Un sogno per Elettra Igea

La guerriera daciana scese dalla nave sotto il sole del mezzogiorno. Con i piedi ben piantati a terra, si osservò intorno. Non era mai stata a Nicea, sebbene vi fosse stata invitata più volte. Scuotendo la fluente chioma nera, si chinò a prendere con una mano il suo zaino e se lo caricò in spalla senza alcuna fatica, suscitando lo sguardo ammirato al suo posteriore generosamente messo in mostra dalla corta tunica alzatasi quando si era chinata.
Un fischio di apprezzamento sovrastò i rumori e le bestemmie del porto. La donna gelò. Dopo tanti anni di autodisciplina, riuscì a contare fino a dieci prima di espirare l’aria nei polmoni e avviarsi lungo la banchina. Il rossore violento che le saliva dalla gola a colorarle il viso e l’espressione assassina consigliarono a marinai e scaricatori che la incrociarono di non esprimere ulteriori apprezzamenti. A mascherare le proprie emozioni, Elettra Igea, faticava ancora parecchio.
Con passo felino uscì dal porto, avviandosi a piedi verso il centro della città. Camminando sbirciò le varie bancarelle, fu tentata da qualche veste di particolare raffinatezza, ma ligia al proprio progetto non si fermò neppure a osservarle: meglio non farsi tentare. I soldi le servivano per un’altra cosa. Una più importante. Un progetto più grande.
Arrivata nel quartiere centrale della città oltrepassò il foro, passò accanto alle terme. Si fermò ad ammirare il tempio di Marte, costruito in brevissimo tempo – appena otto anni! – dietro una sovvenzione privata. Sorrise bieca, sapeva benissimo di chi era quella sovvenzione. Sbuffò infastidita. Era per quel motivo che si era recata in quella città.
Vista l’ora – la VI inoltrata – si fermò in una taberna di medio livello dopo aver consultato una mappa che da qualche anno girava per la Specula. La mappa indicata due pilum come livello per quella taberna ed Elettra decise che poteva andare bene. Ordinò un pasticcio di carne e un boccale di birra suscitando la curiosità dell’oste. La legge proibiva sempre il consumo di alcol alle donne, ma ormai nessuno più la rispettava, quantomeno in casa. Che venisse disattesa così apertamente in pubblico lo stupì, ma non obiettò nulla notando come lo sguardo scuro della donna sembrasse sfidarlo a dire qualcosa.
Elettra mangiò in piedi, indifferente a tutto. Bevve la birra vuotando il boccale in un’unica lunga sorsata che sortì l’ammirazione di alcuni lavoranti delle terme lì vicine e pagò.
“Scusa, amico. Un’informazione.”
“Se posso esserti utile…”
Elettra sbuffando spiattellò sul bancone un altro sesterzio.
“La domus Ulpia. Dov’è?”
“La domus Rubinia, vorrai dire.” La corresse l’uomo facendo gli scongiuri di nascosto, ma l’occhio allenato della guerriera colse quel gesto scaramantico. Le venne quasi da ridere: Azia faceva ancora quell’effetto, nonostante fossero passati quasi quindici anni dalla morte del suo primo marito.
“Sì, quello che è. Dove sta?”
L’oste le diede due spicciole indicazioni, ne erano praticamente alle spalle, e la guerriera si rimise in spalla l’equipaggiamento, avviandosi. Giunta che fu davanti alle fauces della domus, senza più alcuna scusante per ritardare quell’incontro, sentì lo stomaco torcersi dolorosamente.
Sapeva che sarebbe stata ben accolta, ciononostante, non le piaceva quello che stava per fare. Tra tutti… eppure era l’unica soluzione sensata. Lei e Azia non potevano definirsi propriamente amiche, ma con il passare del tempo, specialmente dopo quanto successo in Aegyptus, aveva imparato ad ammettere a sé stessa, quanto meno, che la rispettava. Non aveva avuto una vita facile, pur essendo nobile, ma chi nella Specula l’aveva avuta, una vita facile?
Sbuffando bussò e si annunciò al lanternarius che la fece accomodare nel vestibulum.
