Elios Tigrane, l'armeno - Parte V

L’interno della tenda era fiocamente illuminato, alcune lanterne si erano spente e nessuno dei due si era pensato di riaccenderle. Elios si era inginocchiato sulle gambe di Giulia, in modo da poterla massaggiare meglio. La pelle della donna si era finalmente scaldata ed Elios si perse nel seguire il contorno delle scapole dell’amica; passando i polpastrelli lungo la spina dorsale, in un’involontaria carezza, le causò un brivido che non sfuggì ai suoi occhi vigili. Intorno a loro reganva il silenzio più completo, dall’esterno giungevano solo i rumori lontani delle caligae dei legionari di guardia e lo scoppiettio del fuoco acceso.
“Hai sempre una pelle morbidissima.”
“mm.” La risposta languida non si fece attendere. “E tu hai sempre delle mani fantastiche.”
Tra tutti i sopravissuti Elios era l’unico da cui lei si sentisse attratta non solo come amica, ma anche come donna. Dopotutto era comprensibile che una donna potesse essere attratta da un bell’uomo. Ed Elios lo era. Inoltre l’apprezzava per quello che era e non l’aveva mai giudicata. Lui era l’unico tra loro dieci che sentisse il suo stesso bisogno di calore e di affetto che gli altri otto non sentivano più. Come svegliandosi da un sogno la donna si sollevò su un gomito torcendo il busto per guardare l’uomo ancora intento a massaggiarle le gambe.
Lui sentì lo sguardo di Giulia bruciargli addosso, alzò lentamente gli occhi e vide un luccichio che sapeva dove li avrebbe condotti senza possibilità alcuna di opporvisi. Non vi era mai riuscito e da molto aveva rinunciato a provarci. Semplicemente, non gli interessava affatto opporsi.
Giulia accarezzò con lo sguardo il corpo muscoloso segnato da anni di battaglie. Osservò una lunga cicatrice che gli segnava la spalla sinistra. Una cicatrice fattagli da un nemico durante una delle prime battaglie al fianco di Aleksandros. Poi, inevitabilmente, si perse in quegli occhi verde mare, due pozze profonde come il mare della loro patria perduta. Ancora persa in quei pensieri Giulia sentì nascere dentro di se il ricordo di un piacevole periodo passato a Creta con quell’uomo.
“Elios.”
L’uomo si alzò lasciandole lo spazio per girarsi completamente. Giulia si adagiò mollemente sui cuscini rimanendo sollevata dal materasso, perdendosi nuovamente in quegli occhi verdi che si erano scuriti ancor più per il desiderio. Sorridendole suadente, lui non seppe resistere oltre.
“Giulia, sono qui, come sempre.”
Lei stirò le labbra in un sorriso contratto senza replicare, e lui percepì la tensione che stava provando.
“Che succede hai paura per quello che potrebbe accadere prima dell’alba?”
Lei gli sorrise muovendo le gambe sotto di lui.
“Le mie visioni sono sempre perfette, dovresti saperlo, ma adesso vedo un uomo voglioso di amarmi fino all’alba. Oppure anche questa mia previsione è maledetta secondo te?”
Elios s’irrigidì un attimo per poi muoversi carponi fino al collo della donna, ove sussurrò: “Non è maledetta, è giusta, come sempre, ma in questo caso sei portatrice di buone intenzioni, non pensi?” Donandole un lieve bacio sul collo ed iniziando a scendere in una scia di baci seducenti.
“Oh, sì.... molto buone... fino all'alba di certo.”

