E come una fenice risorse dalle ceneri della sua ira.... (Parte IV)

Giulio Asclepiodopo entra poco dopo nella saletta. La guarda con soddisfazione mista a ripulsa. È evidente che l’idea di essere l’unico a decidere del suo destino gli piace: per quanto sia un ottimo organizzatore e sia ciecamente fedele all’imperatore e a Roma, egli altri non è che un essere umano con i suoi pregi ed i suoi difetti. Ama il potere e quello che ne derivava, quindi mal sopporta Azia ed il suo legame con la famiglia imperiale. Odia, soprattutto, il fatto che lei si sia opposta ad un suo esplicito ordine alcuni mesi addietro: quello di consegnare ai magazzini della Specula la sua spada.
Peggio, l’Imperatore l’aveva appena nominata ufficialmente custode della stessa, la Plutonis Furia. E tutto quello che Giulio sapeva, in merito a quella spada mitologica, era che doveva essere sua. Non sa quindi quale dio debba ringraziare per la decisione del consiglio di affidare a lui solo il compito di determinare il nuovo distaccamento per Azia, per quel suo comportamento.
“Ho una proposta da farti per riscattare l’onta sul tuo Curriculum. Pensi di essere in grado di accettare un compito difficile e rischioso che ti potrà portare a contatto con la morte ogni giorno, più che fare la speculatrix come fino ad ora?” Le chiede sardonico, senza nemmeno un saluto.
Non che Azia se lo aspettasse. Ricambia impavida lo sguardo, per nulla intimorita. È il suo massimo superiore dopo l’imperator, questo lo riconosce, ciò non toglie che proprio non sopporta chi, come lui, cerca nel potere il dominio assoluto sulle persone. E ora gli deve cieca obbedienza per cancellare l’onta di cui si era macchiata. “Non lo so se sarò in grado, ma lo scopriremo con il tempo, non è vero?” Gli risponde ironica e glaciale, un atteggiamento che sa infastidirlo. E così è, se ne accorge vedendo il sorriso svanire lentamente sulle labbra dell’uomo.
Lo sguardo di superiorità del Praefectus Urbis le fa ribollire il sangue per la rabbia, sa che deve accettare alla cieca qualunque cosa le venga offerta. Ma resiste, non esterna in alcun modo l’ira bruciante che prova.
“Bene allora domani mattina presentati nel mio ufficio all'hora V con l'ammenda e avrai tutte le istruzioni del caso. Sappi che sei stata trattata come ogni altro speculatores in questo frangente, non hai avuto alcun favoritismo e domani te ne renderai conto. Buona notte.” La congeda infine, svolgendo sul tavolino alcune pergamene ed iniziando ad apporvi il proprio sigillo. Aveva già preparato tutto, conoscendo in anticipo il suo ruolo, ma vista la testardaggine della donna decide all’ultimo momento di tenerla sulle spine ancora per un po’.
Ad Azia la rabbia fa venire un’idea. Scioglie il nodo di un nastro che le orna vezzoso il braccio sinistro e richiama glaciale l’attenzione del prefetto, senza remore nel pronunciarne il nome proprio con glaciale disprezzo: “Giulio, una cosa.”
Lui detesta quando lei lo appella per nome, mancandogli apertamente di riguardo. Azia lo sa e lui ne è consapevole. Pur tuttavia mantiene un’aria di sufficienza nel risponderle: “Dimmi.”
La osserva appena, salvo poi sollevare la testa incuriosito mentre la vede togliersi il nastro ed avvolgerlo con calma sulla mano che poi stringe a pugno, in un vago gesto minaccioso. Con l’indice della mano destra si indica il deltoide, dove dà bella mostra di sé un tatuaggio scarno, con il semplice marchio della VI. La coorte originaria di Azia. Della vera Azia.
“Rivoglio la VI.” Dice lei, a voce bassa e modulata in un timbro feroce e letale. Gli occhi blu-viola come le ametiste sfavillano pericolosamente, ma questo lui non lo coglie, troppo concentrato su sè stesso, sulla sua vittoria. “Lo devo a lei.”
A lei Azia, quella vera, o a lei Keris, la Plutonis Furia? Si chiede l’uomo. Poco importa, in realtà, considera poi, aprendosi in un sorriso cinico e brutale. Scoppia in una fragorosa risata di compiacimento: il Fato e gli dèi sono dalla sua parte. Meglio di così… La sua idea prende forma, si evolve, muta. “Non ti preoccupare avevo già intenzione di ridartela. Una nuova ovviamente, ma ti lascio per domani la sorpresa migliore.” Detta così sembra più una punizione che una sorpresa e lo sanno entrambi che è così, mentre Giulio Asclepiodopo ride ancora, compiaciuto di sé, della situazione in generale. “Passa una buona notte, perché da domani il tuo futuro mi appartiene, ricordatelo se vuoi un curriculum pulito. Buona notte Azia vedi di non fare tardi.”
