Rin e il lupo - II

Rin rimase interdetto a guardare la figura in lacrime ai piedi del letto. Non poteva essere Anat. La dura, l’orgogliosa, l’inossidabile guerriera mauretana, esploratrice nella Legio M Ultima. La compagna di squadra che aveva iniziato ad apprezzare da poche settimane, quando l’aveva vista con altri occhi, in altri panni. Quelli di una vera signora, non della scalcinata exploratrix.
No, non poteva essere lei. Gelato, si guardò intorno allarmato. Di lì a breve sarebbero arrivati Sestio e Petronilla nelle veci dei loro schiavi personali. Forse la giovane conciliatrix, che aveva stretto una salda amicizia con la burbera mauretana, poteva aiutarla…
I singhiozzi non sembravano voler finire. Anat non riusciva a smettere, tutto il suo mondo era scomparso nel volgere rapido di pochi secondi, con quell’unico raggio di sole. Maledetto sole, maledetta luna. Maledetta lei e il suo sangue.
Rin cominciò a respirare normalmente. Quella era Anat. E l’orgogliosa Anat non avrebbe apprezzato di farsi vedere così da nessuno. Già lui era di troppo, ma lei sembrava incapace di calmarsi. Dèi se era bella… Si alzò lesto, andò alla porta e, apertala, vide sopraggiungere i compagni. Mancava Borom, il loro comandante, che stazionava alle stalle della grande domus di Cuma dove erano ospiti sotto mentite spoglie. Fece cenno ai due, che si affrettarono da lui, disse che Anat era stata male durante la notte e che ora stava dormendo, di inventarsi una scusa con il mercante su cui stavano indagando che li ospitava e rientrò nella stanza tirando il chiavistello.
Silenzioso si avvicinò alla donna sconquassata dai singhiozzi e la prese teneramente in braccio per adagiarla poi con calma sul letto. Si stese accanto a lei, prendendola tra le braccia e tirò su di loro la coperta. La tenne stretta per un tempo indefinito, ascoltando i singhiozzi calmarsi piano piano al ritmo delle sue lente carezze sulla schiena della donna schiacciata contro di lui. Erano pelle a pelle, sentiva i seni morbidi di lei contro il fianco, la gamba tornita adagiata contro la sua. Eppure l’eccitazione non trovava spazio in quel frangente di emotiva fragilità della donna. Non che a lui dispiacesse quel contatto, anzi. Lasciò che la donna si calmasse, fino a quando non sentì più contro il petto l’umido gocciolare delle sue lacrime.
Rimasero così, in silenzio, la mano calda di lui che errava in un costante andirivieni leggero eppur deciso sulla schiena nuda della donna, avvertendo sotto i polpastrelli la trama vellutata di quella pelle scura come l’ebano, talvolta interrotta da segni traversi più chiari, cicatrici indelebili del suo status di combattente. “Dimmi qualcosa, Anat. Qualsiasi cosa. Ti prego.”
La preghiera scaturì dal cuore e uscì in un soffio implorante verso il soffitto che fissava attonito. Ancora non si capacitava di quello che aveva visto e vissuto. Dalla mutazione al pianto.
La donna, inspirando a scatti ancora scossa, impiegò molto a parlare. Spostando la mano davanti al viso la posò al centro del petto di lui, rimanendo affascinata a guardare il contrasto cromatico dei loro corpi. Lui di un bel bruno ambrato tipico delle zone di Galilea, lei nera e scura come l’ebano. Cullata dal battito calmo del cuore di Rin, Anat alla fine parlò.