Il legionario di guardia si voltò di scatto sentendo il vento frusciare dietro di lui. Il nemico poteva giungere solo dalla pianura oltre la palizzata, ma poco prima gli era sembrato di vedere dei movimenti sospetti nella notte, quindi era all’erta. Puntò il pilum verso la figura avvolta in una veste nera chiusa al collo da una spilla rossa.
“F….fermo non ti muovere! Identificati!”
“Calma legionario, sono Zarich, uno dei consiglieri del generale. Abbassa quello spiedo o rischi di farmi male.”
“Mi stai forse prendendo in giro?”
“Scusami, non volevo sembrarti irriverente. Sei troppo teso, dovresti rilassarti un poco. Cosa succede, è la prima volta che sei di ronda o hai visto dei movimenti sospetti?”
L’uomo tornò a fissare la notte oltre la palizzata rimanendo in silenzio. Quando l’altro gli si avvicinò si decise a rispondere: “Vedi, non so se tu ultimamente sia stato nelle legioni, ma con tutta la confusione di imperatori e generali che si oppongono tra loro noi semplici legionari abbiamo paura di ritrovarci dalla parte sbagliata e quindi siamo molto preoccupati.”
“Capisco, non è piacevole trovarsi tra le fila dei perdenti ed essere giustiziati come ribelli.”
“Già.”
“Quindi in alcuni casi vi sono delle figure che si prendono l’onere di decidere al posto del Fato.”
“Cosa vuoi dire?” La voce del legionario tremò impercettibilmente, ma Zarich colse la sfumatura, celando un sorriso soddisfatto all’interno del suo cappuccio nero.
“Tradimento.”
Il sussurro feroce del sacerdote nero vestito fece scendere visibilmente un brivido lungo la schiena del soldato. “Intendi dire che vi potrebbero essere dei traditori all’interno del castra?”
Zarich sentì la voce del legionario vibrare maggiormente, come se avesse paura, ma poteva essere la normale reazione di un legionario di guardia che ha appena realizzato di doversi guardare anche le spalle.
“Dimmi, Zarich, tu da che parte stai?”
La domanda lo colse di sorpresa. Sempre nascosto dal cappuccio, ebbe agio di studiare l’espressione angustiata dell’altro. Forse…
“Che ti succede, i miei discorsi ti fanno pensare che io stia tradendo il generale?” La domanda era retorica, ma fu il successivo affondo a far sudare freddo l’altro: “Oppure sei tu ad avere paura… di essere scoperto?”
L’uomo scattò su sé stesso fissando la figura ammantata, stringendo spasmodico il pilum, il sudore gelido ad imperlargli la fronte. Ebbe il sospetto che quel Zarich potesse leggergli la mente. “Mi stai accusando di qualche cosa, uomo?”
“No, stavo solo riflettendo sulla tua reazione e sul fatto che tu sei l’unico legionario di guardia alla porta del castra e sei della Prefettura Italica.”
“Stai forse dicendo che la mia origine fa di me un traditore?”
Zarich sorrise truce. Era sin troppo facile. La rabbia spaventata nella voce dell’altro era evidente. “No, no, la tua origine no, ci mancherebbe! Piuttosto… perché sei così nervoso? Non ti ho detto che vi sarà chi si prenderà carico che lo scontro di domani non abbia mai luogo?”
A quelle parole chiarificatrici l’uomo sbiancò cogliendone tutte le implicazioni.
“Vorresti dire che questa notte anche Carino subirà un attacco?”
Entrambi seppero che la trappola era scattata. Zarich lasciò che la leggera brezza notturna gli scostasse dal viso scarno il cappuccio, lasciando al legionario l’ultima atroce visione del suo viso segnato mentre, rapido, il sacerdote infilava nella gola della guardia il suo pugnale, prevenendo qualunque voce di aiuto.
Osservando gli occhi castani della sua vittima traditrice opacizzarsi nella morte, Zarich disse solo: “Non ti preoccupare, aprirò io le porte al tuo posto.”
L’uomo morì sentendo nella mente una risata distorta. Tutto era perduto, erano stati scoperti. Eppure, in quel momento si accorse che non gliene importava poi molto. Le porte dell’Ade si stavano spalancando. Per lui. E non aveva nemmeno di che pagare Caronte con sé.
Con tutta calma Zarich nascose il corpo del traditore sotto ad un carro lì vicino per poi andare alla porta rimanendo in attesa.