Non le sfugge come il Praefectus Urbis abbia marcato il suo nome. La sapiente digrigna i denti dalla furia a quella risata di superiorità smaccata. Prima o poi avrebbe avuto giustizia nei confronti di quell’uomo. Ma sorride sardonica a sua volta, per nulla intimorita. È una sfida a chi cede prima. L’odio tra loro è reciproco e plateale.
Come una fenice risorge dalle ceneri della propria ira e sorride appena, le fossette che la rendono tanto bella non compaiono, lo sguardo carico di sfida e pericolosamente bruciante sfiora appena quel piccolo, miserabile uomo, piantandosi poi bruciante e supponente in quegli occhi acquosi baluginanti furbizia. Un piano prende forma nella sua testa, ogni minimo dettaglio trova il suo perfetto incastro andando a comporre un mosaico complesso, la sua acuta intelligenza nel frangente di pochi attimi lo ha composto, colorato e vede l’insieme. È con scaltrezza che pone la prima di molte minute, minutissime, tessere, a iniziare il suo mosaico. Ci vorrà tempo, forse anni. Azia sa avere pazienza.
“Domani ti porto i tuoi soldi, sta tranquillo, per qualche altro tempo non ti mancherà il pane.” Chiosa superiore, con tutto il disprezzo aristocratico di chi guarda agli altri dall’alto della sua ricchezza e della sua nobiltà, quasi che lavorare per vivere sia una colpa. E lui si sente in colpa, senza scampo, umiliato. La odia e lei lo sa.
Azia si sente viva, forte. Con una ferocia mai provata prima lo congeda, riprendendosi il suo ruolo di domina e di pupilla dell’imperatore, con una lieve minaccia dal sapore di avviso: “Attento a quello che desideri, Giulio. Gli dèi potrebbero esaudirti, ben oltre le tue aspettative. Buonanotte.”
Un brivido gelido gli scende per la schiena a quelle parole. A quello sguardo. È e sarebbe stata un’avversaria temibile, dalla quale doveva guardarsi le spalle sempre. Giulio Asclepiodopo si rende conto solo in quel momento del ribaltamento dei ruoli, mentre con aria impassibile guarda la porta chiudersi silenziosamente, come non avrebbe dovuto. Sa, pensa di saperlo, che Azia ribolle d’ira repressa, ma cela le emozioni dietro una maschera marmorea di altero distacco, non le esterna, lasciandolo infine incerto sulle proprie percezioni. Maledetta donna. Perso nei pensieri, un brivido gelido gli percorre la schiena mettendolo a disagio, mentre davanti agli occhi gli saettano due splendidi occhi blu-viola come le ametiste.
La donna se n’è già andata, la stanza ora è vuota e lui può benissimo ricordarla muoversi con grazia regale verso l’uscita, i lunghi capelli perfettamente acconciati che dondolano appena sulla sua schiena, la veste di lino impreziosito da applicazioni in oro e ricami che fruscia appena ad ogni passo, il nastro di seta che le ornava il braccio sinistro pigramente srotolato a strisciare a terra, impolverandosi e rovinandosi dietro il passo incurante di quella nobile arrogante.
Domani ti porto i tuoi soldi, sta tranquillo. Quelle parole pregne di disgusto gli scavano dentro, è questo in realtà ciò che non riesce ad accettare di lei, l’essere ricca e vicina all’imperator senza alcun merito. Quel suo accennare a una ricchezza che non le manca e non le era mai mancata, quell’incuria delle cose di valore così tipica dei nobili della sua risma a rinfacciargli oltre che con le parole anche con quello spreco che lui non vale nulla al suo confronto, perché lui aveva dovuto sudare e lottare per arrivare fin dove era arrivato, deve lavorare per vivere ogni giorno, sebbene non sia affatto un poveraccio.
Gli si riempie la bocca di bile, ne viene invaso e dietro alla bile sale l’ira furibonda, il desiderio di vendetta, lo smacco dell’ennesima sconfitta. Sarà sua, ma ancora una volta l’ultima parola l’ha avuta lei. Ormai solo, tira un violento pugno sullo scrittoio, a dar sfogo a una rabbia che non trova altra via.
Dall’altro lato della porta, nascosta nel buio, la donna sorride beffarda allo schianto. Sei come Deiano: piccolo, inutile, odioso uomo. E farai la sua stessa fine, bastardo.

 
Scritto da Atia Rubinia

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