Elios Tigrane, l'armeno - Parte IV

Luglio 1031 a.U.c. (285 d.C.)
Viminacium – Mesia Campo nei pressi del fiume Margus,.

III Vigilia

Il guerriero camminava a passo lento lungo la palizzata del campo. Rifletteva e ricordava, minuta figura dalla muscolatura agile e scattante. Quando era arrivato alla presenza di Carino, con tutta la sua arroganza aveva fatto in fretta ad atterrare gli avversari minacciando poi con il pugio la gola del generale. Per un attimo la tentazione di finire l’opera e risparmiare così un inutile bagno di sangue era stata forte. Ma non erano quelli i piani. Così si era ritratto, offrendosi come consigliere. Il nobile Carino aveva subito accettato annoverandolo tra le sue fila, ben contento di avere un guerriero così forte ed esperto di tattiche militari tra i suoi alleati, piuttosto che come nemico.
La guerriera sorrise bieca all’idea, tornando con la memoria al momento in cui avevano deciso di appoggiare Diocle e Lucio Rubinus Antineo piuttosto che Carino. Avevano scelto il male minore, alla fin fine, con sommo scorno di Omar che si era detto insoddisfatto della scelta. Secondo lui avrebbero dovuto attendere ancora prima di prendere una posizione, vedendo chi dei tre avrebbe avuto la grazia degli dèi ed il favore dell’esercito. Sciocco. Lei preferiva di gran lunga fare qualcosa, piuttosto che rimanere per anni ad attendere una nuova guida che valesse la pena di difendere ed onorare. Il sorriso si fece mesto. “Noi siamo i protettori delle cause perse” aveva detto una volta, ed anche in quel frangente era convinta che così fosse.
Scuotendo la testa, Shalant si stiracchiò riprendendo poi a camminare lentamente. Ad una prima occhiata sarebbe sembrato a chiunque un legionario che stesse facendo un giro di ronda, ma poco le importava se fosse successo qualcosa. Anzi, in realtà non aspettava altro. A prima vista nessuno avrebbe detto che Shalant fosse una donna: forse per il tratto marziale ed il piglio deciso del viso affilato, forse per i capelli neri tagliati cortissimi, forse per la fasciatura strettissima che portava a schiacciare il seno. Tutti la trattavano come un uomo ed a lei andava benissimo così. Era più facile gestire le cose. Andare in battaglia, andare in contro alla morte. Anelarla. Bramarla. Forse il giorno successivo gli dèi le avrebbero concesso l’occasione giusta.
Come sempre durante le ultime ore prima della battaglia, Shalant percorreva il perimetro del campo tornando con la memoria alla sua vita passata. Alla giovinezza spensierata nella sua patria perduta. Alle mille e più vite vissute in quegli anni, dall’Egitto a Troia, a Creta, a Sparta lei, ad Atene gli altri, alla Macedonia tutti insieme ad inseguire il sogno di Alessandro. E ora, Roma. Sempre con un ideale da difendere e proteggere. Un re da guidare.
I ricordi tornarono ad un tempo preciso, ad un amore che aveva inseguito. E perso. Ricordava ancora come l’aveva conosciuto, baldo ateniese venuto a rendere omaggio ad un re ormai decaduto ed oltraggiato, che a sua volta oltraggiava gli dèi. Ricordava ancora come lo avesse guidato con passo sicuro nei meandri del labirinto. Cielo, alle volte ancora le mancava quella sua antica casa. Si era divertita moltissimo in quel labirinto. Fino a quando non vi avevano messo dentro il minotauro. Ricordava ancora lo stolto che aveva accettato di costruirlo, finendovi imprigionato a sua volta. Ed al suo futile tentativo di fuga con quelle ridicole ali di cera. Lui ed il figlio non avevano resistito tanto, non erano fatti per volare. La leggenda voleva che il giovane, volando verso il Sole, avesse fatto sciogliere la cera. La mera verità era che, incapaci di resistere allo sforzo fisico, erano brutalmente precipitati a terra. L’aveva visto. Ed erano finiti in pasto al minotauro.
