Marco Sestio Augusto - il prefetto (Parte VI)

Marco attendeva impaziente. La sua piccola perla era fuggita da mesi ormai e non era più riuscito a trovarla. Aveva cercato, alla fine, anche al castra pretoriano, chiedendo della sua coorte. Si era sentito dire che le informazioni in merito alle coorti della Legio M Ultima erano riservate solamente alle più alte cariche militari e civili.
L’aveva presa. L’aveva avuta. E, alla fine, l’aveva persa.
Era un uomo sposato, suo figlio stava per nascere e Laetitia, sua moglie, era nell’ala accanto al vestibulum[i] a partorirlo. E lui pensava ad una schiava.
Scosse la testa disgustato di sé stesso, rendendosi conto di quanto gli fosse entrata nel sangue quella giovane donna.
Solo nel suo studium, Marco tornò con la memoria al giorno in cui aveva promesso a sua moglie di dimenticarsi di lei, di Rhea. Dopo aver fatto quella promessa si era affacciato alla finestra inondata dal sole del tardo pomeriggio che passava attraverso i velarii del peristilium. Aveva osservato il giardino, osservando il punto in cui la sua piccola perla bruna stava seduta a gambe incrociate ad offrire il viso al primo raggio di sole all’alba. Tante volte l’aveva vista in quella posa, non si era mai svegliato con lei nel letto. Mai. Aveva tirato un pugno rabbioso al muro accanto a sé prima di tornare risoluto alla scrivania tentando di cancellarla dalla memoria. Aveva fatto una promessa a sua moglie e lui era un uomo di parola. Sempre. Anche quando la cosa era per lui estremamente dolorosa e difficile. Come non cercare e non pensare più alla sua Rhea. Non l’aveva più cercata, ma pensarla… ricordarla… era tutta un’altra questione. Si infilava nei suoi pensieri con quel suo sorriso allegro e contagioso quando meno se l’aspettava. Anche in quel momento, mentre sua moglie stava dando alla luce la loro figlia. Figlia. Laetitia era sicura che fosse una femmina.
Rabbrividì, uscendo dallo studium ed andando al larario di casa a pregare gli dei Mani ed i Lari di proteggere sua moglie. Poco tempo prima una loro cara amica era morta di infezione pochi giorni dopo aver dato alla luce il suo terzo figlio. La cosa poteva colpire qualunque donna. Non Laetitia, vi prego, non lei. L’ho già fatta soffrire io a sufficienza, vi prego.Poco dopo la levatrice uscì dalla stanza con aria afflitta. Il pianto disperato di un bambino squarciava il silenzio della grande casa. Suo figlio era venuto al mondo. Figlia. Era padre.
“Come sta?”
“Padron Marco… sta male. Dubito che arriverà a sera. Ha perso troppo sangue…”
“Come sarebbe a dire??!?”
La donna inspirò. “La bambina non era messa bene. Sarebbero morte tutte e due e allora domina Laetitia mi ha ordinato di farla nascere.” Con le lacrime agli occhi la levatrice proseguì: “Ho effettuato un taglio e l’ho suturata, ma… continua a perdere sangue. L’emorragia dovrebbe essere già cessata.”
“Invece no?”
La donna scosse mestamente la testa. “Ha fatto la sua scelta, domine, conosceva il rischio.”
Marco deglutì a vuoto. Una figlia. Sentiva il terreno sparirgli sotto i piedi. Una femmina. Laetitia stava per morire. La sua preghiera, per quanto sentita, era rimasta inascoltata. “È sveglia?” Sussurrò timoroso.
“Sì.”
“Voglio vederla.”

Uscì due ore più tardi, piangendo silenti lacrime amare, tra le sue braccia un fagottino dormiente. Non aveva voluto lasciarla alla levatrice. Era sua figlia. Doveva trovare una balia alla sua bambina. Andando verso l’area degli schiavi per dare ordini in merito, tornò con la memoria agli ultimi istanti di vita di sua moglie. L’aveva amata, anche se non con la bruciante passione che aveva provato per quella perla di schiava trovata per caso lungo la strada.
“Marco, ti prenderai cura di nostra figlia? Anche se è una femmina, sarai attento a lei?”
“Certo, amore. Tu pensa a rimetterti in forze.”
Laetitia aveva quasi riso. “Lascia stare, vedo la parca che sta per tagliare il mio filo.”
“Non dire così, ti prego.”
“Ti rimorde la coscienza?”
Lui l’aveva guardata interdetto e Laetitia gli aveva carezzato una guancia dopo aver liberato la mano dalla sua presa. “So che hai amato Rhea più di me.”
Lui non potè far altro che chinare vergognoso il capo.
“Non ti crucciare, non possiamo governare il cuore. Lui sceglie e noi possiamo solo adeguarci. Sappi solo che ti ho amato tanto.”
“Laetitia… io ti amo.”
“Lo so. Ti amo anche io.”
“Tesoro, come vorresti chiamarla?”
Lei ci aveva pensato un po’ su. “Non te la prendere a male, spero che un giorno tu possa ritrovarla.”
“Che stai dicendo?”
“Rhea.”
“Letti…” Si era sporto a baciarla, volendo cancellare quel nome, quella donna che anche a distanza di mesi era ancora tra loro. Che sarebbe rimasta sempre tra loro.
Chiudendo gli occhi stancamente, con un mezzo sospiro contro le sue labbra, la donna aveva concluso: “Chiamala Rhea.”
Lui l’aveva baciata ancora. Si era addormentata così, baciandolo. Il respiro l’aveva lasciata pochi istanti più tardi.