Guardandosi attorno la guerriera rimase colpita dalla raffinata eleganza dell’ambiente. Doveva essere opera di Domiziano, di certo Azia avrebbe ostentato la sua ricchezza con opulenza arrogante. Poi si rimproverò: era certa di voler credere una cosa del genere, ma, soprattutto, la cosa non aveva alcuna importanza.
“Elettra!!!”
Un’irriconoscibile Azia le venne incontro a passo spedito, per quanto la sua condizione glielo permettesse: era palesemente incinta.
Azia era a dir poco stupita della visita inaspettata della vecchia compagna d’armi. Infrangendo qualunque etichetta, ma d’altronde da Elettra non si aspettava certo che la rispettasse, la daciana si era presentata alla sua porta.
“Ave, Azia.”
Il saluto freddo fece quasi sorridere la padrona di casa.
“Ave. Sono contenta di vederti. Vieni, andiamo nel giardino estivo a berci del…” si fermò a guardarla: “latte per me e birra per te. Quella egiziana va bene?”
Elettra non capiva quell’accoglienza. Seguendola silenziosa, tornò con la memoria all’ultima volta che si erano viste, alcuni anni addietro. Non si erano lasciate proprio bene. Anzi, all’epoca le aveva date di santa ragione a quella spocchiosa sapiente. Lei sapeva dov’era andato Guatighot e non lo aveva fermato. Ma, peggio, non aveva voluto dire nulla. Ricordò perfettamente il rumore prodotto dall’osso del braccio della sapiente che si spezzava sotto i suoi colpi furibondi, eppure lei non aveva profferto parola. In quell’occasione Elettra se n’era andata rabbiosa e aveva mantenuto i contatti con lei solo tramite Domiziano o a qualche evento mondano cui era stata costretta a partecipare come doctor violentum.
Osservò Azia indicarle un triclinio all’ombra di vecchi alberi per poi andarsi a stendere su quello di fronte. Lasciò cadere l’equipaggiamento a terra e si buttò sul triclinio, mettendosi comoda, poggiando le caligae sui cuscini senza molto riguardo, indifferente allo sguardo inorridito degli schiavi.
“Non ti capisco, Azia. Ti ho quasi uccisa di botte, ti ho evitato per tutto questo tempo e adesso che mi presento alla tua porta non solo non mi chiudi la porta in faccia, ma addirittura nemmeno mi chiedi cosa ci faccio qui. Non ti riconosco.”
La sapiente si lasciò andare ad un sorriso che fece comparire le fossette sul suo visetto a cuore. “Ah, Elettra!! Mi sarei comportata esattamente come hai fatto tu se si fosse trattato di Domiziano!” La donna ridacchiò. “Anche se non l’avrei mai ammesso e probabilmente avrei finito per essere più drastica.”
Elettra rabbrividì pensando immediatamente alla quella sua malefica spada.
“Non serbo alcun rancore nei tuoi confronti, Elettra, anche se tu sicuramente ancora ce l’hai con me.”
“Abbastanza.”
“Me lo chiese Gauti. Ancora adesso, solo Domi sa dov’è, perché era presente.”
La daciana sbuffò. Conosceva il senso dell’onore di quei due e nemmeno sotto tortura avrebbero mai parlato. Si rassegnò definitivamente alla cosa. “Capisco.”
Azia sorrise divertita e rilassata, mentre osservava la sua ancella sbiancare ad ogni movimento dei piedi dell’amica. “Elettra… potresti toglierti le caligae e lasciare che Krizia si prenda cura di te prima di farla infuriare e sbraitare come un legionario?”
La daciana vide l’espressione costernata della schiava, con in mano il bacile e le pezzuole sul braccio, in attesa di poterle lavare i piedi. Vide il disastro combinato sui cuscini candidi dalle sue caligae impolverate e si sentì inadeguata. Ma la risatina di Azia non era di scherno e si ritrovò a ridere con lei quando la sapiente riprese: “Sai, è peggio di un aio del magisterium violentum quando si tratta della pulizia della casa. Non so quante volte mi abbia bacchettato.”
