BRANI: Festa a Bubastis - parte 1


Da Una vita, mille vite di Elios Tigrane, in stesura


 Nonostante questi nostri favolosi poteri, l’allenamento di ieri ci ha fatto sudare, pensò ironico Omar sedendosi in sala per il primo pasto della giornata. In risposta ai suoi pensieri, anche Arianna e Cassandra sbucarono dai corridoi premendosi le mani sulle reni.
“Dormito bene, care?”
“Smettila di fare tanto lo spiritoso, Omar” lo rimbrottò Arianna servendosi abbondantemente di pane e frutta. “Sono quasi due anni che la gatta ci fa fare questa vita! Ammetto che l’esercizio fisico mi piace di più di quello mentale, ma ogni tanto esagera. Voi come state?”
Le rispose un coro di grugniti, confermato anche da Dinocrate ed Elios che erano arrivati in quel momento.
“Non so voi, ma io mi sto divertendo.” Tutti fissarono stupiti Elios che si stiracchiava con un’espressione soddisfatta.
“Non sono uno studioso, lo sapete…” Dinocrate sorrise, al ricordo delle nocche – regolarmente  viola - dell’amico dopo le lezioni del vecchio Enki “Ma almeno qui sappiamo cosa e perché lo stiamo facendo…”
Cassandra scoppiò in una risata lievemente perfida. “Non serve che ce lo spieghi, sappiamo tutti perché ti piace qui. Perché ti piacciono le gatt…ahia!” si piegò in avanti e gli altri risero: Elios le aveva tirato un calcio sotto il tavolo, avvampando. “Piantala, Cassandra! Non dovresti dire cose del genere!” mormorò Dinocrate, ma anche lui stava ridacchiando. Lei arricciò il naso, offesa, e si dedicò alla sbucciatura di una mela.
Elios si chiese come si poteva mantenere un segreto in una casa con quattro esseri dai poteri psionici che aumentavano di giorno in giorno, e in più con una divinità in terra. La dea che si era reso conto di amare.
Non era stato facile, per lui. All’inizio di tutto, quando erano arrivati a Khem e Ra in persona gli aveva rivelato che Sanura – il suo primo amore – era in realtà la dea Bastet, l’aveva odiata quasi quanto odiava Shilpa per aver tradito lui e il loro popolo…senza contare che il suo tradimento aveva ucciso i loro figli e tutta la gente di Posidonia. Si era sentito tradito, usato nella maniera più bieca. Per mesi non aveva rivolto la parola alla dea, e sorprendentemente lei non lo aveva forzato ad accettarla. Poi, un giorno, mentre lei stava spiegando a loro cinque alcune delle regole complesse che legavano le divinità al mondo e viceversa, si era sorpreso a pensare: Non voleva ingannarmi. Non era tenuta a rivelarsi a me, e mi ha sempre trattato con rispetto anche quando faceva finta di essere Sanura.
Appena ebbe finito di formulare quel pensiero, riportò lo sguardo su di lei, dall’altra parte della sala, e il suo volto si era aperto in un sorriso gioioso, come il sole che esce dalle nubi. Un attimo dopo lei aveva ripreso la sua lezione, ma Elios aveva compreso di essere stato perdonato.