Dopo molte carezze e baci la voce della donna ruppe il silenzio della tenda con una nota incerta, che espresse tutta la paura di perdersi che la coglieva ogni tanto: “Il mio nome, Elios. Usa il mio vero nome, per questa notte soltanto.”
Elios le sfilò lentamente la parrucca bionda liberandole i capelli ramati, poi teneramente la abbracciò sfiorandole il collo con le labbra fino a sfiorarle l’orecchio.
“Tu sei Cassandra, lo sei sempre stata e lo sarai per sempre. Non importa con quanti nomi ti conosceranno. Rimarrai sempre Cassandra.”
La donna rabbrividì a quelle parole ed a quel tocco.
“Si, lo sono, e questa notte sarò tua Elios delle Tigri.” Le braccia di lei lo strinsero a sé mentre la bocca affondava in quel collo forte che le trasmise forza e passione, baciando, mordendo.
“Questa notte io sarò tuo, Cassandra di Troia, come ogni volta che vorrai o che avrai bisogno di me. Ci sarò sempre.”
La donna lo cinse con una gamba mentre scendendo con la bocca gli leccò il petto dolcemente aumentando la sua eccitazione.
I rumori del campo lentamente scemarono, allontanandosi da loro. La vita al di fuori della tenda continuava come sempre, ma all’interno non giunse più nulla.
La mano di lui scese sul dolce fianco della donna giungendo al subligaculum, introducendovisi dolcemente. Dopo alcuni istanti le dita della donna gli artigliarono la schiena mentre il suo respiro aumentava sempre più, i sensi espansi a sentire il respiro dell’uomo sulla pelle e la scia calda della sua lingua giungere inaspettata al seno.
Cassandra spalancò di colpo gli occhi lasciandosi sfuggire dalla bocca un forte gemito di piacere. Realizzò che fuori potevano averla sentita, ma si rese conto che erano avvolti da una luce azzurro-verde, che li proteggeva da qualunque contatto con l’esterno. Come sempre, il loro potere li avvolgeva ed ampliava le loro sensazioni.
Allo sguardo indagatore dell’uomo lei sorrise e lo attirò nuovamente al seno socchiudendo gli occhi ed abbandonandosi nuovamente alle sensazioni piacevoli che la sua bocca e le sue mani le provocavano.
La fece sua con decisa mascolinità mozzandole il respiro e si amarono con una passione furiosa, quasi che quello potesse essere il loro ultimo incontro. Per il resto della notte continuarono ad alternare momenti di dolci coccole a momenti d’amore più profondo e languido, a momenti di bruciante passione. Elios pensava solo a far sentire la propria possanza a Cassandra cosicché anche durante la battaglia lei avrebbe saputo che lui l’avrebbe protetta con lo stesso ardore. La rossa greca invece gli trasmise la sicurezza e la dolcezza che lo avrebbe accompagnato durante la battaglia imminente.

Mancavano un paio d’ore all’alba quando Omar finalmente vide il secondo gruppo di assassini muoversi silenzioso fino al limitare della palizzata, senza che nessuna sentinella desse l’allarme. Le porte del castra si aprirono silenziose ed il drappello entrò.
I dieci attraversarono silenziosi la porta del castra estraendo le armi. Da quel momento sarebbero stati in pericolo, dovevano raggiungere la tenda di Lucio nel minor tempo possibile, uccidere il generale e, possibilmente, tornare indietro. Quella missione non contemplava il fallimento, lo sapevano quando avevano accettato l’incarico. La ricompensa sarebbe stata adeguata, le loro donne sarebbero divenute clientes dei patrizi che li avevano assoldati, sia che loro fossero tornati, sia che fossero morti.
Oltrepassata la porta, l’ultimo dei dieci, il più giovane, la richiuse senza abbassare il paletto, così sarebbero fuggiti più velocemente.
Il colpo secco del paletto che si abbatteva a sprangare la porta li fece sussultare. Il giovane Pullio, l’ultimo della fila, si voltò di scatto, sguainando il gladio, ma non c’era nessuno dietro di lui. Ma il paletto era abbassato. Il ringhio del suo caposquadra lo fece voltare nuovamente verso avanti.
Dinnanzi a loro stava un’inattesa figura, sembrava quasi che li stesse aspettando. Non era un legionario di guardia come credevano, ma l’uomo era avvolto in una lunga tunica nera e teneva in mano un libro. Istintivamente Settimio Schiavonio, il capo del drappello di assassini, puntò il gladio verso quella figura che si interponeva tra loro e l’obbiettivo ed arrogante ordinò: “Sei stato pagato, ora lasciaci lavorare.”
L’altro non rispose. Settimio sentì un brivido corrergli lungo la schiena, aveva come il presentimento che la morte fosse di fronte a lui.
Al giovane Pullio cadde di mano il gladio quando, sotto i suoi occhi, anche i pioli andarono al loro posto a bloccare definitivamente la trappola. Cadendo in ginocchio, al colmo del terrore ad un tale prodigio, si scoprì a piangere. E pensare che aveva accettato solo per potersi sposare. Lui nemmeno ammirava Carino, ma lo avevano pagato bene e non aveva potuto rischiare la morte per diserzione per andare a cercare Diocle.
“Settimio, siamo bloccati.” Sussurrò sgomento.
Ma non fu Settimio a rispondergli bieco. Fu Zarich, nera figura ammantata di morte: “Sbagliato ragazzo, siete morti.”
La voce priva di intonazione fece tremare le gambe a tutti gli uomini che lo stavano affrontando.
Da fuori la mura Omar percepì un concentrazione nel potere, poi una luce viola pallido gli rivelò cosa stava succedendo.
Alcuni istanti dopo Dinocrate tornò alla propria tenda, posò il libro sul tavolino e si stese sul giaciglio.
“Io ho fatto la mia parte Elios, ora tocca a te.”

