Elios Tigrane, l'armeno - Parte III

Luglio 1038 a.U.c. (285 d.C.)
Viminacium – Mesia Campo nei pressi del fiume Margus.

II Vigilia

Il campo era immerso nel buio, solo i legionari di guardia erano svegli. Nessuno avrebbe sferrato un attacco in piena notte. L’esercito nemico era sull’altra sponda, ma era un esercito fratello. Quella dell’indomani sarebbe stata la battaglia decisiva: romani contro romani. L’unica colpa che avevano era di servire generali diversi. Uno dei generali l’indomani sarebbe forse divenuto imperator. Ma per farlo doveva arrivare l’indomani.
Nessuno quella notte avrebbe tentato un attacco a tradimento, era la giornata dedicata ad Honor et Virtus, nessun legionario l’avrebbe mai macchiata con il sangue di un nemico ucciso a tradimento.
Nel campo dei generali Diocle e Lucio, in una tenda centrale, due uomini si stavano fronteggiando: un armeno scattava nervoso camminando avanti ed indietro per la tenda, mentre l’altro uomo, dai capelli chiarissimi e gli occhi acquosi si stringeva nella sua tunica scura, dai risvolti ricamati in argento con simboli arcani. Si sedette dietro al piccolo tavolino da campo in legno, fissando senza vedere le carte posate su di esso e, quando parlò, la sua voce profonda era molto preoccupata: “Ma non vi sono solo legionari tra le fila del nemico.”
“Cosa vuoi dire? Non avrai mica paura che attentino alla loro vita proprio in questa notte sacra?”
“Se è per questo in questi ultimi tempi nessuno è stato molto a curarsi degli dèi o di quello che potessero provare. Ti ricordo che Massimo è stato ucciso davanti al tempio di Delphi. Sagira invece l’hanno uccisa nei pressi di Karnak, sulla via dei templi.”
Il suo interlocutore lo interruppe alzando la mano, l’espressione del volto scuro e gli occhi verde mare trasmisero tutto il suo fastidio nel sentirsi nuovamente elencare i morti assassinati di quella guerra civile.
“Lo so, non serve che ricominci con questo triste elenco. Se è per questo sono morti anche legionari, esploratori e popolani che parteggiavano per l’uno o per l’altro generale di turno. Senza contare coloro che si sono trovati in mezzo senza averne colpa.” Scuotendo il capo si avvicinò al tavolo e, presa la brocca del vino riempì a metà una delle coppe di legno lì di fianco. “Sono stanco di tutto questo sangue, speravo che il passaggio fosse indolore.”
L’altro stese le gambe incrociandole sotto al tavolo.
“I cambiamenti non sono mai indolori, dovresti saperlo Elios.”
Bevendo il vino l’uomo in piedi fissò negli occhi il suo interlocutore. Quando ebbe finito di bere si voltò verso la porta della tenda.
“Dimmi Zarich, pensi che la tua filosofia spicciola possa funzionare ancora con me?” Con una risatina di indifferente scherno redarguì l’amico: “Dimmi cosa vuoi che faccia e fallo in fretta: sono stanco, ho bisogno di riposare.”
“Io mi occuperò di Lucio, tu stai vicino al generale.”
“Non sono uno dei cortigiani che girano intorno a Diocle.”
“Fai semplicemente quello che ti riesce meglio, sii la sua ombra. Soprattutto questa notte. Shalant mi ha detto che cercheranno di eliminarlo.”
Elios annuì gravemente, decidendo di ascoltare ancora una volta il suo amico: era il più saggio tra loro cinque, colui che pianificava le loro scelte a lungo termine con l’aiuto di Cassandra.
“Vado a fare un giro per l’accampamento.” Annunciò uscendo veloce.
Zarich, rimasto solo, si concentrò per alcuni istanti.
“Elios non capisce, Shalant, mi sembra quasi che si stia pentendo della scelta che abbiamo fatto.”
La voce dell’amica gli giunse chiara.
Non è vero, semplicemente è più emotivo di te. Quanti uomini abbiamo conosciuto e visto morire fino ad ora? Molti. Lui non ci farà mai l’abitudine, desidera la pace come la desideriamo noi, ma non brama la guerra come me e non riesce ad estraniarsi come fai tu.
“Quindi?”
Non ti crucciare, vedrai che compirà il suo dovere come sempre, anche perché stanno arrivando gli assassini. Entreranno dal portone est del castra.
“è confermato quindi. Opera di Carino?”
Lui non ne sa nulla, è tutto progettato a sua insaputa da alcuni che lo spalleggiano. Uomini che mancano dell’onore necessario a scendere in campo con i gladi in pugno ad affrontare la morte in battaglia.
“Ti ringrazio Shalant, non rischiare più del necessario.”
Gli rispose una risata che lentamente si affievolì.
Nel campo nemico, a quasi una lega di distanza, una figura solitaria seduta su alcune casse si riscosse da un pensiero che poi le fece increspare le labbra in un sorriso di scherno. “La morte sarà sempre la benvenuta Zarich, ma prima dovrà sconfiggermi.”

