Addio - parte seconda


...continua...

Per secoli i cantastorie narrarono di quando la dea leonessa, dopo aver litigato con suo padre, si era rifugiata in Nubia, lasciando le Due Terre in preda alla desolazione. Per giorni il sole si era rifiutato di splendere, lasciando filtrare dalle nubi solo una luce malsana e verdastra. Non vi erano canti ne’ risa, persino i bambini si rifiutavano di scendere a giocare per le strade polverose. Tutto Khem, dalle cataratte del Nilo ai canneti del delta, sembrava avvolto da una cupa, feroce angoscia. 

La gatta aveva trascorso gran parte dell’assolata giornata dormendo, al riparo di alcune rocce. Stava vagabondando da giorni, ormai, senza meta…e senza alcuna voglia di far ritorno a casa. Sbadigliò, mettendo in mostra una fila di denti appuntiti, tanto che il babbuino dal pelo argenteo che la stava spiando dal boschetto di sicomori lì vicino fu scosso da un brivido. Accortasi di lui, la gatta fece una smorfia.
“Avanti, vieni giù. Ti ho visto.”
Rassegnato, Thot scivolò giù dal sicomoro con agili balzi, avvicinandosi con circospezione alla dea. Non serviva essere il Signore della Conoscenza per sapere che la gatta era di pessimo umore.
“Dunque mio padre trasgredisce alle sue stesse leggi? Ha mandato te a convincermi a ritornare a Khem e ad obbedire alla sua volontà?” chiese Bastet con bruciante ironia.
“Gatta, non essere adirata con me: sono solo un messaggero, lo sai.” La blandì Thot sedendosi comodamente accanto a lei e cominciando automaticamente a spulciarla. Lei si ritrasse immediatamente, infastidita.
“Hai visto anche tu cos’ha fatto. Khem ha bisogno di noi, e lui ci ha fatto abbandonare le Due Terre solo per riparare al suo orgoglio ferito.” Thot sospirò e rispose:”Anch’io pensavo che fosse soltanto questione di tempo che qualcuno osasse sfidarlo. Se fosse stato qualcun altro, magari quel vecchio arrogante si sarebbe reso conto di quanto il suo comportamento stesse danneggiando tutto e tutti.”
Fece una lunga pausa, assorto, gli occhi fissi sulla coda della gatta che si muoveva ritmicamente.
“Ma invece è stato Seth. E adesso il Signore del Sole continuerà a comportarsi come se fosse lui la Verità, la Giustizia e l’Ordine, senza badare all’opinione di Maat.”
Bastet rabbrividì. Quella che Thot aveva appena detto era quasi una bestemmia, eppure…
“E’ per questo che mi sono ribellata. Avremmo dovuto farlo tutti. Ma a differenza vostra lui può minacciarmi.” Concluse amaramente la gatta, mentre chiudeva gli occhi riportando alla mente il tocco leggero e caldo del suo uomo.
“Bastet, tesoro, so quello che stai passando. Lo sappiamo tutti. Ma tutti noi abbiamo dei compiti da svolgere e ce li hai anche tu. Il tuo compito è proteggere Khem ed è per questo che sei nata.”
La gatta si inarcò e soffiò, estraendo gli artigli, e istintivamente Thot si appiattì contro la parete di roccia. “Proteggere Khem? A mio padre non importa niente di Khem! Gli interessa mantenere il suo potere, non importa quello che accade! Cosa succederà se gli dei non poteranno opporsi alle invasioni? Non gli importava quasi quando qualche anno fa sono arrivati gli Hyksos! Abbiamo dovuto fare da soli, io, Hathor e Horus, e siamo stati sconfitti!”
Anche Thot tirò fuori le bianche zanne del babbuino. “Ha lasciato te a proteggerlo adesso, e lo ha lasciato in buone mani! Ma non pensava che te ne saresti andata via come una ragazzina offesa! Smetti di tenere il broncio, e torna a casa!” Bastet rimase spiazzata da quella lavata di capo, e Thot continuò in tono più dolce: “Non smetteremo mai di proteggerli, Bastet. Non li abbandoneremo solo perché le cose si sono fatte più dure. Guardami, gatta. Senza di te, Khem langue nella desolazione. Non potrai convincere Ra del suo errore continuando in questo modo. Senza di te, non vi sono né canti né risa nelle Due Terre. I tuoi danzatori battono sul cembalo ma non dà suono in mano loro. I tuoi cantanti sono in lutto, il loro pianto è come il Nilo sui campi dell'Egitto. Ti chiamano come invocano la pioggia nella stagione secca. I re e i grandi della terra sono in lutto per te e non possono sedere in trono perchè il trono pericola, la loro opera sulla terra è rovinata da quando ti sei allontanata da Khem. La gioia è partita con te, l'ebbrezza non si sa più cos'è, la festa si è nascosta e non si vede più. In tutto l'Egitto c'è una cattiva discordia, fra i grandi e fra gli umili, la gioia è finita. Torna, Bastet.”


