PLAY BY FORUM: una passeggiata per Roma

I giardini di Colle Oppio sono un’oasi di pace incastonata nel cuore pulsante della città che, tuttavia, non è estranea alla presenza di altre grandi aree verdi. L’impatto tra l’oasi naturalistica in cui eravate immersi e il caos subito fuori da essa è impressionante, come se a varcare l’apertura della bassa recinzione di pietra aveste varcato un portale magico, una barriera invisibile che rinchiudeva il silenzio e i rumori di una placida mattina in una bolla di realtà diversa, svanita di fronte al caos organizzato che si para dinanzi a voi nel passare per le strade strette e rigurgitanti di vita dell’Urbe. La strada lastricata si dipana sotto i vostri piedi mentre costeggiate le mura cittadine nel dedalo caotico di una città che si risveglia come ogni giorno.
Carri sferragliano sul selciato di pietra, i versi degli animali spiccano nel sottofondo di una cacofonia estraniante, eppur normale; la città s’è svegliata e subito i commercianti e gli operai si son messi a lavorare, qui a Roma come in ogni altra città dell’Impero.
A causa della Legge delle Legioni applicata la sera prima i carri affollano e intasano le strade quest’oggi, in deroga speciale alla legge che ne consente l’accesso alle vie cittadine solo durante la notte, cosa questa che ha portato molti a dire che Roma non dorme mai.
L’affollamento e le operazioni di carico e scarico delle merci davanti alle varie taberne che costellano i due lati della strada vi costringono a stringervi e urtarvi con le persone sugli alti marciapiedi, per lo più ingombri delle mercanzie che i bottegai espongono, tavoli e panche delle popine da cui provengono profumi avvolgenti che stimolano l’appetito di una notte insonne. Effluvi di carni arrostite danzano nei fumi del vino speziato messo a scaldare, si abbracciano alle lievi volute dei vapori del brodo – tutta la carne viene sempre lessata prima di essere cotta alla griglia o sulle padelle – che andrà a essere la base di saporite zuppe di legumi che verranno poi servite a pranzo. Su tutto l’odore inconfondibile del garum, prelibata salsa che accompagna praticamente quasi ogni pasto dei romani, che si addensa di contorno e si mescola al profumo della forte birra germanica, bionda, schiumosa, calda e densa.
Il percorso fino al castra pretoriano di Roma, addossato alle mura a nord vi porta a inoltrarvi nei vicoli stretti tra le alte insule, addobbati a festa con un tripudio di smorti grigi, marroni e cerulei e sgargianti azzurri, rossi e gialli dei panni che serve e donne della plebe stendono sui fili tesi tra le abitazioni popolari alle varie altezze, sporgendosi pericolosamente dalle verandine di legno che – abusive – costellano tutti gli edifici.
Le donne si lanciano saluti, chiacchierano da un palazzo all’altro, civettano con l’operaio che sta soppalcando e ampliando con travi di legno a rinforzo, un’altra veranda, su un palazzo grigio e scrostato di fronte, l’intonaco di bassa qualità piove sulle teste dei passanti, e sulle vostre, a ogni martellata, scoprendo di volta in volta una nuova porzione dei rossi mattoni e della bianca malta usata per tenerli insieme.
Questa è una delle mille facce di Roma, una faccia meno lussuosa della Roma dei Fori, del Colosseo, delle bianche pavimentazioni in marmo delle terme, delle longilinee e massicce colonne dei templi, una Roma viva e pulsante, caratterizzata da persone che vivono e lavorano duro.
Venite travolti, letteralmente, da una ragazza che corre stringendosi al petto un cilindro di piombo, la palla svolazzante verde chiaro ondeggia a ogni passo con il ritmo sincopato della corsa. “Chiedo venia!” Vi urla, senza fermarsi, senza voltarsi, gira in una traversa, una stretta strada incuneata tra le povere case e quando arrivate all’altezza del crocevia notate solo un lampo verde – ottenebrato dall’ombra dell’inizio del giorno – scomparire dentro l’antro buio che dà accesso a una delle insule più povere. Pelli di gatti morti pendono dal lato delle strette fauces, vapori si alzano in lente e pigre volute al cielo, odori acri e forti escono con essi mescolandosi al penetrante odore di marciume che permea l’aria dei bassifondi.
Sullo sfondo del vicolo due vigiles toccano con un piede, con aria schifata e niente affatto sorpresa, la carcassa rosicchiata dai topi di un uomo con una toga elegante, sporca e lacera, a cui hanno mozzato le mani. Nulla di strano: come in ogni città dell’impero, aggirarsi di notte per Roma è un rischio mortale, specialmente in quelle zone.