Le leggende abbellivano ed intristivano sempre tutto. A quel tempo aveva un nome che era il suo, non Shalant, ma era stato allora che lo aveva cambiato, per seguire l’uomo che si era impadronito del suo cuore ed accompagnarlo assieme agli Argonauti. Sorrise. Era stata una dura avventura, ma ce l’avevano fatta. E lei era rimasta, sempre secondo le leggende, abbandonata. Ma, dopotutto, era stata lei stessa a mettere in giro quella voce. E poi glielo avevano portato via, con la promessa di rivederlo se e quando avesse trovato una morte onorevole in battaglia, difendendo i giusti ideali.
L’alba livida sorse sul campo di battaglia ancora sgombro e la donna, seria e determinata, lo osservò con la speranza in cuore. Che non fosse l’ennesima causa persa, come Troia, Cnosso o l’Est del macedone. Che fosse l’ultima battaglia, la sua ultima battaglia.
Con occhi imperscrutabili osservò il campo dove le truppe avrebbero avuto l’ultimo scontro, un’altra occasione per lei, un’altra possibilità di adempiere al proprio destino, di tornare finalmente tra le braccia del suo amato. E starci per sempre, come Poseidone le aveva promesso quando glielo aveva strappato via. Il suo amato, l’unico uomo della sua vita. Teseo.

Nel frattanto all’interno della tenda del generale l’uomo che ne aveva preso il posto si muoveva circospetto prendendone attentamente le misure. Dopo aver attraversato per quattro volte la tenda in entrambi i sensi decise di stendersi nella branda rendendosi conto che da quella posizione avrebbe potuto osservare l’ingresso e la maggior parte della tenda. Pose sotto al letto uno dei suoi due gladii affilati come rasoi, mentre l’altro lo lasciò accanto all’apertura.
Si guardò intorno per poi posizionare alcuni oggetti in posizioni che ritenne opportune: sul lato destro del letto poggiò una piccola balista carica, ai piedi una spada lunga mentre da testa, a terra, poggiò uno scudo circolare, quindi tornò a stendersi in attesa, infilando sotto al cuscino un pugio. Era pronto.
Il tempo passava e non accadeva nulla, era certo che non mancasse molto, prima dell’alba sarebbero entrati pensando di trovare Diocle addormentato ed invece avrebbero trovato lui.
Per passare il tempo si guardò in giro scoprendo gli oggetti illuminati fiocamente dalla lampada ad olio posta sul tavolino e dal riflesso del fuoco che lentamente si stava spegnendo nei due bracieri posti uno vicino all’ingresso e l’altro alla propria sinistra.
Le braci bruciavano lente e gli occhi verdemare dell’uomo si abituarono a quella luce, come quella sera.
“Elios, la smetti di fissare il fuoco e ascolti?”
La voce di Cassandra lo aveva distolto dolcemente dai propri pensieri, distanti migliaia di leghe da quel posto nascosto. Migliaia di leghe e migliaia di anni.
“Hai capito cosa ha appena detto Dinocrate oppure ti sei perso nuovamente tutto il discorso?”
“Scusatemi, ma il viaggio mi ha stancato molto. Dimmi Dinocrate cosa avevi detto?”
L’altro uomo era seduto sul lato corto del tavolo rettangolare, alcune carte erano sparpagliate di fronte a lui. Alla sua destra sedevano Omar ed Arianna, mentre Cassandra ed Elios erano seduti alla sua sinistra.
Sbuffando spazientito dall’ennesima interruzione Dinocrate, il più anziano e la guida tra loro cinque, aveva chinato il capo rassegnato, prima di parlare di nuovo: “So che non è una scelta semplice, ma questa volta dobbiamo schierarci. Uno dei generali diverrà imperator e noi dovremo appoggiare, proteggere e guidare il vincitore.”
“Allora aspettiamo.” La voce aspra di Omar aveva interrotto il discorso di Dinocrate. “Dopo appoggeremo il vincitore. Tanto più che una fazione potrebbe presentarne due. Ditemi, cosa succederà, secondo voi, quando Lucio Rubinus Antineo chiederà per sé il trono? Lui è un patrizio della stirpe più antica, Diocle è un semplice legionario.”
“Non possiamo aspettare, potrebbe vincere il meno adatto a guidare l’impero in questo momento. Dobbiamo sceglierne uno e proteggerlo.”
Gli altri erano rimasti in silenzio, in attesa.
“Sì, ma chi?” Infierì Omar.