Il castra era stato costruito su un terrapieno ottenuto scavando il terreno circostante in modo da creare una collina sulla quale erano state erette le tende, mentre tutt’intorno il genio militare aveva eretto una palizzata con dei pali acuminati rivolti verso l’alto. In questo modo chiunque avesse tentato un attacco avrebbe dovuto salire fino a giungere ai piedi della palizzata e poi scalarla. Non un’impresa facile con gli arcieri a bersagliare gli assalitori da una posizione predominante. Le sentinelle che camminavano controllando il terrapieno sottostante avevano provveduto a far piantare delle torce accese ai piedi della collina in modo da poter illuminare parte della pianura sottostante.
Guardandosi intorno l’esploratore rifletté che il campo nemico non doveva essere molto diverso dal loro. Entrambi gli eserciti erano composti da veterani abituati alle battaglie, avevano attraversato l’impero per molte leghe sconfiggendo i generali nemici che erano stati eletti augusti dalle proprie legioni. Alla fine si era giunti allo scontro tra le ultime due fazioni rimaste, purtroppo era inevitabile.
Fissando il cielo che iniziava ad imbrunire, si ricordò di come quell’ultimo atto era iniziato. Carino, fratello maggiore del defunto imperatore Numeriano, forte del suo terzo consolato all’Urbe si era diretto con le proprie legioni contro Diocle per fermare l’avanza dell’esercito che si recava verso la Prefettura Italica. Al fianco di Diocle era accorso il fedele amico di una vita, Lucio Rubinus Antineo.
Le voci di due legionari lo riscossero dai propri pensieri.
“Non ce la faccio più Tito, dall’altra parte del fiume vi sono altri soldati del nostro stesso esercito, cittadini romani come noi.”
“Lo so, ma noi dobbiamo limitarci a fare bene il nostro mestiere. Abbiamo giurato fedeltà al generale Diocle.” Poi, con tono marziale e voce stentorea, riprese il compagno d’arme: “Apollonius, il nostro dovere è combattere per l’impero, il nostro generale potrebbe pacificarlo e riunirlo sotto la propria guida. Se Diocle è quell’uomo, io Tito Pullo sarò felice di morire per lui.”
Intorno era calato il silenzio, l’attenzione di tutti concentrata sul legionario che aveva appena dichiarato la propria fedeltà assoluta al loro generale con ammirazione.
Osservando quella scena Elios si rese conto che lui non apparteneva a quella razza di uomini, loro erano uniti e combattevano come un sol uomo per qualcuno che li avrebbe condotti alla vittoria. Egli, invece, inseguendo con gli amici un fine più elevato. non riusciva a legare con nessun altro: in troppi erano morti durante la sua vita e non voleva più soffrire per la perdita di persone care. Il ricordo dell’unica donna che avesse mai amato tornava ancora troppo spesso a tormentarlo, bruciante dolore di un amore perduto per sempre, e tornava in particolare nei momenti più importanti della sua vita, come quello. L’indomani, o forse quella stessa notte, avrebbe affrontato nuovamente la morte e lei non era li con lui. Si sentì solo e smarrito, esattamente come quel giorno maledetto dagli dèi, quando era tornato alla loro casa nei pressi del tempio di Sekhmet e lei non c’era come invece aveva promesso. Non una parola, né uno scritto, semplicemente se n’era andata.
Per non soccombere al dolore ed ai rimpianti si recò subito dal generale, per assolvere all’incarico affidatogli senza perdere ulteriormente tempo in inutili recriminazioni. Bastet non c’era e non ci sarebbe più stata. Punto.
Giunto dinnanzi alla tenda del generale, i bagliori delle torce sulla lorica della guardia che ne piantonava l’ingresso gli riportarono alla mente altri bagliori, su un’altra armatura. Un’armatura nascosta tra le fronde degli alberi dell’isolotto in mezzo al fiume quella sera durante la costruzione della palizzata. Espandendo i propri sensi aveva capito che non era un nemico, anzi una strana vibrazione mentale gli disse chiaramente che era Omar.
