ultime notizie dalla sessione di gioco...

Ecco a voi un estratto di cosa siamo capaci nel GdR della Specula:

Alexandros risorse dalle sue ceneri senza saperlo e prese in mano la situazione. Il suo carisma fu tale che nemmeno Marzio, solitamente immune a queste cose, ammutolì.
“Ora, Marzio, facciamo piazza pulita.”
“Cosa hai visto, dentro quelle grotte? Cosa ha decimato le tre decurie?”
“Abominio.”
La voce carica di odio del giovane sacerdote fece risuonare una corda nel cuore del legionario. Marzio sarebbe sempre stato un legionario, anche se ora era un esploratore al servizio della Specula, con il grado di centurione. “E come pensi di fare?”
Alexandros sorrise gelidamente, le iridi bicolore scintillarono di fredda supremazia. Agli occhi del retico il giovane non sembrava più lui. “Sfodera il tuo tridente, Marzio. E preparati a distruggere tutto.”
Marzio annuì titubante, ma quella parola ancora gli risuonava nella testa. Abominio. Cosa poteva essere di così pericoloso e devastante da richiedere un intervento tanto drastico? Ma poi, il potere magico del suo tridente sarebbe bastato?
Tutti i dubbi vennero fugati da due mani calde che si posarono sulle sue braccia, Alexandros dietro di lui salmodiava in egiziano una preghiera alla sua dea. Il retico sentì scorrere più forte il sangue, sentì il suo corpo reagire, si sentì inondare di forza ed energia. “Adesso hai Marte con te. Lancia quell’incantesimo.”
La mente inebriata dal potere, Marzio puntò il tridente verso l’imboccatura delle tre grotte da cui nessuno dei trenta legionari mandati in avanscoperta era tornato, se non le tre sentinelle che ora guardavano a lui e al sacerdote con curiosità. Pronunciò la formula così come Azia gliela aveva insegnata tempo addietro, sembrava una vita fa. L’acqua scaturì dalla punta del tridente, si avvolse su sé stessa, creò una colonna dal potere devastante che spazzò via pietre e sabbia dal suo percorso con inusitata facilità.
Alexandros tenne le mani contro gli avambracci nudi del retico ed entrò in comunione con la sua dea. Voglio spazzare via l’abominio mia signora. Concedimi il potere. Concedimi la forza.
E la sentì la forza. Sentì il potere. Lo trasferì al retico e da lui passò alla colonna d’acqua come un mare di fiamme che il liquido non spegneva, avvolte a spirale attorno al getto d’acqua si strinsero al liquido dalla forza del vento evocato. Delle tre tombe non rimase quasi nulla.
Alexandros schioccò le dita e la colonna… prese vita. Si mosse, si erse in tutta la sua devastante e brutale potenza.
Marzio si riebbe, il vento fischiava sempre più forte, ululava tra il ruggito delle fiamme e lo scroscio di cascata, sovrastava la sua voce che ordinava ai legionari di mettersi al riparo. Ripresosi, si voltò di scatto verso il sacerdote quando vide la colonna iniziare a muoversi verso il fondo della Valle. “Ferma quella cosa!! Fermala!”
Il rumore non consentì al suo ordine di arrivare a destinazione o, molto più probabilmente, il sacerdote lo ignorò. Pietrisco e sabbia iniziarono a volare risucchiati da quella tromba marina avvolta nel fuoco, alcuni legionari fuggirono in preda al panico altri si guardavano intorno spaesati, chi mollando la presa sullo scutum, chi cercando un appiglio, un qualunque appiglio. Marzio corse da loro. La forza del vento era immane, faticò non poco a rimanere a terra grazie alla presa del tridente, per fortuna sentiva ancora scorrere nelle vene il potere e la forza di Marte. Arrivò dai legionari e puntellò il tridente a terra. “TESTUGO!!”
Alcuni colsero l’ordine e si misero in formazione. Altri, che non avevano potuto sentirlo, vedendo i compagni posizionarsi fecero altrettanto. A differenza della formazione classica, tutti vertevano verso Marzio, al centro. Si agganciarono gli uni ai cinturoni degli altri e il vento, per quanto dirompente, non li trascinò via in quell’inferno.

Al centro della Valle Azia guardava esterrefatta la colonna di fuoco scendere dal crinale. Sentì le gote lambite dal vento che, a differenza di poco prima, ora spirava dalle sue spalle verso l’imbocco della Valle dei Re da cui era entrata ore prima. Non sapeva cosa stesse succedendo, sapeva solo che qualcuno doveva averli scoperti e aveva scatenato quella mostruosità. Marzio.
Lì, dove sorgeva quella colonna, doveva esserci Marzio. Non volle nemmeno prendere in considerazione l’idea. Guardò le due tende al centro del campo nemico, non aveva tempo di ispezionarle per vedere se trovava Lux. La colonna avanzava e il vento spirava sempre più forte.
“Comandante Rubinia! Dobbiamo andarcene!”
L’istinto di guerriera prese il sopravvento, fece cenno di sì con la testa e con due gesti rapidi delle mani diede ordine ai tre centurioni che l’avevano accompagnata di guidare i trecento legionari lontano. Voltò le spalle alla colonna di fuoco e si mise a correre.

Fuori della Valle dei Re Marco Emilio Rufo e Domiziano il Forte di Achaia stavano guardando allibiti la colonna di fuoco e acqua stagliarsi contro il nero del cielo notturno. Nonostante la distanza, oltre il valico della Valle dei Re, illuminava tutto il castra approntato il giorno prima dal distaccamento della legione di Philae. Il legatus legionis deglutì nervoso. In cosa si era imbarcato rispondendo alla richiesta di aiuto di quella coorte di pazzi?
Guardò di sottecchi il greco diplomatico che era rimasto con lui come ufficiale di collegamento tra le squadre preposte. Ancora era offeso dal modo in cui Azia aveva agito di nascosto, quasi non fosse degno della sua fiducia, ma quando aveva scoperto che Sekhina, la sua ex-amante ormai defunta, era coinvolta in qualità di somma sacerdotessa di Seth, alias Archantes di Carthago, poteva capire il comandante della coorte VI. E pensare che lui aveva sempre creduto che Sekhina fosse una semplice cameriera che aveva imparato il mestiere al lupanare a Thebae. Bah. Donne, sempre tutto di nascosto dovevano fare. Guardò di nuovo la colonna di acqua, vento e fiamme e scrollò rassegnato le spalle. Non proprio tutto, a quanto pareva. “Certo che avete uno strano concetto di ‘silenzioso’ e ‘segretezza’, voi.” Disse caustico.
Domiziano sorrise flemmatico, replicando: “Perché non hai ancora visto di cosa siamo capaci se ci muoviamo apertamente.”

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