Poi, all’improvviso, Cassandra aveva sbarrato gli occhi, vedendo nelle fiamme che stava fissando quello che sarebbe accaduto, pur senza comprenderlo. “Il rosso del sangue laverà dal cuore la brama del rosso.”
I quattro ammutolirono. Era uno dei più cupi vaticini di Cassandra.
“Cosa ho detto?” Aveva chiesto in seguito, titubante. Era sempre così: quando il dio parlava attraverso lei, Cassandra non era consapevole di ciò che diceva.
Quando Elios le aveva riportato le parole dette, lei si era limitata a stringersi nelle spalle: “Potrebbe avere varie interpretazioni.”
“Mettiamo ai voti, abbiamo parlato a sufficienza, ora dobbiamo scegliere.” Arianna, sbrigativa come sempre, aveva dato loro la soluzione.

Una figura avvolta nella propria palla [i]si diresse sicura verso la tenda del generale Diocle. All’improvviso si bloccò sentendosi osservata con astio. Guardandosi intorno non vide nessuno, allora si concentrò e guardò più lontano nel buio. Alla palizzata si fermò, temendo di sapere chi la stesse fissando con insistenza e non volendo trovare quella conferma. La metteva a disagio e, bruscamente, si barricò rendendosi invisibile a quello sguardo insistente. Solo allora riprese tranquilla il proprio cammino.
Quando Giulia Varrone giunse di fronte alla tenda di Diocle vide la guardia sbarrarle il passo.
“Non si può passare, il generale riposa e ha dato ordine di non essere disturbato.”
“Sei sicuro che gli ordini fossero questi? A me ha detto di raggiungerlo nella sua tenda per scaldarlo in questa notte fredda.” Con fare molto civettuolo la donna si avvicinò al legionario. “Non vorrai incorrere nella sua riprovazione quando domani gli dirò di questo increscioso incidente… non è vero?”
La guardia si sentì molto a disagio, decise quindi per una soluzione che non avrebbe scontentato nessuno. Aprendo un po’ l’ingresso della tenda parlò al buio tenendo d’occhio la donna, solo quando gli giunse la risposta affermativa la lasciò passare ritirandosi presso il fuoco centrale per lasciare il suo generale alla propria intimità con quella splendida romana.
La voce della guardia aveva riscosso Elios dal ricordo legato a quella decisione, alle mosse successive. Quando fu entrata la donna lo vide passeggiare nervosamente per la tenda con una mano stretta intorno all’elsa del pugio.
“Allora, sei pronto?”
“Certo che sono pronto, spero che tutto ciò abbia un senso, che questa volta sia l'uomo giusto. Non come le altre.” Lentamente rilassò la mano che stringeva il pugnale e si volse raggiungendo il tavolo. Individuata la brocca con la birra la travasò in due coppe e ne porse una all’amica. “A proposito, come mai sei qui, Giulia? Di solito resti defilata.”
Senza attendere risposta aggiunse: “Tieni, potrebbe essere l'ultimo brindisi.”
Dopo aver bevuto i due rimasero a fissarsi lungamente in silenzio. Finalmente Giulia si decise a rompere quel silenzio carico di tensione emotiva che si era creato tra i due.
“Si divideranno in due squadre, come previsto. Una sarà diretta qui, l’altra alla tenda di Lucio Rubinus Antineo. Vorrei non seppellire uno dei Sopravvissuti, e se proprio devo scegliere non voglio sia tu. E poi sai com'è. Siamo rimasti in pochi, sull'orlo dell'estinzione oserei dire.”
La donna sorrise bieca alla propria battuta, ma l’uomo non ne colse l’ironia e si perse dietro alle parole, tornando ad un tempo lontano.
“Hai ragione, siamo gli ultimi della nostra razza, non pensi che dovremmo pensare alla nostra discendenza?”
La voce espresse tutta la preoccupazione che l’uomo provò in quel momento e Giulia rivide i paesaggi lontani della loro patria natale, poi con un sospiro profondo riuscì ad esternare i propri pensieri. Con lui le riusciva sempre facilmente.
“I miei figli non vedranno mai la loro patria natale. è per questo che combattiamo, vero? Per poter tornare a chiamare patria un luogo. Uno qualsiasi, purché vi regni la pace.”