Nei giorni seguenti la decisione di appoggiare Diocle e Lucio, ognuno di loro aveva avvertito lo sguardo del vecchio amico puntato su di loro, ma nessuno era riuscito a contattarlo. L’uomo aveva isolato i propri pensieri impedendo loro qualsiasi forma di contatto: nemmeno Zarich con il suo immenso potere o Giulia con le visioni concesse da Apollo erano riusciti a individuarlo. Disapprovava le scelte fatte, ma si era inchinato alla maggioranza. Elios fece una smorfia a quel pensiero, ricordando il bagliore sinistro sulla sua armatura di piastre metalliche del colore del cielo mentre voltava loro le spalle per andarsene dichiarando che non sarebbe mai intervenuto.
“Dove devi andare esploratore?”
La voce della guardia lo riportò alla realtà di quella notte. “Sono atteso dal generale, gli devo comunicare delle notizie importanti.”
Il legionario scomparve all’interno della tenda per uscire poco dopo con l’ordine di farlo passare.
L’interno della tenda, più grande di quelle degli altri soldati sebbene il generale non la dividesse con nessuno, era molto spartano: un tavolino da campo ed una sedia della stessa pratica fattura erano posti al centro del locale, su un lato, ma scostato dalla pesante tela, vi era una branda coperta da varie pellicce. Sul tavolino vi era una mappa srotolata della zona in cui si trovavano, gli angoli bloccati da alcuni sassi e sul disegno erano state apportate alcune note vergate da una mano forte e nervosa.
Diocle era seduto e beveva del buon falerno invecchiato con aria rilassata. Quando Elios ebbe completato il saluto lo fissò, ma il suo pensiero era ancora fermo alla mappa stesa sul tavolo, ancora perso nelle tattiche per il giorno seguente.
“Generale, Zarich pensa che tu possa subire un attentato nella notte e mi ha mandato a vegliare su di te.”
“E Lucio?”
“C’è chi veglia anche su di lui.”
A quelle parole l’uomo gli si avvicinò sorridendo divertito a quelle parole. “Perché proprio tu? Ci sono migliaia di legionari.”
Elios non rispose, fissando serio il generale che lentamente si aprì in un sorriso sarcastico. Quell’esploratore all’apparenza innocuo e pacato era della stessa pasta di quel sacerdote, Zarich. Così come le due donne: Giulia Varrone e quella Shalant. Anche se si mascherava, aveva capito che era una donna. Quei quattro celavano al mondo una conoscenza arcana che ai più, se non a tutti, era negata. Lo sentiva nello stomaco.
“Levati l’armatura, mettiti comodo.”
L’armeno eseguì il bizzarro ordine senza commentare, nonostante un primo momento di stupore, poi i due si sedettero a studiare la mappa della zona, facendo le varie considerazioni del caso: scoperte, avamposti nascosti, tattiche di accerchiamento.
I due si fissarono negli occhi, bevendo vino e Diocle si sentì sempre più sicuro di ciò che pensava di lui e degli altri tre. Mestamente riprese a parlare, considerando che le sue stesse elucubrazioni assorbissero quelle prime ore della notte anche Carino: anche lui avrebbe attuato le sue stesse mosse venendo a conoscenza dei suoi di avamposti.
“Siamo figli della stessa città e della stessa scuola. E stiamo per scannarci per essa. Roma vale tutto questo sangue, Elios?”
Elios rimase in silenzio a lungo prima di rispondere, riflettendo sulla domanda dell’uomo. “Sì, generale. Roma vale questo sangue, in caso contrario non saremmo qui, in questa notte a fare queste valutazioni.”
“E se fosse tutto un errore?”
“Non esistono gli errori, Diocle. Il mio aio era solito dire che esistono esperienze che ci segnano e ci formano, dandoci la misura del corretto vivere.”
“Era un uomo saggio.”
“Sì, lo era.”

