collaterale) di Dragonlance o alle avventure narrate da Terry Brooks nei cicli di Shannara.
Insomma, spesso e volentieri il fantasy viene fin troppo bistrattato e, cosa alquanto triste dal mio personalissimo punto di visto, anche ridicolizzato dalle sperimentazioni tutte italiane di “voler fare lo scrittore”. Perché, purtroppo la verità nuda e cruda fa male ai più, la maggior parte degli autori esordienti o finti tali di fantasy made in Italy sono dei mediocri incapaci che vengono pubblicati per una sola ragione: pagano di tasca propria.
Ora, mi avventurerò in una disquisizione molto più approfondita della cosa su alcune realtà editoriali e sul self-publishing in seguito, quanto sopra detto non vuole essere una verità assoluta, ma fino a quando non mi daranno un esempio concreto che le cose non stanno così la mia opinione cambierà molto poco in materia.
Tengo comunque a precisare che non parlo di tutti gli scrittori fantasy italiani, ma della maggior parte.
Mi sono chiesta allora cos’è che manca alla nozione di fantasy in Italia e la risposta è stata piuttosto immediata: manca la conoscenza di cosa è il fantasy, di quali sono le sue origini, di come si è evoluto nel tempo e di come le varie sperimentazioni fatte e in fase di attuazione attuale nel genere abbiano portato alla nascita di non so più quanti nuovi sotto generi e derivazioni.
La cosa non è affatto un male, ritengo la letteratura come tutte le altre arti: una cosa viva, che muta, si evolve, cresce e muore in continuazione, generando figli e nipoti che seguono il tempo che trovano.
Poi ci sono Moccia e Meyer, ma si sa, non tutte le ciambelle escono con il buco. E non tutti i buchi sono associabili a delle ciambelle… evitiamo ulteriori commenti, sto divagando.
Per tornare in tema vi propinerò un po’ di storia e non voglio sentire sbuffamenti vari con la solita pallosa storia. Cercherò di non infarcirvela di date e cercherò di essere anche abbastanza sintetica, ma bisogna a mio avviso fare un pochino di ordine.
Innanzitutto partiamo dal definire cosa è il fantasy: (cit. Wikipedia, voce: fantasy)

Il fantasy (termine mutuato dalla lingua inglese) è un genere letterario sviluppatosi dalla seconda metà dell'ottocento, i cui elementi dominanti sono il mito, il soprannaturale, l'immaginazione, l'allegoria, la metafora, il simbolo e il surreale. In questo filone rientrano quelle storie di letteratura fantastica dove gli elementi fantastici non vengono spiegati in maniera scientifica.

Non è necessario addentrarsi nei dettagli di elfi bianchi e neri, di nani, magia, ecc. anche perché questi sono dettagli che derivano dalla fantasia dell’autore che, ai tempi attuali, si uniforma a uno schema consolidato e universalmente accettato per il suddetto genere. Insomma, parlando con una certa dose di pregiudizio, se ci sono le orecchie a punta, la magia e i draghi il tutto buttato in un’ambientazione finto medievale allora è fantasy.
La cosa, invece, è molto più complessa, specialmente se andiamo a guardare da cosa tutto questo deriva.
Come la citazione da Wikipedia riporta, il tutto parte da una commistione di intenti che questo genere narrativo vuole riportare all’attenzione del lettore, cosa questa che è sempre esistita da che mondo è mondo. Sin dall’antichità le battaglie epiche di eroi e divinità o semidei contro bestie crudeli e animali mitologici praticamente invincibili per uomini normali hanno affascinato la popolazione. Il fantasy, quindi, benché abbia meno di due secoli, vanta antenati illustri del genere fantastico: basta pensare al bagaglio culturale di miti e leggende di ogni popolo, riconducibili a eventi sovrannaturali, ad atti eroici impossibili, allegorie della lotta tra bene e male che puntualmente si ripresenta come vicende dell’epopea epica e avventurosa. E tutto questo prima ancora che si diffondesse la scrittura.
Un esempio su tutti sono le vicende omeriche di Iliade e Odissea, originariamente tramandate oralmente, che presentano caratteristiche di irrealtà nelle vicende dei personaggi o nell’ambientazione in cui queste sono calate, dando vita così al genere fantastico. Ma questi sono solo due esempi dell’area mediterranea ed è comunque una cosa comune anche a miti e leggende e quindi all’antica poesia epica dell’area orientale (le storie di Gilgamesh, giusto per citarne uno) o quella ancora più epica delle zone del nord Europa e di influenza britannico-celtica (i Nibelunghi, l’Edda, il Mobinogion).