La schiava arrossì, imbarazzata e chinò lo sguardo a terra, muta.
“E se dico bacchettato, intendo proprio letteralmente. L’ultima è stata ieri.”
Elettra era stupita, non si sarebbe mai aspettata che Azia trattasse così confidenzialmente gli schiavi, tantomeno che ridesse di un episodio che doveva essere stato fortuito e per il quale molti padroni avrebbero certamente punito duramente il colpevole.
La schiava tossicchiò. “Non potevo lasciarti sopra quella scala, in equilibrio precario, nelle tue condizioni, domina. Comprendimi, domine Domiziano si è raccomandato…”
Oh per gli dèi. Lo aveva fatto davvero e intenzionalmente! Ma cosa…
Azia rise. L’aveva già sentita ridere, ma le sembrava ancora una cosa strana. “Lascia stare Krizia. Va bene così.”
Nel frattempo Elettra aveva finito di togliersi le caligae e la schiava si adoperò a lavarle e asciugarle i piedi. Poi cambiò i cuscini con quelli di un triclinio vicino, portando via quelli sporchi.
Elettra era stranita da tutta quella situazione, ringraziò gli dèi di essere stata seduta sul triclinio o quelle rivelazioni inaspettate le avrebbero fatto cedere ignominiosamente le ginocchia. Azia la guardò tranquilla e serena sorbendo il suo latte, in evidente attesa.
“Non mi hai ancora chiesto cosa sono venuta a fare qui.”
“Sono sicura che me lo dirai anche se non te lo chiedo.”
Elettra annuì brusca. Bevve della birra, nervosa. Odiava chiedere qualcosa a lei. “Sono venuta a parlarti. Di affari.”
L’espressione di Azia cambiò all’istante, divenendo quella cui la guerriera era abituata e quella che meglio sapeva gestire: fredda indifferenza. “Parla.”
Elettra parlò. Fu concisa, andando dritto al sodo, non di meno impiegò quasi un’ora a spiegare il suo progetto, sfidando apertamente quello sguardo gelido e indifferente che tante volte aveva odiato e che ora invece ringraziava di dover affrontare.
Azia pose domande mirate e pertinenti, non si aspettava nulla di meno da lei che aveva fatto anche il suo stesso magisterium, quindi finì di bere il latte e pose la coppa sul tavolino tra loro, silenziosa. Elettra aveva già finito il suo terzo boccale di birra. Senza contare quello alla taberna. Si sentiva nervosa, ma riuscì a non darlo a vedere.
Azia valutò mentalmente tutto, pro e contro, spese e ricavi. “Quanto ti serve per partire?”
Elettra espose la cifra. Era un’enormità anche per una nobile come lei, lo sapeva. A essere sinceri, ascoltandosi esporre il progetto e vedendo quante cose mancavano da definire, le possibili falle e tutta una serie di questioni amministrative e burocratiche che non sapeva da che parte affrontare, si rese conto lei stessa che era una cosa azzardata.
Trasecolò quindi sentì l’altra dire glaciale: “Mi restituirai la cifra con il dieci percento dei proventi annui, fino a coprire il capitale che ti affido. In seguito, mi darai il cinque percento dei guadagni per cinque anni a titolo di interesse sul capitale. Non ti concederò dilazioni sui rimborsi, ogni rata saltata sarà una cessione proporzionale dell’attività alla sottoscritta.”
Erano condizioni dure, eppure Elettra apprezzò lo spirito di Azia una volta di più. Non le aveva regalato nulla e, anzi, sapendo che si sarebbe venduta l’armatura pur di impedire a chicchessia di appropriarsi della sua idea, le aveva dato un motivo in più per riuscire.
Elettra porse la mano e Azia allungò la sua, si strinsero gli avambracci come solo legionari e compagni d’arme facevano a suggellare un sodalizio. Sorrisero entrambe soddisfatte.
“Affare fatto, strega.”
“Affare fatto, gattamorta.”



Scritto da Atia Rubinia
Corretto da Bastet

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