I due giacevano abbracciati, stanchi ma appagati. Un bacio sulle guance aveva concluso quella nottata di passione, non si erano mai baciati sulle labbra. Lo avevano fatto solo in un tempo lontano, sull’isola di Cnosso, quando la loro passione li aveva avvinti e vinti per un breve periodo. Dieci giorni in cui erano stati solo un uomo ed una donna.
“Sei bellissima” il sussurro dell’uomo contro la gola la risvegliò dal torpore in cui stava cadendo. Stringendosi a lui, ancora restia a tornare alla realtà, ma decisamente appagata e più serena, Cassandra chiosò: “Sai, penso di capire perché Zarich non vede bene questi nostri… scambi affettivi.”
“So bene cosa pensa, ma a me non interessa. A me interessa che sia tu a… ad approvare.” Il sorriso sulle labbra dell’uomo era seducente e soddisfatto.
La donna ridacchiò, strusciandosi languidamente contro di lui. “Oh, ma io approvo, Elios, approvo eccome!” Poi, tornata seria, gli chiese: “Dimmi cosa ti fa supporre che ci disapprovi.”
Intorno a loro la tenue luce azzurro-verde stava scemando ed iniziarono a sentire deboli rumori provenire dall’esterno.
“Penso sia dovuto al fatto che ci perdiamo completamente, ci estraniamo da quello che accade intorno. Forse teme che non ci riprendiamo più e che restiamo in questo limbo per sempre, abbandonando il mondo e la nostra missione.” Dopo un’attimo di pausa durante il quale approfittò per meglio adagiarsi il corpo nudo dell’amica addosso, confessò in un sussurro: “A me è successo anche questa volta.”
“Lo è anche per me, Elios, tutte le volte.”
Si strinsero in un abbraccio completo, chiudendo rilassati gli occhi ed addormentandosi come a Cnosso. Ma sapevano entrambi che non sarebbe mai più potuto essere come a Cnosso. E nessuno dei due lo rimpiangeva.

Nel campo nemico una figura isolata stava seduta sopra ad un carro fissando il fiume oltre la palizzata del castra. Guardando il buio sorrise sorniona.
“E bravi ragazzi, almeno voi avete trovato il modo di sopravvivere insieme a questa tortura.”

Seduto sul ramo dell’albero, come se nulla fosse successo, Omar rimase a contemplare il cielo tornato nero dopo i lampi silenziosi che avevano squarciato la notte. Aveva visto nuovamente le Parche comparire sopra i fulmini, e recidere i fili della vita di quegli assassini. Scosse mesto il capo.
“Sciocchi, se solo aveste capito chi avevate di fronte sareste fuggiti terrorizzati. Ora invece di voi non rimane nulla:”
Perso nei propri pensieri sentì all’improvviso un vento leggero giungere dal castra di Diocle, un vento che squarciò una cappa di potere intorno ad una tenda che era rimasta isolata dal mondo per parecchie ore, restituendola di colpo alla realtà.
Dopo un attimo comprese che quello doveva essere il risultato dell’incontro tra due spiriti potenti, Elios e Cassandra si erano amati nuovamente ed avevano rischiato di perdersi. Accadeva sempre così tra loro due, riuscivano a scatenare un’energia tale da attivare il potere senza che se ne rendessero conto. Rimanevano isolati al mondo che li circondava, ne erano anche protetti ma il rischio di perdersi nel limbo della loro terra d’origine era elevato. Zarich glielo aveva spiegato diverse volte, ma evidentemente il loro bisogno di stare insieme era troppo forte. Con una rabbia immensa che sempre provava in quegli istanti di comprensione, tirò un pugno al tronco dell’albero su cui era seduto. Senza rendersene conto, il pugio che aveva in mano si conficcò fino all’elsa nel legno della giovane quercia.

