RACCONTI: Mattinata a Roma

Come ogni mattina, Amenei andò ad aprire le porte principali del tempio. Amava quel momento di pace e solitudine, all’alba, mentre Ra sorgeva all’orizzonte colorando il cielo di rosa sopra i tetti di Roma.
Dietro di lui risuonavano, affievoliti dalla distanza, i canti e i suoni ritmici dei sistri dei sacerdoti che in quel momento stavano compiendo i riti del mattino nei vari naos dedicati ai grandi dei. Lui era solo un sacerdote di basso rango, non abilitato ancora ad assistere a quelle cerimonie sacre, ma sentiva quel momento ogni giorno come il suo personale contatto con l'Enneade*. Anche se il compito successivo - spazzare il portico - decisamente di mistico non aveva niente.
Prese la scopa e cominciò il suo lavoro. Da lontano la città si stava pian piano risvegliando in quella mattinata di primavera. I carri pieni di merci provenienti dalle campagne si dirigevano verso i mercati, qua e là servitori di vario genere si affannavano a seguire i padroni e si vedevano anche diversi personaggi in toga, probabilmente diretti al foro o al senato. Il tempio era relativamente deserto fino a metà mattina, ma qualcuno arrivava sempre lì appena lui aveva aperto le porte. Quel qualcuno adesso stava imboccando una delle strade in salita che conducevano lì, al tempio di Iside sul Campidoglio.
All’inizio era solo una figuretta persa nella luce grigiastra di quell’ora. A mano a mano che si avvicinava, Amenei ne riconosceva i tratti. Una donna della sua stessa terra – l’amata Khem – con lunghi capelli neri, sempre lasciati sciolti nonostante la sua condizione di donna sposata e madre. Piuttosto bassa e snella, infagottata in pesanti mantelli e pellicce d’inverno, veniva al tempio ogni giorno da quando lei e suo marito si erano trasferiti nell’Urbe, tre anni prima. All’epoca era già incinta e l’uomo dovette reprimere un sorriso al ricordo: quando l’aveva conosciuta, così magra e patita e con quel pancione, sembrava un topo che cerca di rubare un melone. Da allora non c’era stato giorno in cui non l’avesse vista anche solo per pochi minuti, a parte il giorno del parto e i successivi: non appena era stata in grado di camminare, eccola lì di nuovo, con il minuscolo fagottino urlante ospitato in una sporta stretta al petto, nonostante tutte le scandalizzate invettive delle balie romane che le avevano ingiunto di restare a casa almeno per mezza luna.
Del perché ci tenesse tanto a venire ogni giorno, questo Amenei non lo sapeva. Suo marito – un certo Elios qualcosa – mentre l’accompagnava una volta aveva commentato distrattamente che “venire qui le dà conforto…con quello che ha passato quando l’hanno cacciata.”. Non si era voluto impicciare, ma come sacerdote di basso rango veniva a sapere molte più cose dei suoi superiori, e sapeva che il marito di lei era una persona importante e a casa loro erano spesso invitati senatori e persone vicine all’imperatore.
Però al tempio lei non parlava mai di queste cose, a differenza di certe nobildonne che si erano avvicinate in massa al culto della Madre Celeste perché era diventato di moda...tanto che a volte quel luogo di quiete sembrava un nido di gazze ladre. Eppure lei era una persona estremamente devota – dopotutto, si chiamava Bastet, il nome della Dea Gatta -, sapeva tutte le parole e i gesti segreti che solo gli iniziati ai Misteri di Iside potevano conoscere, e degli epiteti e delle preghiere così antiche che in quel tempio di recente costruzione non si erano mai sentite. Passava la maggior parte del tempo seduta davanti ai piccoli santuari di Hator e Maat e davanti alla grande statua di Iside, pregando…o almeno, sembrava quasi che parlasse con loro.
Mah.
Era comunque una persona quieta e serena con cui era piacevole chiacchierare, scambiandosi ricordi in comune sulla loro terra natia o su come fosse difficile ambientarsi a Roma. L’aveva vista perdere le staffe solo una volta in tre anni. Era successo quando l’assistente del Sommo Sacerdote aveva proibito l’iniziazione ai misteri di Iside ad una povera vedova, la cui famiglia era morta da poco in un incendio. Quando Khai aveva detto altezzosamente “la Madre Celeste ha ben altro da fare che perdere tempo con una come te” Bastet si era fatta avanti e gli aveva urlato contro prima tutti i motivi perché Iside amasse quell’anziana signora molto più della sua arroganza, e secondo, tutti i motivi per cui avrebbe dovuto vergognarsi di se stesso. Dopo quella sfuriata Khai era sembrato riluttante persino a spiccicare parola in pubblico e lei, come spaventata dal trambusto che aveva suscitato, aveva raccolto il piccolo Cumar ed era letteralmente scappata via, ricomparendo il giorno dopo con un’espressione dispiaciuta. “Scusatemi, ma quando mi arrabbio divento un’altra.” aveva mormorato a mo’ di scuse a quelli che l’avevano avvicinata per ringraziarla di aver messo al suo posto l’arrogante Khai.
Amenei depose la scopa e si fece avanti per salutare Cumar, che era riuscito a sfuggire alla stretta della madre ed era corso tutto d’un fiato fino all’ingresso. “Ave Amenei!” il bambino gli era saltato in braccio, raccontandogli confusamente delle cose che aveva visto per strada.
“Non preoccuparti, lo tengo stretto.” Disse il sacerdote sorridendo a Bastet, che aveva imboccato l’ultima svolta ed aveva in volto il solito cipiglio delle madri che si vedono scappare i figli per strada.
“Piccolo pirata sardo! Quando imparerai a non scapparmi via?” sibilò lei contrariata mollandogli uno scappellotto. Cumar replicò imitando esattamente l'espressione della madre – aveva ereditato i tratti egizi di lei e i sorprendenti occhi verdi del padre – e li fece ridere tutti e due.
“Dai, mettilo giù, Amenei. Oggi avremo una giornata lunga e volevo passare a salutare la Madre Celeste prima di dedicarmi al resto.”
“Il tempio è ancora vuoto, fai tutto con calma. Ma, mi chiedevo…non che mi dispiaccia la tua compagnia, ma perché vieni qui ogni giorno? Le altre donne di solito hanno un piccolo altare dedicato agli dei nella loro casa e passano solo nelle feste importanti o quando hanno qualcosa da chiedere, tu…”
Bastet tacque un attimo, mentre i suoi occhi si riempivano di dolore e paura, tanto che Amenei si pentì di averle rivolto quella domanda.
“La Madre Celeste e il Signore dell’Amenti mi hanno restituito il mio uomo, - mormorò alla fine - e Hator e Maat hanno sempre vegliato su di me e sul mio bambino. Sarò in debito con loro finchè avrò vita.” 
Note
*Enneade: erano i nove dei più importanti della religione egizia: Atum, Shu e Tefnut, Geb e Nut, Iside, Osiride, Seth e Nefti. In altre versioni sono presenti anche Anubi, Horus, Thot e Maat.

4 commenti:

  1. complimenti, bellissimo e ben scritto! enrica <3

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  2. Complimenti Bast, sei sempre in gran forma: scrivi poco, ma quando lo fai sei sempre coinvolgente e magnifica.

    "Scusatemi, ma quando mi arrabbio divento un'altra."

    XD spettacolare! ahahahah

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  3. Bellissima storia, c'è anche un antefatto in cui si capisce meglio di cosa la donna debba essere riconoscente?

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  4. ovviamente... ma ci sarà tempo per scoprirlo... XD

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