Erano passati altri mesi, quasi due anni, e aveva cominciato a pensare a lei in maniera…pericolosa. Dannazione.
La cosa che lo sorprendeva di più era che sembrava l’unico ad avere certi pensieri su di lei. Certo, quando era nella sua forma divina era impossibile non provare amore per lei…amore, venerazione, devozione. Ma nella sua forma umana, quella con cui girava di solito per casa, sembrava una donna qualunque, però era l’unico a trovarla così bella, così speciale. Omar sosteneva che non era niente male, sì, e persino Dinocrate aveva ammesso che quei seni dovevano essere dolci e sodi come datteri maturi…lui invece ne era innamorato perso, esattamente come quando erano a Posidonia.
Gli piacevano il suo carattere disinvolto, la sua voglia di giocare (che rimaneva uguale sia in forma umana sia in quella di gatta), quell’espressione seria e concentrata quando cercava il modo migliore per rispondere alle loro domande, e il tono reverente della sua voce quando parlava di Maat o di suo padre. Persino pensieri del genere gli sembravano blasfemi. Bastet era una dea, e lui era un umano. Punto. Era convinto che lei sapesse già dei suoi sentimenti – in fondo, non c’era cosa nell’intero Khem che potesse sfuggirgli – ma curiosamente col tempo non aveva cambiato atteggiamento verso di lui: era rimasta spigliata e severa come da quel primo dolce sorriso di perdono. Lui, d’altro canto, in sua presenza si era sempre comportato come se lei fosse stata una qualunque persona amica d’alto rango, da rispettare. Si, si accontentava di starle accanto, sperando che gli passasse presto. Ma non si era mai sentito così dilaniato in vita sua.
Mentre finiva questa serie di pensieri fissando la sua ciotola di latte di capra, Bastet fece il suo ingresso in sala, in forma di gatta, e saltò sul tavolo. Nessuno di loro batté ciglio per questo…ormai ci avevano fatto l’abitudine. La dea si fermò per farsi dare una grattatina sotto il mento da Arianna, poi si diresse verso Elios e cominciò a servirsi la colazione direttamente dalla sua ciotola.
“Non ti basta romperci le ossa una decina di volte ogni luna? Adesso ci togli anche i viveri?” Scherzò Elios sollevandola per la collottola. La gatta lo guardò divertita, e un attimo dopo Elios si ritrovò a stringere una ciocca dei suoi lunghi capelli mentre lei si accomodava, in forma umana, tra lui e Omar. Sembrava più allegra del solito.
“Hai ragione – concesse sorniona – in questo ultimo periodo vi ho messo sotto pressione, ma siete sopravvissuti.” Diede uno sguardo d’approvazione ai cinque e continuò: “Per questo credo che vi meritiate un po’ di vacanza. Tra due giorni a Bubastis cominciano le feste annuali in mio onore: per sette giorni niente lezioni, solo musica, danze e divertimenti. Vi va? O preferite…”
Ridacchiò. Non serviva essere una dea per capire che erano entusiasti della cosa.