Le ultime parole vennero pronunciate con un’enfasi marcata, come se parlasse di quella stessa pace che anche lei bramava. Lo sguardo perso nel vuoto, nei ricordi, nella nostalgia, bevve ancora. Quando alzò il capo dalla coppa di legno vide la mano di lui avvicinarsi per accarezzarle una guancia e lo lasciò fare guardandolo negli occhi. Quei fantastici occhi verdi come le profondità del mare le trasmisero un senso di pace e tranquillità che non provava da molto tempo.
“Giulia, il nostro compito è quello di creare un impero di pace.” Mentre ritirava la mano dalla sua guancia Elios si rese conto che la donna aveva cercato di prolungare quel contatto seguendone il movimento.
Giulia lo fissò nuovamente negli occhi perdendovisi. Con un sospiro si lasciò sfuggire una frase che da tempo le premeva in petto. “Delle volte spero tu possa trovare presto la discepola oscura e lasciare che sia lei a decidere del nostro destino.” Abbassò il capo aggiungendo sommessamente: “In modo da rimanere per sempre soli ed in pace.” Poi rialzò la testa di scatto aggiungendo sicura: “Sarà così, prima o poi, solo agli dèi è concesso guardare le trame del Fato. Agli dei e a Dinocrate.” Concluse con un sorriso sornione.
“No, Dinocrate non guarda le trame del Fato. Lui le distrugge.”
Elios allontanò la mano dalla morbida guancia dell’amica voltandosi per andare a sedersi sul bordo del letto. Quindi riprese a parlare fissando il pavimento. “Però tu riesci a vedere bene il futuro. Cosa ci attende, Giulia?”
La donna lo fissò con un’espressione insondabile che in poche occasioni le aveva visto dipinta in volto. “Ho guardato nel fiume del tempo, ed il futuro mi è apparso incerto. A dire il vero l’unica cosa sicura è che dovremo affrontare degli innumerevoli pericoli.”
Il sostituto del generale alzò il capo di scatto fissandola stupito. “Cioè?” La voce di lui espresse tutta la sua urgenza nel conoscere le sue visioni. Da molto tempo nessuno di loro prendeva a cuor leggero una sua profezia.
La donna estrasse i pugnali che teneva alla cintura iniziando ad affilarli con calma glaciale. La voce divenne atona e lontana, Giulia era entrata in comunicazione con il suo Nume senza alcuno sforzo.
“Toglietevi dalla testa di poter manovrare il nuovo imperator come vorreste.” Una risata glaciale sgorgò dalla donna per poi scemare e riprendere a parlare con rinnovato vigore.
“Non troverete la pace che anelate. Dèi oscuri vorranno tornare per dominare incontrastati, guerre e tradimenti saranno il vostro pane.”
Quando ebbe finito di parlare il volto di Giulia riprese il suo colorito normale e finalmente iniziò a muoversi. Come sempre lei non si era resa conto dell’accaduto. In quei momenti diveniva il veicolo della profezia, ma non se ne rendeva conto. Come sempre tutto le sarebbe tornato alla mente lentamente nei giorni a venire. Elios, vedendola leggermente confusa decise di stemperare la tensione che si stava creando in quella tenda con la solita battuta, vecchia ma sempre attuale, ripensando ad un fatto accaduto molto tempo addietro: “Certo che non perdi la buona abitudine di portare notizie funeste, vero? Mi sa che Omero aveva ragione.”
“Divertente.” Continuando ad affilare i pugnali lei gli sorrise sarcastica. Stava per aggiungere dell’altro, ma si fermò a contemplare il lavoro eseguito sul primo pugnale, ridendo con lui alla successiva punzecchiatura di Elios: “Piantala di affilarli o resterai senza lama prima dell’alba.”
Con uno sbuffo divertito e nervoso Giulia ripose i pugnali a raggiera sul tavolo con le punte rivolte all’entrata e mise nel tascapane la cote.
Elios la invitò a sedersi sul letto, sperando di alleviare la tensione che vedeva nei movimenti dell’amica. Si conoscevano da moltissimo tempo e lui sapeva per certo che quel suo affilare i pugnali era un chiaro segno di nervosismo. Giulia andò a sedersi sul bordo del letto accanto all’amico, compagno di tante avventure.
“Certo che questo letto è decisamente meglio dei pagliericci ammuffiti su cui ci tocca dormire. Non c’è che dire si tratta bene il generale.”