Dopo molto tempo passato a parlare Elios chiese il permesso di assentarsi un momento in quanto gli sembrava di aver sentito il richiamo di una delle sue spie.
Quando rientrò comunicò brevemente alcune nuove informazioni e, posto il tempo di indossare nuovamente l’armatura, l’esploratore uscì dalla tenda dirigendosi a passo veloce verso la tenda di una decuria dall’altro lato del castrum.

L’uomo entrò nella tenda e si levò l’elmo guardando l’assonnato decurione al lucore della lampada ad olio la cui fiamma era smorzata al minimo. Quando il decurione vide che l’uomo in armatura non era l’esploratore armeno, scattò immediatamente. Venne fermato da un ceno della mano prima di portare a termine il saluto. La voce del nuovo venuto gli trasmise una calma ed una serenità che non pensò di sentire nell’uomo, non in quella notte prima della battaglia decisiva. Tutti sapevano che quello dell’indomani sarebbe stato l’ultimo scontro, e da esso ne sarebbe uscito un solo vincitore. Chi, al momento lo sapevano solo gli dèi, visto che in quel campo di generali ce n’erano due.
“Non ti preoccupare centurione… Decimus Pollius Volusianus. Ho bisogno di un posto dove poter riposare tranquillo questa notte.”
Il soldato lo fissò sgomento, il suo generale gli stava chiedendo ospitalità. Con un paio di calci ben assestati fece alzare e spostare due legionari per far posto all’importante ospite. Dopo che tutti si furono riposizionati una voce nella penombra diede voce ai dubbi che assillavano ognuno di loro.
“Scusa Diocle, ma con una tenda ed una guardia per te come mai vieni a dormire con noi?”
“Appius!”
“No, ha ragione lui Decimus. Ho passato molti anni in legione ed ho dormito per terra come voi. Ora che sono generale dormo in una branda e le mie ossa ne sono contente. Ma sono sempre un soldato come lo siete voi ora. E lo sarò anche domani, sul campo di battaglia, ed anche dopo se gli dèi ci guarderanno benigni.” Dopo un attimo di silenzio in cui ognuno dei presenti levò una muta preghiera ai propri lari il generale concluse. “Non voglio dimenticare da dove vengo.”
Il silenzio che seguì fu carico di rispetto ed ammirazione per quell’uomo.
Da fuori giunse un burbero rimprovero: “Zitti branco di cani! Da adesso silenzio fino all’alba. I turni di guardia sono decisi, Appius, Titus, Gallus, Titus Falerius Dacien, Caius ed infine Gnaeus: la seconda metà della terza vigilia farete la ronda sulla palizzata.”
Dopo l’abituale saluto notturno del centurione di ispezione, nella tenda calò il silenzio interrotto dal russare di alcuni legionari. Nulla impedì al generale di dormire tranquillo quella notte. La terra gli diede sicurezza, come la presenza di quegli uomini che avrebbero dato la vita per lui e per Lucio.
Prima di addormentarsi a sua volta, il decurione Decimus Pollius Volusianus pensò che se fosse sopravvissuto alla battaglia del giorno dopo la sua vita, come quella dei suoi uomini, sarebbe cambiata per sempre. Avrebbe potuto raccontare di aver ospitato nella propria tenda il più grande generale dei suoi tempi.
Continua.....

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