Due giorni dopo si trovavano in una grande casa che la somma sacerdotessa di Bubastis aveva messo a loro disposizione, appena fuori dal centro della città. Dall’inizio del loro addestramento avevano spesso girato nei villaggi, ma era la prima volta dopo due anni che si trovavano in una grande città, non solo una delle più importanti di Khem ma anche in pieno fermento per la festa imminente. Bancarelle con cibo, ornamenti e immagini devozionali della dea erano spuntate ovunque. Sulle prime Elios si sentì frastornato dalla folla e dai rumori, ma poi cominciò a concentrarsi come gli era stato insegnato e la lucidità tornò velocemente, e con essa anche gli altri sensi che la dea aveva insegnato loro a sviluppare per percepire la presenza di nemici e pericoli di vario genere. Non c’era niente di tutto questo, però, e anzi la gioiosa attesa della festa riempiva i pensieri della gente tanto che una volta tornati a casa si sentivano come ubriachi. Bastet rise nel vederli così. “Dovrete farci il callo…almeno sarà più piacevole che quando sarete attorniati da gente che vuole farvi la pelle.” Anche gli altri risero, poi ad Elios venne un pensiero: se per noi è così…come può essere per lei?
Poco prima del tramonto uscirono di casa con i loro abiti migliori, diretti al tempio. Non c’era ancora molta gente per strada – la festa vera e propria sarebbe cominciata solo al sorgere della luna – e poterono godersi con tutta tranquillità la meravigliosa visione della facciata del tempio incendiata di rosso dalla luce morente del sole. Tra le grandi colonne dell’ingresso principale li stava aspettando una donna anziana in ricchi paramenti sacerdotali, calma e tranquilla nonostante l’attività frenetica di sacerdoti e servitori che sciamavano come formiche per terminare i preparativi. Il cortile del tempio sarebbe stato rischiarato da migliaia di torce. Tori e giovenche erano stati adeguatamente inghirlandati e consacrati per il sacrificio, e le loro carni sarebbero state servite lì nel cortile e per le strade a coloro che erano venuti a chiedere la benedizione della dea. Il profumo dei fiori e dell’incenso pervadeva l’aria, inebriante come vino.
“Sanura! Ah, piccola, che gioia vederti.” La donna si chinò per abbracciare Bastet con una familiarità che sorprese i cinque, più che altro per il fatto che la sacerdotessa sapeva benissimo chi le stava davanti. Il pensiero doveva avere colto anche lei, perché rispose ai loro sguardi sconcertati ridendo a crepapelle. “Oh, piantatela di guardarmi così. La conosco e la servo da molto tempo, e se me lo ha concesso lei può andare bene anche a voi. Dunque sono questi i tuoi cuccioli?”
Stavolta toccò a loro ridere. “Non proprio cuccioli, cara madre Aisha. Sono venuti per una lezione importante…possono imparare anche facendo festa!”
“…e non potevi dircelo prima?” replicò Omar scatenando di nuovo l’ilarità generale.
La somma sacerdotessa li condusse all’interno del tempio, spiegando loro le varie fasi delle cerimonie. Il momento culminante per quella prima serata sarebbe stato quello in cui la statua della dea sarebbe uscita dal naos del tempio, messa su un carro tirato dai sacerdoti, e portata fino al fiume per essere purificata e consacrata dalle acque del Nilo. Durante il tragitto, che si snodava attraverso mezza città, le persone che avevano bisogno di una grazia si sarebbero spinte attraverso la folla fino a toccare il carro o addirittura la statua, chiedendo così alla dea la sua benevolenza. Per quanto potesse sembrare strano, precisò madre Aisha, nonostante l’assembramento nessuno si era mai fatto male, e ne’ la statua della dea ne’ il carro ne’ i sacerdoti avevano mai subito danni.
Vennero portati a un grande terrazzo che dominava il cortile, addobbato e ricolmo di tavole imbandite. “Da qualche anno non conduco più il corteo…la dea mi ha suggerito che è ora che colei che mi succederà cominci a guadagnarsi il titolo” disse la vecchia sacerdotessa in tono di scusa mentre si accomodava su una delle panche “perciò io e gli altri sacerdoti anziani vi faremo compagnia stasera, e da qui potremo goderci tutta la festa.”
Pian piano scese la notte e cominciarono ad accendersi le torce, tanto che le rive del Nilo sembravano incendiate da scie di fuoco. Cominciarono a riecheggiare tamburi, flauti, sistri e cetre, mentre la folla cominciava a riempire i cortili del tempio. I cinque assistettero ai sacrifici e alla distribuzione delle carni, poi anche a loro venne servita la cena. A quella che ormai consideravano casa loro si mangiava bene, ma lì il cibo era abbondante e cucinato in maniera squisita, i vini eccellenti e la birra celestiale. I discorsi scorrevano come le bevande, e ben presto anche loro cominciarono a godersi la festa.
Poi, un suono ritmico cominciò a sovrastare tutti gli altri suoni, che si affievolirono e si spensero. Il battito di un grande tamburo rimbombò nell’aria, riecheggiando loro fin nelle ossa, prendendo possesso del battito stesso dei loro cuori.
“La statua” mormorò madre Aisha, e Bastet si alzò, spolverandosi le briciole dalla tunica finemente pieghettata. “Scusatemi, tocca a me. Elios…” la dea gli fece cenno di seguirlo e lui si alzò, chiedendosi brevemente perché proprio lui. In silenzio percorsero alcuni camminamenti fino ad arrivare ad un’altra terrazza più alta della precedente, tanto da dominare l’intera città.

(...continua...)

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