BRANI: Festa a Bubastis - parte 2


Da Una vita, mille vite di Elios Tigrane, in stesura
 
(...continua...)
Elios rimase affascinato. Sotto di loro, le strade sembravano un’unica massa pulsante di vita, con tutti i pellegrini che accorrevano cantando per incontrare il corteo. C’erano musicisti, danzatori e danzatrici in ogni piazza, mescite di cibo e vino nei cortili. Dalle grandi porte del tempio uscirono delle luci, il corteo dei sacerdoti, e poi finalmente il carro con la statua della dea, in forma di umana con la testa di gatto.
E lei è qui con me. “Perché c’è bisogno di tutto questo, se tu come ci hai spiegato tante volte, sei ovunque?”
Lei sbattè le palpebre e si girò di scatto, come se si fosse dimenticata della sua presenza. “Le persone fanno fatica a concentrarsi, fanno fatica a percepire qualcosa di grande come me…la statua, le immagini, sono qualcosa che possono comprendere, vedere, ma non pregano loro, pregano me. E se ti stai domandando perché venire fino a Bubastis...beh, se si ha una cosa sempre vicino la si da’ per scontata troppo facilmente. Anche se io sono sempre con loro, a volte un viaggio, o un pellegrinaggio, li mette alla prova, fa in modo che siano loro a cercarci e non noi a seguirli.”
Elios rimase colpito da quelle parole. Anche essere qui con te adesso è una prova, per me…
“Adesso taci, per favore, e resta in ascolto. C’è sempre il pericolo che qualcuno voglia rovinare la festa o attaccarmi direttamente…e io nei prossimi minuti devo stare con la mia gente. Veglia sul mio corpo e fa’ che niente mi distragga.”
Bastet chiuse gli occhi e si appoggiò sulla balaustra. Lui rimase alcuni minuti ad osservarla, nervoso, poi si risolse a voltarsi e a concentrarsi sul corteo. Pian piano, com’era successo quel pomeriggio, le emozioni festose della folla sotto di loro invasero lentamente le sue percezioni. Non era abbastanza esperto da distinguere i pensieri di qualcuno in particolare – al momento gli ci voleva un notevole sforzo per farlo – ma dovunque protendesse la sua mente c’era solo gioia, felicità, amore, fede. C’era il dolore di chi soffriva, dei malati e degli invalidi, ma era come sbiadito in confronto al resto, e in qualche modo spariva sullo sfondo. Si mise ad esercitare tutte le capacità psichiche che aveva, ad applicare ogni esercizio fatto in quegli ultimi due anni…tutto, pur di non ubriacarsi con quella gioia e di non pensare alla donna che era in piedi di fianco a lui.
Passarono le ore. Un potente boato nella folla gli disse che il corteo aveva raggiunto il fiume, e a quel punto Bastet si riscosse. “Brrr. Stasera l’acqua è fredda.” Elios comprese che avevano cominciato a bagnare la statua della dea nel Nilo e sorrise. A quel punto gli venne in mente quello che si era chiesto nel pomeriggio.
“Ma tu…tu come vedi tutto questo?”
Lei lo squadrò in modo strano. “Tutto questo cosa?” Elios mosse il braccio per indicare tutta la città.
“Ci hai insegnato a entrare nella mente delle persone, ma mi chiedevo come una dea vede una città del genere e le persone che la abitano.”
“Ah.” Rispose lei meditabonda. Poi parve prendere una decisione. Lo fece voltare verso di lei – troppo vicino, pensò Elios – e gli mise le mani sulle tempie. “Ora chiudi gli occhi, e quando te lo dico, voltati con la mente.”
Elios obbedì, mentre il contatto delle dita fresche di lei gli faceva cantare il sangue nelle vene. Dapprima fu il buio, poi…qualcosa come un guizzo di luce.
Voltati.
C’era tutto. La piazza, la folla, ma…era tutto fatto di luce, come se qualcuno avesse preso i contorni delle cose e li avesse ricamati nella notte con un raggio di sole. Gli edifici erano stranamente evanescenti, come se non avessero consistenza reale, ma le persone erano una massa multicolore sfavillante, di tutti i colori del mondo, accesi e tenui. Migliaia di musiche giunsero alle sue orecchie in un’armonia strana e allo stesso tempo piacevole, e comprese che erano tutti i loro pensieri. Si volse verso la terrazza dove stavano i suoi amici, e li vide: Dinocrate, solido e affidabile come una roccia, la sua luce ancora lacerata da striature nere di dolore. La morbida luce azzurra di Cassandra, simile alle nuvole dell’alba. La guizzante fiamma di Omar, la luminosità come ferro tagliente di Arianna. Chissà com’era lui, visto così.
Si voltò di nuovo verso la folla. I bambini erano scintille colorate, come quelle che sprizzano dai legni di un falò, gli amanti legati da mille filamenti color fuoco che a volte attraversavano l’intera città per collegarsi, i vecchi e i malati invece avevano luci fioche e tremolanti.
Si sentì improvvisamente umile e reverente di fronte a ciò che gli veniva rivelato. Quello doveva essere uno dei Misteri di cui Bastet aveva parlato loro. Gli sembrava di poter raccogliere tra le mani tutte quelle vite per curarle, per proteggerle. Il disastro di Posidonia aveva spento migliaia di quelle luci. Comprese l’importanza del loro compito, e la dedizione di Bastet nell’insegnare loro giorno dopo giorno quello che dovevano sapere.
Poi si accorse di una cosa strana. Una delle luci più fioche era stata toccata da qualcosa, sottile come un filo di ragnatela fatto anch’esso di luce, e improvvisamente aveva preso a brillare più forte di prima. Ce n’erano molte, di quelle ragnatele, e si stendevano attraverso la città ondeggiando pigre come alghe nel mare, ma ogni volta che toccavano qualcuno…quel qualcuno guariva. Elios, incuriosito, provò a seguire quei filamenti luminosi fino alla loro origine, ma quando la raggiunse istintivamente non poté fare altro che coprirsi gli occhi, anche se non stava vedendo con quelli del corpo.
Era Bastet a muovere quelle ragnatele, erano parte di lei. Non osava guardarla direttamente, la sua luminosità era accecante come il sole stesso, il suo potere batteva sulla sua pelle come il calore del sole in una giornata d’estate. Un calore meraviglioso, che unito alla sensazione di reverenza lo fece sentire in pace con se stesso come non era mai stato prima.
Un dolore lancinante alle ginocchia lo fece risvegliare di colpo. Si ritrovò in ginocchio, la fronte premuta contro il ventre della dea, con lei che mormorava “Adesso basta. Torna indietro…”
“Cioè, tu…” mormorò Elios meravigliato, mentre lei lo aiutava a rialzarsi. “…vedi sempre…tutto così?”
“Più o meno” rispose lei, con gli occhi lucenti “ogni tanto mi sforzo di vedere come voi umani…e poi vedere le cose così mi ricorda di cosa faccio parte e cosa devo proteggere. Hai appena visto la vita stessa come la vedono gli dei, Elios.” Lo disse con una dolcezza e una serenità tale da fargli dimenticare tutto.
Tutto.
Elios Tigrane si sporse in avanti e la baciò sulle labbra.
Fu un bacio casto, quasi da adolescenti, ma appena si rese conto di quello che stava facendo fece un passo indietro, sconvolto.
Ho baciato la dea.
Per un attimo neanche il respiro sembrò funzionare, poi notando lo sguardo stupito di lei si riscosse e senza neanche accorgersene indietreggiò.
“Scusami. Scusami. Non volevo…”
Bastet si adombrò. Sembrava…ferita.
“Io sì.”
 Fu troppo per lui. Il sangue gli rimbombò dentro le vene come il grande tamburo della festa e ogni suo pensiero razionale fu annientato da quelle poche sillabe. Superò la distanza che li separava, la prese tra le braccia e cominciò a baciarla come se da quello dipendesse la sua stessa vita. Dopo un primo momento di sbigottimento la sentì sorridere sotto la sua bocca avida e Bastet rispose con lo stesso slancio.
Benedetti dei. Era come tuffarsi dalla scogliera più alta di Posidonia. Era come essere infreddoliti e stanchi e trovare un fuoco acceso e del cibo caldo. Era come tornare a casa come un lungo viaggio. Era esaltante sentirla rispondere a ogni bacio, a ogni carezza. Elios non si accorse neanche che in qualche modo si erano spinti contro un muro laterale e che stava usando le mani per qualcosa di ancora più piacevole che abbracciarla.
“Elios…non qui!”
La voce di lei lo riscosse. Lo stava guardando, divertita, come imbarazzata e allo stesso tempo accesa dalla passione. L’uomo si rese conto che l’aveva spinta contro il muro, le aveva abbassato il corpetto della veste fino a scoprirle il seno, già arrossato al tocco rude della sua barba, e le aveva alzato la gonna fin quasi alla vita…
Bastet rise.
“Andiamo a casa.”