La giovane esce dall’antro buio che l’ha inghiottita, tiene stretto al seno quel cilindro e tutto è chiaro: dopo un fugace e timoroso sguardo, viene verso di voi, svolta attorno all’edificio e ricomincia la sua corsa, forse diretta alla fonte di Anna Perenna. Quel cilindro, dopotutto, era quello tipico delle maledizioni e quelle fauces oscure l’ingresso all’antro buio di una mammana, una strega.
Passate oltre, la vostra meta sempre più vicina e le chiacchiere concitate dei passanti poco alla volta penetrano le vostre coscienze.
“Hai sentito?”
“No, Terenzio, cosa?”
“Incredibile… li stanno tirando giù adesso…”
“Spiegati!!”
Passano oltre, vi sorpassano guardandovi timorosi, l’espressione crucciata di Tanos attira sguardi curiosi tanto quanto la capigliatura colorata di Kaeso e il turbante ordinato di Nefer, Dionisio attira per lo più sguardi sconcertati e causa brusche manovre per aggirare lui e la puzza che lo riveste come un caldo manto invernale.
Altri passi, altri squarci di conversazione concitata, di due donne che, con in testa ceste piene di verdure, tagli di carni e orci, vi vengono incontro, si zittiscono giust’appunto mentre vi aggirano per poi tornare alle loro chiacchiere amene, o quasi: “Una vergogna! Una ver-go-gna!”
“Sì, una cosa incredibile… proprio al castra poi! Poveretti… pare che gli abbiano aperto il torace…”
“Ah! Sai che roba! A me Luciano ha detto che li hanno impi…”
La quieta monotonia quotidiana di quella parte della città che vive a ridosso del castra è turbata, turbata nel profondo da qualcosa che ancora non si capisce, che sfugge, ma che fa serpeggiare nell’aria e nei commenti frammentari che si colgono lungo la via un timore recondito, uno stupore genuino, un allibito silenzio che avvolge i vostri ultimi passi dalla fredda penombra della strada stretta tra le alte case all’ampio spiazzo soleggiato antistante la caserma militare; è un mesto silenzio che impone rispetto, un silenzio che pretende giustizia.
Lì, davanti alle mura del castra, di fronte al grande portone di legno di quercia fasciato di ferro, aperto su un mondo lontano da quello normale dei cittadini, tutti quei frammenti colti e persi nell’aria mattutina e nel vociare di bottegai e acquirenti prendono corpo. Lo stesso corpo del pretoriano lì appeso che lentamente viene calato verso braccia amorevoli e brucianti di rabbia e dolore di parenti e compagni d’armi.
Le mura dorate dal sole piangono lacrime di sangue in tre macabre strie rosse sulla cruda pietra della realtà, due corpi stesi a terra e due corde penzolanti, immote nell’aria che sembra aver assunto la densità e la pesantezza del piombo. E quel silenzio attonito.
Silenzio che accompagna la lenta discesa della terza corda che lentamente cala il suo fardello di morte: uno di tre.
Anch’esso viene steso pietosamente a terra, allineato ai due compagni che, è evidente ormai, hanno fatto la stessa terribile e cruenta fine, sguardi vitrei che fissano il cielo senza vederlo, volti a guardare, più probabilmente, le alte cupole stalattitiche dell’antro di Plutone, in attesa di stringere tra le dita il dazio da pagare a Caronte per dirigersi verso l’ultima eterna dimora, il petto sfondato, cavo all’altezza di un cuore che non c’è più.
Urla e strepiti di donna rompono quel silenzio, una giovane si accascia a terra in un pianto dirotto accanto all’uomo che ha amato e che avrebbe dovuto sposare di lì a pochi giorni, inveendo contro le Parche, elevando nel pianto una preghiera agli dèi, mescolando le proprie lacrime al sangue che lo avvolge in un rosso sudario.


Secondo input per la neo costituita Coorte XV (Suicidata, suggerisce qualcuno). Il resto dell'avventura lo potete seguire qui.

2 commenti:

  1. Coorte XV Suicidata...un nome, una garanzia! XD

    RispondiElimina
  2. Eheh, passo per caso cara Azia, seguendo la tua firma sul forum :)

    Poco prima di addormentarsi - se mai riuscirà ad addormentarsi - l'explorator Flavio Erminio vedrà scorrere questa tua eccezionale narrazione attraverso una lunga serie di immagini ipnagogiche (sempre che mi riesca rendere bene l'idea :)

    E mi sa che non se n'è accorto nessuno, a parte te, del colloquio tra Diocleziano e Adriano, eh?! ^___^
    Vediamo se è stata una profezia e la madre di Flavio gli ha trasmesso qualche talento da àugure ;D

    - Muriel

    RispondiElimina

Powered by Blogger.