“Narra una leggenda della mia terra di un cacciatore e di un lupo. Il cacciatore aveva posto delle trappole nei boschi alti delle montagne che noi oggi chiamiamo denti di lupo e un giorno, andando a controllarle, ne trovò una impegnata da un’animale che mai aveva visto prima. Sembrava un cane, ma non lo era: più feroce e dal pelo più lungo e folto, aveva zanne acuminate, zampe più lunghe e sottili e le orecchie più appuntite. Insomma, un lupo, ma lui non conosceva quella razza. Quando alzò la lancia per uccidere la preda inerme, si ritrovò a fissare due occhi dorati carichi di dolorosa e rassegnata aspettativa. Il lupo sembrava stesse consapevolmente affrontando la morte con notevole dignità. Colpito, l’uomo abbassò l’arma e – cauto – si avvicinò all’animale, ammansendolo e liberandolo poi dalla trappola. Per il dolore il lupo lo morse, ma come fu libero tentò di fuggire. Aveva una zampa rotta e non riuscì a fare molta strada: il cacciatore fu su di lui e, con moine e carezze, riuscì a farsi accettare e a curare la zampa del lupo. Ci vollero molti giorni e molte notti affinchè l’animale fosse di nuovo in grado di correre come prima per i boschi e il cacciatore se ne prese cura portandolo a casa con sé.”
Rin trattenne il fiato, riconoscendo in quel che stava raccontando lei il modo in cui lui aveva trovato la sua Nera. Il lupo che dal momento in cui lo aveva liberato e curato lo aveva poi seguito ovunque. Dopo avergli dato un notevole morso.
“Sì, come noi.” Sussurrò lei, a conferma. “E come noi il lupo, una femmina, non abbandonò più il cacciatore. Lo accompagnava ovunque, mostrò una dedizione totale. E il cacciatore, poco alla volta, la ricambiò cominciando a disinteressarsi alle altre donne del villaggio. Quando gli fecero presente che avrebbe dovuto prender moglie e aver dei figli, lui rispose che avrebbe preso per moglie solo quella donna che gli avrebbe dimostrato un amore totale come faceva il suo lupo. E il lupo sentiva e soffriva: erano sempre insieme, ma erano di razze diverse e i loro cuori, pur uniti da un sentimento puro, non potevano anelare a nulla di più. Nelle notti di luna piena il lupo andava nei grandi spazi aperti oltre il villaggio e ululava alla luna la sua preghiera d’amore.” Anat smise un attimo, deglutendo l’emozione.
Perché piangi figlia mia?, chiese un giorno la dea della Luna, colpita dal dolore e dal sentimento sincero della femmina. Oh, grande Luna, madre di luce, il mio cuore ama un maschio che non potrà essere mio. Fu la risposta e qui la dea si fece spiegare cosa era successo. Con il cuore gonfio di pena guardò la sua amata e, splendendo alta e luminosa nel cielo decretò: E sia, questo ti concedo: domani finchè sarai baciata dalla luce del sole sarai umana come l’uomo che ami, ma quando il primo raggio della mia Luna ti sfiorerà dovrai tornare ciò che realmente sei.” Anat singhiozzò e Rin la strinse. “All’alba divenne una donna bellissima e raggiunse correndo il cacciatore che amava. Poteva finalmente parlargli, usare le parole per farsi comprendere. Purtroppo lui non la badò, preoccupato per l’assenza del lupo. Fu solo verso il tramonto che lei, che ormai disperava di potergli confessare il proprio amore incondizionato, riuscì a metterlo all’angolo. Lo guardò con occhi dorati e sinceri e allora il cacciatore si diede dello stupido. Aveva sprecato l’intero giorno a cercare ciò che aveva avuto sotto al naso tutto il tempo. Implorando perdono a colei che ora era donna, l’amò come mai aveva amato una donna e quando sfiniti e abbandonati dalla passione giacquero abbracciati, la Luna sorse, inargentando la pelle di lei. Sorridendo tra le lacrime gli sussurrò che non lo avrebbe abbandonato mai e divenne lupo sotto i suoi occhi. Il suo lupo. Alcuni mesi dopo nacquero dei cuccioli che in breve tempo, alla luce del sole, divennero dei bambini umani. I primi figli della Luna, il popolo da cui discendo.”