In tutti questi poemi epici di antichissima origine e di tradizione principalmente orale, calati in un’ambientazione all’apparenza realistica, vengono inseriti eventi soprannaturali o creature incredibili e fantastiche. La stessa cosa che, in tempi moderni, avviene – o dovrebbe avvenire – nei romanzi fantasy. Dico dovrebbe perché la cosa non è affatto scontata e nonostante la grande tradizione letteraria da cui derivano, gli attuali scrittori fantasy, e in special modo quelli italiani (purtroppo), tendono a dimenticare una regola d’oro e fondamentale della cosa: la coerenza.
Coerenza con l’ambientazione, coerenza con un sistema di regole che deve essere valido e plausibile, se non proprio possibile visti gli elementi fantastici in gioco; regole che anche durante il lungo e apparente oscurantismo medievale vengono fermamente mantenute nell’avvento della letteratura cavalleresca.
Sì, parliamo di quelle “palle colossali” dei cicli Romano, Carolingio, dei vari Orlando e del sempreverde Re Artù della Materia di Britannia, con i suoi inossidabili cavalieri della Tavola Rotonda. Cicli letterari di una cultura fantastica in ambito cavalleresco ripresa poi nel Rinascimento che sfociano con i capolavori di lingua italiana del Boiardo prima (Orlando innamorato) e quello più famoso dell’Ariosto poi (Orlando Furioso), passando per “La Gerusalemme Liberata” del Tasso, opere che trasportavano i lettori nel mondo immaginario per quanto simile a quello medievale con tutte le meraviglie, le avventure e le peripezie dei protagonisti in costante lotta con sé stessi e con il male che furono in seguito fonte di grande ispirazione per tutti quei capolavori letterari successivi, soprattutto a partire dal Romanticismo (1800); storie fantastiche in cui avventura e magia si legano in una nuova e straordinaria commistione.
Nasce in quest’epoca il fantasy così come lo conosciamo noi oggi, o crediamo di conoscerlo, con tutta quella dose di soprannaturale, tradizione e immaginazione calati in un’epoca-ambientazione in cui, romanticamente parlando, si presumeva essi dominassero: il medioevo.
È innegabile infatti che l’ambientazione medievale o finto tale sia tutt’oggi quella universalmente riconosciuta come la più adatta per il genere fantastico, in quanto è propria di quest’epoca l’idea (piuttosto errata, in verità) della grande moralità cavalleresca contrapposta al fine malvagio di orrende creature e grandi maghi; è difatti all’inizio del XIX secolo che si inizia a utilizzare il paesaggio per sottolineare umori e valori etici dei personaggi unita a un’atmosfera considerata cupa e misteriosa, cosa questa che, sebbene mai apertamente analizzata nella cruda realtà della vita medievale (i cavalieri erano tutt’altro che stinchi di santo), ai cultori dell’ambito fantasy è rimasta dentro e infatti tutt’ora molto sfruttata in questo ramo della letteratura un po’ da tutti (non ultimo George R. R. Martin con le sue “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”).
Tornando alla storia del fantasy, è sempre nel cupo periodo letterario del romanticismo che nasce il romanzo gotico (primissimo esempio in questo senso è “Il Castello di Otranto” di Walpole) dal quale poi si distaccheranno in quella che è una naturale evoluzione di una cosa viva il fantasy e l’horror definibili “moderni”.
È stato però a cavallo tra ottocento e novecento che il moderno fantasy ha iniziato veramente a prendere forma (mi perdonino gli amanti dell’horror se tralasciamo questo genere). La storia moderna del fantasy che ci regalerà a metà novecento quelle pietre miliari che sono i libri de “Il Signore degli Anelli”, oserei dire che inizia con le storie scozzesi di George MacDonald, autore di quello che viene considerato tutt’ora il primo vero romanzo fantasy per adulti. Eh sì, poi faremo un po’ anche questo piccolo distinguo.
Altro grande autore fantastico di fine ottocento è certamente William Morris, autore del famosissimo (a suo tempo) “Il pozzo al termine del mondo”, tipico esempio di romanzo volutamente scritto con un linguaggio arcaico basato sulle storie cavalleresche medievali ambientate in un mondo fantastico di sua invenzione, mondo di cui immaginò non solo la geografia, ma anche la storia e la fede religiosa.
Questa precisa strutturazione del mondo fantasy sarà di esempio per tutti i maggiori autori che in questi ultimi due secoli si sono succeduti successo dopo successo, proponendo al lettore una realtà diversa, un mondo che non è il nostro con regole, strutture sociali, storia, religione, geografia ecc. sempre molto ben definite, anche se non sempre altrettanto ben descritte. Non sempre, infatti, ciò che è nella testa o negli appunti dello scrittore viene precisamente descritto al lettore, spesso per quanto riguarda la geografia si ovvia illustrando all’inizio del libro una mappa curata da un illustratore facendo un’ulteriore opera di standardizzazione del genere che vede quindi anche il disegno della mappa in perfetto stile (pensato e creduto, non reale) delle mappe medievali.