I due risero sommessamente al pensiero di come avrebbero passato la notte i loro compagni sui quegli scomodi giacigli per terra mentre loro potevano approfittare di tanta comodità.
Elios cercò di giustificare il generale per quella comodità che non si adattava alla personalità austera dell’uomo: “Sai com'è: ha molti pensieri... almeno lascia che dorma bene le poche ore di sonno che si concede.”
Mentre Giulia si toglieva l’armatura di cuoio lui portò le mani dietro la schiena poggiandole sul morbido materasso, puntellandosi. Elios si guardava intorno sempre attento al minimo movimento, ma quando Giulia si levò anche la tunica che indossava sotto all’armatura non poté far a meno di ammirarne il corpo elegante e giovane. Era sempre bella e giovane come quando l’aveva conosciuta, non era la prima volta che la vedeva così discinta e non gli causò alcun fastidio.
“Senza tener conto delle donne che riceve la notte.” Aggiunse sarcastica. “Elios, a te il primo turno di guardia. Buonanotte.”
Rimasta con il solo subligaculum[ii] indosso Giulia si stese sul letto di fianco a lui, rimasto a fissare l’ingresso della tenda.
Dopo averci pensato alcuni istanti la giovane carezzò la schiena dell’esploratore con un movimento ascensionale finendo per scompigliarli dolcemente i lunghi capelli neri sul collo per poi tornare a stendersi. Elios era rimasto in ascolto dei rumori all’esterno della tenda e quella carezza gli provocò un brivido lungo tutta la schiena. Quando si ricompose riuscì a sussurrare un’unica parola: “Giulia.”
“Sì?”
L’uomo ruotò lentamente il busto per guardare la donna a cui stava parlando, ma si bloccò appena la vide e le parole gli morirono in gola: era stesa supina sul letto, le braccia incrociate sotto la testa, i seni scoperti e le gambe piegate. La testa era piegata a sinistra e lo stava fissando con uno sguardo indecifrabile in mezzo ai capelli biondi che le facevano da corona.
“Vuoi stenderti a riposare?” La sua voce melodiosa vibrava per la tensione che provava sempre prima di una battaglia, ma gli occhi azzurri come il cielo d’estate erano fissi su di lui. Preso dalla stessa tensione, si levò la tunica per coricarsi bocconi al suo fianco.
“Mi sembri tesa, non è da te.” All’affermazione dell’uomo rispose il fruscio del corpo di lei che si spostava sul fianco per guardarlo. Elios, guardandola negli occhi diede voce ad un pensiero che da molti giorni lo faceva star male, come sempre quando non la vedeva per molto tempo, e lo espresse in un sussurro.
“Mi sei mancata.”
Lei si alzò lentamente iniziando a massaggiarli il collo con attenzione sorridendo tranquilla al contempo. “Anche tu sei teso, Elios. Come sempre prima di una battaglia decisiva, vero?” Rendendosi conto che non avrebbe avuto risposta, Giulia si piegò sussurrandogli ad un orecchio: “Anche tu mi sei mancato.”
Dopo lunghi istanti di silenzio, durante i quali Elios si lasciò massaggiare le spalle e la schiena riuscendo a rilassare i muscoli indolenziti, riprese a parlare intento ad assaporare quel momento di quiete prima della battaglia.
“Ho sentito alcuni tuoi pensieri ogni tanto, il saperti in salute mi ha rincuorato. Certo che incontrarci dopo tanto tempo proprio per decidere con chi scendere in battaglia non è il miglior modo per ritrovarci.”
“Vero. Ma è il destino che ci siamo scelti. Hai rimpianti?”
Elios impiegò una frazione di secondo di troppo a rispondere: “No.”
E lei sapeva qual era il rimpianto che da troppo tempo lo perseguitava.
Dopo essersi lasciato scappare un sospiro all’ennesimo passaggio delle mani dell’amica lungo le vertebre, finalmente i suoi muscoli erano sciolti.
“Solo quella scriteriata di Shalant non teme la battaglia.”
“Non è vero, lei la brama. Spera di morire in battaglia combattendo per una giusta causa.” Lo corresse con pazienza Giulia, come se fosse l’ennesima volta che gli ripeteva le stesse cose. Poi ridacchiando aggiunse: “Lo sai, è una guerriera, vive delle battaglie. Altro che le amazzoni.”