“Non capisci. Come posso tornare? Mio padre mi ha tolto l’unica cosa veramente mia!” gridò la dea. “Mi ha tolto anche la possibilità di dirgli addio, di spiegargli come stanno le cose! Penserà che mi sono stancata di lui, che l’ho abbandonato! Non posso, non posso…” Il babbuino la vide chinare la piccola testa tra le zampe, fino a che furono visibili solo le orecchie tremanti per i singhiozzi.
“Ra mi ha mandato qui per convincerti a fare ritorno a casa, ma non mi ha scelto lui. Ho perorato la tua causa fino a rischiare la sua collera…e una cosa sono riuscito ad ottenerla. Se torni, ti permetterà di lasciargli un messaggio per spiegargli come sono andate le cose, o almeno per dirgli addio.”
A quella parola il cuore di Bastet si gonfiò di dolore.
Come poteva dirgli addio? Lo amava. Lo amava più di quanto…non ebbe il coraggio di finire il pensiero, e il suo sguardo incontrò quello di Thot, che probabilmente aveva seguito il filo dei suoi pensieri.
“Devi lasciarlo andare, gatta. Torna a casa e digli addio, prima che lui rinunci a stare tra i mortali per te…e tu ti dimentichi di te stessa per lui.”
Quelle parole suonarono come una condanna. Bastet sapeva che Thot aveva ragione, ma non poteva darsi pace. Non a cuor leggero. Doveva lasciare l’unico essere che l’aveva amata senza mai chiedere nulla in cambio, se non una briciola dell’infinito amore che lei doveva a tutta la sua terra, e che aveva riempito di gioia il suo essere immortale. Il babbuino attese pazientemente che la gatta smettesse di piangere, odiandosi in cuor suo per averle causato tanto dolore. Poi si allontanò di qualche passo, verso nord, e finalmente la gatta lo seguì.


Elios, mio amato, sono stata costretta a tornare alla casa di mio padre. Mi ha proibito di continuare a stare con te, e non posso disobbedire alla sua volontà. Avrei voluto oppormi, ma ha minacciato di farti del male. Non posso sopportare che tu rischi la vita per causa mia, anche se conosco il tuo coraggio.
Per quanto durino i millenni, non smetterò mai di amarti.
Abbi cura di te.
Bastet.
 

La donna finì di vergare quelle poche righe con fatica. Anche se avesse avuto tutta l’eloquenza di Thot ad aiutarla, non sarebbe riuscita a spiegare ciò che aveva dentro. Arrotolò il foglietto di papiro, poi lo infilò in un anfratto del muro nord del suo tempio a Bubastis, che di solito serviva loro per lasciarsi messaggi di tutt’altro genere. Sorrise a quel ricordo dolceamaro, mentre riprendeva la forma di gatta e si lanciava per le strade della città, diretta a Tebe.
Dopo pochi minuti un sacerdote di Ra passò davanti a quello stesso muro e, non visto, prese il piccolo rotolo di papiro. Lesse quello che vi era scritto e le sue labbra disegnarono un ghigno beffardo.
“L’amore ti ha reso sciocca e credulona, figlia mia.” mormorò, osservando i resti inceneriti del messaggio che si perdevano nel vento del deserto.

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