All’esterno alcune figure si mossero veloci per il castra. Dopo aver eliminato alcuni legionari di guardia si avvicinarono alla tenda del generale entrandovi silenziosi. Dieci individui scivolarono nell’ombra con le armi in pugno, chi i gladi e chi dei pugnali, in quattro imbracciavano delle balestre già cariche.
Fu questione di istanti, il battito delle ciglia e le balestre scattarono lanciando i loro mortali dardi verso le due figure abbracciate nel letto. Una mano compì veloce un gesto rotatorio e i quadrelli si fermarono a mezz’aria. La mano femminile si alzò pigramente a carezzare quella maschile e disegnò un ghirigoro nell’aria con la punta delle dita. I quadrelli si girarono per poi ripercorrere la stessa traiettoria nel senso opposto. I quattro, paralizzati dallo stupore, vennero colpiti in pieno petto dai loro stessi proiettili. Due morirono sul colpo, senza un fiato. Gli altri due non riuscirono a trattenere l’urlo di dolore ed il silenzio venne rotto dalla loro sofferenza.
Nessuno dei due amanti parlò, lui si eresse possente alzando le braccia verso le fiamme, mentre lei rimase in ginocchio sul letto, concentrandosi. Le lame brillarono maligne alla luce delle lampade ad olio che si spensero all’unisono gettando gli assalitori nel panico. Al buio e senza alcun punto di riferimento avrebbero rischiato di ferirsi tra loro non sapendo dove fossero i nemici.
“State fermi, sono solo due, non possono batterci! La donna non ci interessa.”
Dopo un istante di silenzio una sfera azzurra lo colpì gelida in pieno petto scagliandolo a terra. Sul suo petto si erano formati dei cristalli di ghiaccio.
“Potrei sentirmi offesa da questa vostra mancanza di interesse nei miei confronti.” Chiosò acida la donna.
Dall’altra parte della tenda l’urlo di un uomo ed il tonfo che ne seguì rivelò agli assassini che un altro di loro era caduto. I quattro rimasti videro un movimento verso la porta e si lanciarono urlanti in quella direzione decisi ad uccidere almeno uno di quei due esseri, che non potevano essere uomini.
Due di loro incontrarono delle lunghe lame che li trafissero dall’alto, come se un nemico si fosse issato sui pali della tenda per colpirli, ma era impossibile, nel mentre un leggero vento iniziò a formarsi all’interno della tenda aumentando sempre più d’intensità. Il capo di quella decuria di assassini decise di levarsi in piedi proprio nel momento in cui la figura appesa al soffitto cadde silenziosa sul terreno della tenda. Il legionario si voltò per lanciare il pugnale da lancio che aveva afferrato contro quella figura acquattata a terra, pensò di essere fortunato, lo avrebbe colpito in piena schiena. Il vento aumentò di intensità gonfiando la tenda e sollevando il sicario come un fuscello, scaraventandolo fuori dall’apertura della tenda. L’uomo sbatté in malo modo contro l’erba dell’accampamento perdendo i sensi. Quando riuscì a sedersi era circondato da una decina di punte di pilum rette da altrettanti legionari.
“Lui lo voglio vivo, Lucio. Ci dovrà un bel po’ di spiegazioni.”
“Certo Diocle, ma non vuoi intervenire in aiuto dell’uomo che è lì dentro?”
I due generali si fissarono per un istante, bastò uno sguardo per capirsi: nessuno doveva intervenire. Poco dopo altre urla atroci risuonarono dall’interno della tenda facendo accapponare la pelle a tutti i presenti. I legionari fissarono dapprima la tenda e poi i due generali in attesa di ordini.
Né Diocle, né Lucio Rubinus Antineo si mossero fino a quando sul castra non tornò il silenzio. Il primo a muoversi fu il centurione Decimus Pollius Volusianus con gli uomini che avevano dormito con il generale Diocle. Senza attendere alcun ordine entrarono nella tenda prima Appius con una torcia nella mano sinistra ed il gladio nella destra, seguito da Caius che stringeva nervosamente il pilum agitandolo davanti a sé. Titus e Gnaeus entrarono come i due commilitoni che li avevano preceduti illuminando lo spazio alla destra dell’ingresso. Infine entrarono il centurione e Titus il gallico. La scena che si presentò dinanzi a loro li lasciò sbigottiti: quattro uomini erano riversi sul pavimento con dei quadrelli di balestra in pieno petto. Due di loro avevano conficcati nella gola dei pugnali da lancio. Altri quattro erano accasciati al suolo con ferite di vario genere che avevano addirittura lacerato la lorica segmentata che indossavano. L’ultimo era raggomitolato in un angolo della tenda, tramante e piangente. Ma quello che li sconvolse maggiormente fu il vedere chi avesse causato quella strage. Un uomo ed una donna si ergevano al centro della tenda, erano completamente nudi e non stringevano armi in pugno, armi ancora disposte attorno al letto. Sul tavolino da campo, del tutto simili a quelli conficcati nelle gole di alcuni assassini, erano rimasti alcuni pugnali. Molto, troppo distanti dai due al centro della tenda.
Quando i due generali entrarono nella tenda Decimus ordinò ai suoi uomini di portare all’esterno i morti e di legare il prigioniero, dopodiché salutò i superiori e uscì in silenzio.