Elios non si sarebbe mai scordato di quella folle corsa attraverso la città, se così si poteva chiamarla. Casa loro distava solo il tempo di una breve corsetta dal centro di Bubastis, in giorni normali: adesso, con la folla, gli sembrarono ore, tanto più che dovevano procedere controcorrente rispetto alla gente che si dirigeva verso i festeggiamenti. Approfittavano di ogni sosta forzata per continuare a baciarsi, e molti fischiarono e si complimentarono con lui per quel “bel pezzo di figliola”. Se solo sapessero…ma quel pensiero sembrava lontano.
Quando finalmente arrivarono la casa era buia e silenziosa, anche i servitori erano fuori a festeggiare. Le torce si accesero da sole al loro passaggio, e quando bene o male raggiunsero le scale Elios si caricò in spalla la dea, incurante dei suoi urletti scandalizzati, e la portò verso la grande camera padronale del primo piano tronfio come un generale.
La porta non si era ancora chiusa che si erano già avvinghiati l’uno all’altra. Si strapparono letteralmente i vestiti di dosso…e Elios rimase a bocca aperta. Vestita, Bastet era il sogno di qualunque uomo. Nuda, avrebbe riacceso i sensi ad una mummia. La pelle, liscia come un sasso levigato dal fiume, risplendeva come miele dorato alla luce delle torce. I seni erano piccoli, rotondi e sodi, le gambe lunghe e snelle. Si sentì improvvisamente la bocca arida. Stava per buttarsi in ginocchio, adorare la dea che gli stava di fronte e gli si era così rivelata, quando Bastet cominciò ad accarezzargli piano i muscoli delle braccia, del petto e del ventre, segnati dalle cicatrici e dalle lunghissime ore di fatica. Lui rimase immobile a contemplare quello spettacolo, stupendosi dell’espressione – meravigliata? Eccitata? – in quegli occhi grigio-azzurri. Poi il desiderio sembrò diventare intollerabile persino per lei. Emise una specie di ansito, poi indietreggiò fino a toccare l’ampio letto coperto di cuscini. Si distese e continuò a indietreggiare, fino ad arrivare alla testiera, poi gli tese le braccia nello stesso gesto di invito dell’ultima volta, sulla loro spiaggia a Posidonia…
Elios la raggiunse, facendosi guidare finchè non le fu sopra. Sentì il suo calore avvolgerlo come la lava di un vulcano e capì che era eccitata quanto lui. Il tempo di un respiro, di ancorare lo sguardo negli occhi dell’amante, e cominciarono a muoversi, spinti dalla passione, quasi seguendo il ritmo ipnotico dei tamburi che riecheggiava dalla finestra.