Rin si sentiva stranamente commosso. Non era tipo, lui, da lasciarsi coinvolgere dalle emozioni, anzi. Con le donne, poi era sempre stato senza scrupoli: pur non arrivando mai a violentarle come molti suoi colleghi facevano senza tanti complimenti, non si era mai posto il problema di sedurle e portarsele a letto. Donne di ogni ordine e rango, dalle nobili e frigide patrizie che si trasformavano in vere e proprie gatte selvatiche a letto, alle più passionali popolane, dalle remissive schiave, alle prostitute liberte, finanche alle tanto caste e pure vestali. Parecchie volte aveva saltato il recinto del tempio per andare a trovarne qualcuna che di casto e puro ben poco aveva. Quando decideva che una donna gli piaceva e voleva portarsela a letto non pensava mai al loro aspetto umano e fragile, non si era mai fatto scrupoli di fingere false lacrime e declamare altisonanti emozioni e amori inesistenti pur di raggiungere lo scopo. A quante aveva detto “sei la mia unica ragione di vita”? E mai le loro lacrime, di dolore vero o di rabbia che fossero, lo avevano toccato quando poi finiva per troncare la relazione. E, ora, faticava a trattenere la commozione a quella storia. Quella storia che in tanta parte rispecchiava la sua: da quando Nera-Anat era entrata nella sua vita, le sue uscite a caccia di donne si erano ridimensionate. Si era già reso conto di come, alle volte, preferisse restare a giocare con il lupo e a coccolarsi la sua Nera piuttosto che andare in un qualche posto a passare qualche ora di svago e sesso con la donna di turno.
“Come vedi, Rin, sono un mostro.”
L’uomo si riprese, aggrottando la fronte a quell’affermazione. Un mostro? Lei? Ma era impazzita? Lei… lei era la sua Nera, la dolce, affettuosa, giocherellona Nera, un lupo ben piazzato dal pelo folto e morbido che aveva salvato da una trappola. “Non dire idiozie, per favore.”
“Ma…”
“Cretina sì, a dire queste cose, mostro decisamente no. Avevo letto di creature del genere, che possono mutare forma. Anche Sestio può farlo.”
“Per Sestio è diverso: lui usa la magia e il potere che il suo Nume gli concede.”
“E per te?”
“Io posso mutare forma quando voglio, è una cosa che ho nel sangue, ma ci sono tre notti in cui, se vengo sfiorata anche solo da un raggio di luna per un istante, il mio corpo deve prendere le sembianze di lupo. Si dice che sia il vincolo di sangue al lupo originario che ha dato vita alla nostra stirpe.”
“Quindi… tre notti?”
“Sì, a cavallo del plenilunio. Le tre notti di verità.”
Dopo alcuni altri istanti in cui nessuno dei due si mosse, pur essendo pienamente consapevoli della rispettiva nudità, del calore della pelle l’uno dell’altra, della vicinanza, Rin infine parlò di nuovo, sottovoce, quasi avesse il timore di spezzare la quiete di quei momenti: “Hai bisogno di qualcosa?”
Anat stirò un sorriso e lui ne fu felice al sentirlo contro la pelle del petto. “A parte ricucire i brandelli della mia dignità, dici?”
Rin ridacchiò, baciandole la fronte. “Non ha nulla la tua dignità.”
“Visto come…”
Rin le mise un dito sulle labbra. “Zitta, donna. Non dirlo, potrei dimenticarmi di fare il pio domine romano e tornare a essere il Rin di sempre. E con te non è il caso.”
Anat si accigliò. Spostò la testa, sollevandola a guardarlo infastidita: “Cosa vuoi insinuare?”
“Che se ti trattassi come le altre mie donne finirei per prendere un fracco di botte. Da te prima e da Nilla dopo. Meglio evitare!” Rin sorrise apertamente, gli occhi brillanti di allegria, poi si unì alla risata della donna che l’aveva guardato in tralice prima di scoppiare a ridere; era contento di vederla di nuovo combattiva e arguta. Ecco, quella era la sua Anat: dolce, femminile e dura come l’ardesia dell’atlante.
Attirandola di nuovo tra le braccia, desideroso di quel contatto fisico plateale eppur innocente, Rin fissò la porta chiusa, davanti a lui che si era seduto sul letto.
Stringendosi a quel corpo morbido e caldo, per certi versi eccitato dalla strana situazione, per certi altri incapace di rinunciare a un’intimità così sincera e priva di pudori e fini sessuali, gelò nel rendersi conto di come l’avesse appellata nei propri pensieri.
Sua.

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