Il giorno dopo l’esercito dei generali Diocle e Lucio Rubinus Antineo si scontrò contro quello guidato da Carino. La battaglia fu cruenta e senza tregua. Dapprima i due eserciti si studiarono per poi lanciarsi all’attacco: i fanti davanti mentre gli arcieri vennero disposti lungo i lati. Verso la sera l’esercito di Carino fu in vantaggio, stava guadagnando terreno. I soldati si erano riposati più volte durante la giornata ma alla fine la fortuna arrise ai due generali orientali. Nell’ultima carica il cavallo di Carino saltò un fossato, utilizzato come difesa dagli uomini di Lucio, e poggiando le zampe posteriori scivolò e caracollò all’indietro trascinando con sé il cavaliere che morì schiacciato dal peso dell’animale.
Passarono alcune ore prima che il corpo esanime di Carino venisse ritrovato dai suoi uomini. Dopo poco una delegazione di centurioni consegnò a Diocle e Lucio la proposta di resa.
In quel momento accadde un fatto che stupì tutti i presenti: Lucio Rubinus Antineo, nobile patrizio di una delle più antiche casate, prese la parola prima dell’amico rivolgendosi agli uomini che così fedelmente avevano seguito e combattuto per loro.
“Un generale deve sapere quando è il momento di prepararsi alla battaglia e quando è il momento di riporre le armi. Questi uomini si sono arresi, possiamo forse ignorare la loro richiesta di non infierire su di loro e sulle loro famiglie? Ricordiamoci che sono nostri fratelli romani! Non vorreste anche voi essere trattati con clemenza?”
I legionari gli risposero affermativamente e, quando il chiasso scemò Lucio si rivolse all’amico, fissandolo furbescamente. Dopo molti anni passati sui campi di battaglia dell’impero orientale i due avevano imparato a fidarsi ciecamente l’uno dell’altro, ma in quel momento Diocle si rese conto che Lucio era molto più addentro nella politica di lui ed era sempre stato colui che gli aveva aperto le porte delle domus patrizie. La tensione crebbe mentre attendeva le parole dell’amico, temendo il seguito, ed infine accettandolo.
“Diocle, un buon generale deve saper riconoscere la propria sconfitta, ma deve imparare ad apprezzare le vittorie che gli déi gli mettono in mano. Oggi abbiamo vinto la guerra per volere degli déi. Mi domando quindi se il futuro imperatore di Roma vorrà farsi conoscere con un atto di giustizia o con un atto di clemenza.”
Diocle annuì, conscio della disparità tra loro. Anche se amici di lunga data e, a dispetto dell’idea balzana che per un po’ aveva accarezzato, sapeva bene che Lucio era molto più adatto di lui a governare l’Impero. “Ave Imperator.”
Quelle due semplici parole del nobile patrizio scossero lui e le file legionarie come il Vesuvio aveva scosso Pompei secoli prima.
Lucio era inginocchiato di fronte all’amico ed il clangore dei gladi sbattuti vigorosamente contro gli scudi salutò il nuovo imperatore di Roma.
Quattro figure, defilate, osservavano incredule la scena. La quinta sorrise beffarda.
“L’avevo detto, no? Il rosso del sangue laverà dal cuore la brama del rosso. Mai che mi crediate una volta, razza di malfidati.”
Alla battuta di Cassandra si avviarono verso la loro tenda con una risata, pronti ad affrontare la nuova era, le nuove difficoltà, facendo piani e confrontando le idee con un nuovo entusiasmo che difficilmente avrebbero ammesso anche a sé stessi.
Avevano un imperator da guidare.

Scritto da: Elios Tigrane
Revisionato da: Atia Rubinia

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