Elios Tigrane, l'armeno - Parte II

Aegyptus, confine OrientaleNel buio della tenda l’uomo si svegliò di soprassalto. Maledizione ancora quel sogno. Pensò, tergendosi la fronte accaldata.
“Per quanto mi perseguiterà il tuo ricordo amore mio?” Parlava a fatica cercando di respirare nel caldo afoso della tenda. “Per quanto ancora dovrò rivedere i nostri momenti felici? Bas perché ti sento vicina, ma non ti posso toccare?”
Le domande sussurrate alla notte, come ogni altra volta, non ebbero risposta.
“Signore, c’è qualcuno con lei?” La voce del macedone di guardia alla sua tenda lo scosse dal proprio incubo personale.
“Sono solo. Stavo … pensando ad alta voce.”
In quel mentre dei passi si avvicinarono alla tenda. “Generale Elios, Aleksandros ti vuole subito nella tenda di comando, insieme agli altri generali.”
“Arrivo.”
La stanca risposta che giunse da dentro la tenda non fu soddisfacente per l’attendente del grande condottiero, che entrò spalancando la tenda intenzionato a dare una lezione a quello sbruffone armeno; “Allora generale, siamo chiari: quando lui chiama, tu devi abbandonare la puttana di tur…” Non fece tempo a terminare la frase che la mano dell’uomo lo aveva afferrato alla gola in una mortale stretta. Percepì il corpo del generale alzarsi dal letto e spostarsi verso di lui. Si domandò come avesse fatto ad agguantarlo in quel modo rimanendo sulla branda, ma ogni interrogativo si spense quando si ritrovò a fissare quegli occhi verdi come il mare più profondo, quel volto perennemente abbronzato incorniciato da quella criniera indomita di lunghi capelli neri. La voce del generale gli giunse gelida e tagliente.
“Posso sopportare la tua presenza perché tuo padre è un alleato di Aleksandros il Grande, ma se pensi che sopporti un’altra intromissione ti sbagli di grosso. Fallo un’altra volta e sei morto.” Lasciò la presa e l’uomo riprese a respirare. “Adesso vattene, dì al mio signore che lo raggiungerò.” Come ebbe finito di parlare Elios si voltò dirigendosi al catino che aveva nella tenda, sopra al tavolo da campo, per lavarsi, ignorando il giovane a terra, livido di rabbia che poco dopo uscì dalla tenda imprecando roco contro di lui.
Dopo essersi lavato indossò l’armatura e la spada e si diresse all’uscita. Una sensazione familiare lo bloccò prima di uscire. Era certo che vi fosse qualcuno che l’osservava alle sue spalle, lentamente si voltò portando la mano destra all’elsa della spada corta che aveva appena assicurato in vita. Nessuno. La tenda era immersa nella semioscurità, ma alcuni raggi di luce filtravano permettendogli di vedere perfettamente ogni angolo. E non vi era nessuno. Il pensiero che lei gli fosse accanto si era insinuato subdolo ancora una volta, ghermendogli il cuore. Da quando l’armata era entrata in Aegyptus provava sempre più spesso la sensazione di sentirla vicina, ma poi la realtà reclamava il suo tributo di dolore: era solo suggestione. Come in quel momento.
Il pensiero divenne parola senza rendersene conto: “Strano, mi sembrava di essere osservato…” scosse mestamente la testa, avviandosi all’uscita della tenda, cercando di convincersi ad accettare l’amara verità: “no, impossibile. Mi ha abbandonato molto tempo fa e devo dimenticarla.” Quindi uscì dalla tenda incontro al nuovo giorno dirigendosi verso il proprio condottiero, un velo di tristezza negli occhi verdemare.
Da un angolo scuro una figura si mosse lenta, sconfitta ed abbattuta, verso il letto, si inginocchiò inspirando l’odore dell’uomo che lo aveva occupato fino a pochi istanti prima. La donna carezzò dolcemente il pagliericcio.
“Amore mio… ti proteggerò fino a quando mi sarà possibile.”
Alle sue spalle una seconda figura di donna uscì dalle ombre e, posandole una mano sulla spalla le parlò dolcemente: “Andiamo figlia mia, non è posto per te questo; le loro vicende non ci competono più.”
La giovane la guardò con aria di sfida: “Voi lo avete deciso, non io. Voi mi avete imposto di lasciarlo e l’ho fatto, ora basta! Veglierò su di lui fino a quando sarà sulla nostra terra.” Un ruggito basso e minaccioso rafforzò le parole della donna dalla testa di leonessa.
“Va bene.” Porgendole la mano l’antica regina l’aiutò ad alzarsi. “Tuo padre non sarà per nulla contento di questo, ma io non posso ignorare i tuoi sentimenti. Conosco la tua sofferenza.”
Le due donne si avviarono affiancate verso l’oscurità e semplicemente scomparvero, così come erano apparse, non viste e non sentite.
Nessuno aveva percepito la presenza delle due donne, udito il basso ringhio leonino. Nessuno tranne uno scriba che si era fermato davanti alla tenda, turbato da quanto percepiva, incerto ora se entrare e svegliare l’amico. Quando si rese conto che all’interno della tenda non vi era nessuno chiese alla guardia dove fosse il generale e venne indirizzato verso la tenda del loro condottiero.
Elios era passato a ritirare un pezzo di pane, della birra egiziana e del miele prima di andare al consiglio di guerra e trovò il suo vecchio amico che stava andando nella sua stessa direzione.
“Zarich, cosa mi dici? Ci sono novità?”
“Ci sono sempre delle novità, per chi sa ascoltare. Ad esempio tra due giorni saremo vicino al mare, dove Aleksandros vuole costruire la sua città, il suo sogno.”
“E tu hai già preparato tutti i progetti.” Concluse l’amico sicuro.
“Certo, come avevamo stabilito, tutto procede secondo i nostri piani.”
“Bene.”
“Elios, ti vedo stanco, continui a sognarla?”
L’amico girò la testa verso il deserto. Dopo aver sbattuto le palpebre più volte per proteggersi dal riverbero del sole si decise a rispondere.
“Sì, Zarich, la sogno ancora, quasi ogni notte. Da quando siamo in queste terre, poi, mi sembra di sentirla vicina, anche se alla fine non c’è mai.”
L’amico sorrise tristemente, prima di parlare: “Decisamente non sei in te, altrimenti ti saresti accorto di alcune cose che io ho chiaramente percepito.”
Elios si voltò di scatto guardandolo speranzoso. “Lei ..”
In quel mentre da dietro un albero comparve una figura che indossava una tunica marrone scuro interrompendo il discorso tra i due.
“I vostri piani non riusciranno amici miei, Giulia è certa che presto perderemo il nostro prode condottiero.” Il tono del nuovo venuto era preoccupato, ma irridente al tempo stesso. “Non guardatemi in quel modo, lo sapete che ha la fissa della ricerca di quel luogo e lei non riesce più a trattenerlo, tra poco si dirigerà a est, con una parte dell’esercito.”
I due lo fissarono interdetti.
“Sì, non riesce più a tenerlo, ormai la sua è diventata una fissazione e a noi toccherà organizzare i suoi successori. Altro che la vostra idea di un impero unico ed in pace. Mi sa che presto non ci sarà nemmeno più un esercito.”
I tre si voltarono all’unisono e si diressero verso la tenda del grande condottiero.
Pochi anni più tardi Alessandro Magno partì per l’India. E non tornò più.
Continua.....

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