La festa sembrava aver raggiunto il culmine, quando ad un certo punto sull’intera città calò il silenzio. C’era un senso di anticipazione nell’aria, come se stesse per accadere qualcosa…sulla terrazza, Cassandra si girò per chiedere a madre Aisha se faceva parte del rituale, quando un’immensa ondata di energia sembrò piovere su di loro come il più violento degli acquazzoni. Sembrava di essere stati toccati dalla mano stessa degli dei. Ci fu ancora un momento di silenzio, in cui le persone sembrarono riaversi, poi le danze si fecero ancora più frenetiche, persino i vecchi e i malati riacquistarono le forze, e molte persone che avevano chiesto alla dea la salute si ritrovarono guarite. Dinocrate si rialzò in piedi, stordito, e si voltò verso gli altri: Cassandra era semisvenuta su uno degli sgabelli, quasi in trance, Omar stava scuotendo la testa come per liberarsi da una sbornia e Arianna, lo sguardo quasi febbrile, guardava la folla come cercando una risposta. I sacerdoti più giovani corsero da madre Aisha, che si era accasciata sulla sua poltrona. “Cosa…cosa è successo?”
“Non lo so” rispose lei, con un mezzo sorriso “ma probabilmente anche la dea si sta godendo la festa.”

Ore dopo, la luce dell’alba stava cominciando a tingere il cielo di grigio-azzurro. Elios si svegliò, sentendosi bene come non era mai stato in vita sua. Accanto a lui, la dea dormiva raggomitolata…e stava facendo le fusa nel sonno. Si girò piano fino a guardare quel viso stupendo, poi le passò un braccio oltre la spalla e l’attirò a sé delicatamente. Lei aprì gli occhi e sbadigliò.
Rimasero in silenzio, guardandosi negli occhi, come meravigliandosi di quello che era successo in quella notte indimenticabile. Elios le accarezzò dolcemente il viso.
“Posso amarti, mia dea?”
Bastet soppesò la risposta, tacitando l’impulso impertinente che le era salito alle labbra – l’hai appena fatto! – perché capiva cosa regnava nel cuore dell’uomo. Lui la amava.
“Posso amarti, Elios delle Tigri?”
E lei lo amava.
Quelle parole pesavano come macigni in quell’aria immobile.
Poteva la dea immortale, Bastet amare un mortale, sopportare di vederlo invecchiare, anche se lentamente, e morire, senza potervi porre rimedio? Poteva sopportare di metterlo in pericolo, accettandolo come amante nonostante il parere contario di suo padre?
Poteva Elios amare una dea, sapendo che un giorno lei si sarebbe potuta stancare di lui e abbandonarlo? Poteva essere sincero con lei, quando tutte le storie del genere che raccontavano gli aedi vedevano immancabilmente il mortale morire di morti orrende per la vendetta della dea tradita?
Se ci avessero pensato prima, forse la loro risposta sarebbe stata diversa. Ma quella notte si era formato un legame diverso da tutto quello che finora avevano conosciuto.
“Finchè durerà, sarò al tuo fianco, Elios.”
“E io al tuo, mia dea.”

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