È nel Novecento, comunque, che il genere fantastico viene portato agli altari della cronaca e a una maggiore specializzazione con la nascita a inizio del XX secolo di riviste interamente dedicate al fantasy, riviste in cui tutti i più grandi autori conosciuti di inizio novecento hanno esordito: da Clark Ashton Smith a H. P. Lovecraft, da Tolkien a Morcoock passando anche per Robert E. Howard (l’inventore, con il suo “Conan il barbaro” dello sword & sorcery).
Certamente nessuno potrà contraddirmi se dico che furono “Il Signore degli Anelli” – un fantasy epico – e le successive “Le cronache di Narnia” di C. S. Lewis (nulla a che vedere con quanto uscito al cinema su Narnia) a cementare la popolarità del genere e a stabilirlo anche commercialmente con genere letterario distinto, per non parlare della stereotipazione che questo ha comportato. Questi fatti aprirono in seguito le porta alla successiva ondata di narrativa fantasy forse meglio conosciuta dai lettori più giovani: a iniziare un ciclo che non sembra voler assolutamente smettere è stato Terry Brooks alla fine degli anni settanta con il ciclo di Shannara e il successivo ciclo dei Cavalieri del Verbo (e la sua sublime capacità di spiegare come il mondo di Shannara fosse in realtà il nostro…), negli anni ottanta sono saliti all’attenzione americana prima e del mondo poi nel decennio seguenti M. Weis & T. Hickman con i cicli di Dragonlance, per arrivare in questo ultimo decennio al fantasy adolescenziale (nel senso dedicato ai giovanissimi) di J. K. Rowling con il suo Harry Potter e le ultimissime e non ancora complete “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.
E in Italia?
In Italia c’è un guazzabuglio culturale in merito al fantasy che fa paura e che fa portare – solo perché molto ben pubblicizzata – la gente a “incoronare” regina del fantasy la Troisi, mentre nascono come funghi migliaia di nuovi autori, per lo più sconosciuti e che tali rimarranno per la maggior parte, che invischiati in un sistema editoriale malato stanno letteralmente massacrando il genere, rendendolo in definitiva, qualcosa di ridicolo e da denigrare, sicché il genere è stato declassato a mera letteratura per bambini o ragazzi al massimo e l’adulto che legge fantasy spesso è demonizzato e ridicolizzato al pari di chi si dichiara giocatore di ruolo e dimostra di avere più di vent’anni. La cosa non è particolarmente edificante, né da un lato (chi denigra spesso non ha la più pallida idea dell’argomento che va ad affrontare e lo fa solo sull’onda del pregiudizio) né dall’altro (il denigrato tende a “spegnere” i propri impulsi).
L’avvento di scrittori di fama mondiale come C. Paolini (la serie di Eragon & co.) e di S. Meyer che pretendono di fare un fantasy nuovo stravolgendo le regole stilistiche e di base del genere in cui tentano o vogliono tentare di rientrare senza alcuna coerenza, non fa altro che peggiorare la situazione. E quindi il fantasy italiano fa schifo?
Assolutamente no.
Ci sono autori italiani bravissimi che, sebbene calino i loro personaggi e le loro avventure in un’ambientazione stereotipata e sfruttata in tutti i modi, sono in grado di mozzare il fiato e di coinvolgere il lettore con una verve letteraria ben sopra le righe (e non parlo della Troisi), vedi per esempio Marco Davide e Rita Arcidiacono, capaci di scrivere un fantasy adatto sia ai più giovani che agli adulti, oppure una Daniela Lojarro capace di immergere il lettore in un mondo magico, che risuona della sua passione per la musica ma sempre in modo ben definito, con regole precise che non vengono mai disattese nel corso della lettura.
Cosa accomuna questi scrittori rispetto alla moltitudine di esordienti che raramente riusciamo a vedere in libreria? La coerenza. Sono coerenti con l’ambiente e con il mondo che hanno creato, rispettano le regole che loro stessi hanno imposto al mondo, geograficamente, storicamente e anche in materia di fede. Questo mi fa sempre sperare che l’editoria italiana sia in grado di scrollarsi di dosso l’etichetta malfamata che le si è appiccicata addosso per colpa di persone senza scrupoli e rialzi la qualità delle uscite, senza denigrare i manoscritti degli autori italiani, ma aiutandoli e forgiandoli affinché anche in Italia il fantasy possa vantare autori di tutto rispetto che diventino, glielo auguro, noti e famosi come meriterebbero.
Ma questa è un’altra storia…

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