Dopo averlo massaggiato ancora per un po’ gli diede una pacca leggera sulla spalla destra: “Svegliati vecchio pigrone, tocca a te adesso, non pensare di essere il solo ad avere le membra stanche.”
“Spiritosa, non è che tu sia molto più giovane di me.”
“Cinque anni, quanto basta.”
I due si scambiarono di posto ridendo e lei iniziò ad assaporare la sensazione di pace che le trasmisero le mani di Elios. L’uomo le massaggiò dapprima le reni e poi la schiena, risalendo fino alle spalle. Ogni volta si dimostrava più efficace del più esperto massaggiatore delle migliori terme di Atene.
Giulia si lasciò scivolare nel dormiveglia ed in quel momento, involontariamente, comprese che l’amico stava ancora una volta pensando a lei. Alla donna che lo aveva lasciato senza neanche salutarlo, lasciando lei a raccogliere i cocci del suo spirito spezzato. I pensieri di Giulia furono interrotti da un massaggio più vigoroso e lei si lasciò sfuggire un sospiro di piacere. Si mosse sinuosa per trovare una posizione migliore su quel materasso morbido abbandonandosi completamente a quelle mani capaci.
Elios fu contento di vederla rilassarsi. Dapprima aveva visto un’altra schiena sovrapporsi a quello dell’amica. Un corpo più scuro e più giovane, i capelli biondi della donna erano diventati ai suoi occhi neri come la notte egiziana. Si riscosse ed in un momento riprese il controllo dei propri pensieri, scacciando quel funesto ricordo. Era contento di essere con lei, l'unica che gli fosse stata sempre vicina senza chiedere o pretendere nulla, sempre amici. I due avevano avuto modo di condividere dei momenti forti nella loro vita, erano cresciuti divenendo l’uno il miglior amico dell’altra. Complice la loro solitudine, avevano passato anche alcuni periodi come amanti, realizzando ogni volta di cercare nell’affetto l’una dell’altro quello che mancava alle loro vite solitarie. Erano stati dei momenti brevi durante i quali si erano donati l'amore e l'amicizia più completa.
Giulia era stata per lui l’unico punto fermo tra tutte le donne che aveva frequentato. Un legame profondo che li aveva portati a capirsi con uno sguardo, cosa che non risultava comprensibile agli altri loro amici. Ma Shalant aveva la passione per la battaglia, Dinocrate pensava all’organizzazione ed allo studio degli eventi futuri ed Omar era il consigliere silenzioso. Solo loro due cercavano nel mondo quello che avevano perso nella loro patria, senza mai trovarlo veramente.

Issatosi tra i rami di un noce, al limitare di un bosco, Omar rimase a guardare quanto stava avvenendo nella pianura circostante. Quattro armati passarono sotto al ramo dove lui era comodamente seduto. Si fermarono guardandosi intorno circospetti, fecero poi cenno ad un altro gruppo di avanzare. Il secondo gruppo era formato da almeno una decina di uomini avvolti in mantelli scuri, con i cappucci alzati. Quando i due gruppi scomparvero alla sinistra dell’albero dove stava seduto, l’uomo sentì dei passi avanzare da destra: altri quattro uomini stavano avanzando circospetti a chiudere la colonna.
Omar si lasciò sfuggire un sorriso divertito, quegli uomini stavano andando verso il campo di Diocle e Lucio. Non potevano essere che degli assassini mandati per eliminarli. Quello sarebbe stato il momento della verità, se fossero riusciti allora tutti i progetti di Dinocrate sarebbero andati in fumo perché il Fato irrompe sempre nei piani dei mortali. Osservando gli uomini dividersi in due gruppi e dirigersi verso due punti diversi della palizzata del castra ebbe per un fugace momento la tentazione di intervenire. Dopo un momento di incertezza decise che non si sarebbe mosso dal proprio punto d’osservazione: riusciva a vedere perfettamente entrambi gli accampamenti. Prendendo una piccola anfora ne tolse il tappo e, dopo aver brindato alla luna bevve un lungo sorso.
“Sarà una notte interessante.”
Continua.....

[i] Palla: sopravveste femminile
[ii] Subligaculum: fascia di lino utilizzata all’epoca al posto delle mutande

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