Passò i giorni successivi in preda alla più cupa disperazione e senso di colpa, per risollevarsi lentamente con il passare del tempo. Per non soffermarsi troppo sul proprio dolore e sulla sua inadeguatezza di padre, aveva iniziato a girovagare per tutto l’Impero, tuffandosi negli affari più disparati e riuscendo a farsi un nome ed una cospicua ricchezza. A dispetto del suo nome altisonante, Marco Sestio Augusto era nato e cresciuto senza il becco di un quattrino. Aveva fatto fortuna con un paio di razzie durante le campagne militari e, soprattutto, sposando Laetitia.
La piccola Rhea cresceva a vista d’occhio, ma non gli riusciva di occuparsene come avrebbe dovuto, così come aveva promesso alla moglie di fare. Tuttavia, quando la piccola ebbe compiuto i sei mesi di vita, decise di portarla sempre con sé.
Passò l’anno successivo a riprendersi e scoprì che l’avere la piccola accanto, guardarla gattonare intorno, lo aiutava a distrarsi e, poco alla volta, prese l’abitudine di metterla lui stesso a dormire, ovunque fosse e qualunque cosa stesse facendo. La sua piccola Rhea ebbe la precedenza su tutto. Si contornò di balie e tate, sia schiave che donne libere e pagate, affettuose ed attente, divenne un padre modello.
Poi un giorno, ormai affermato mercante, tornò ad Augusta Taorinorum e, sentendo che si era in vista delle elezioni del praefectus urbis[ii], decise di dare una svolta alla propria vita. Quella notte aveva sognato Laetitia. Con in braccio la loro piccola creatura. E lo rimproverava di piangersi addosso e di essere continuamente in fuga. Era vero.
“Fulvio!” Chiamò a gran voce.
“Padrone, sono qui.”
“Pensavo di dare una maggiore stabilità alla mia vita.”
“E come, domine?”
“Mi voglio candidare come prefetto.”
“Domine… qui non ti conoscono bene come gli altri candidati.”
“È vero.” L’uomo sorrise furbescamente. “Ma è anche vero che gli altri candidati non sono ricchi quanto me.”
Fulvio si concesse il lusso di ridere, comprendendo dove volesse andare a parare il suo padrone.
“Fulvio, fammi vincere queste elezioni e potrai considerarti un uomo benestante.”
“Davvero, domine?” Domandò sorpreso lo schiavo.
“Sì.”
Un mese più tardi, Marco Sestio Augusto venne proclamato praefectus urbis di Augusta Taorinorum. E Fulvio si concesse il lusso di comprare un appartamento al primo piano in un’insula poco distante dalla domus del suo benefattore. Ora era un liberto, sapeva che sarebbe rimasto legato per sempre a Marco Sestio, ma da uomo libero.

Finito il banchetto di festa e di ringraziamento, mentre gli schiavi si davano da fare per ripulire l’exhedra[iii] dal macello combinato da alcuni convitati, il neo prefetto girava indolente per la casa, per assicurarsi, retaggio del suo passato militare, che tutte le imposte fossero ben chiuse.
Suo malgrado tornò con la memoria ai due mesi più memorabili della sua vita, un anno e mezzo addietro. Con Rhea, quella perla di schiava retica o greca. Sorrise. Tutt’e due aveva detto lei. Andò all’arca e trasse dalle sue profondità una piccola bulla in argento, carezzandola con nostalgia. Gli mancava quella ragazzina che aveva messo a soqquadro la sua casa e la sua vita. Gliel’aveva strappata dal collo pochi giorni dopo il loro arrivo in quella domus. Pochi giorni prima che lei entrasse nel suo letto. Nel suo cuore. Sospirò rigirandola tra le dita e, alla fievole luce della lucerna posata sopra il mobile, un’incisione che non aveva mai notato prima attirò la sua attenzione.
Sotto ad un decoro vi era inciso un nome, un nome celtico. Ed all’improvviso capì che lei gli aveva sempre raccontato la verità. Stringendo la bulla spasmodico, tirò un violento pugno contro l’anta fasciata di ferro dell’arca di famiglia.
Aveva perso sua moglie. Aveva perso anche la sua piccola perla bruna. Era completamente solo, ora.
Ed il suo cuore diede voce ad un solo nome: “Aife…”
Scritto da: Atia Rubinia
Revisionato da: Elios Tigrane

[i] Vestibulum: il vestibolo, un grande androne di accesso delle ricche case romane.
[ii] Praefectus Urbis: il prefetto urbano era una carica civile che governava la città e ne amministrava anche la giustizia.
[iii] Come il triclinium, l’exhedra era una stanza adibita ai banchetti, generalmente era affacciata su un giardino posteriore più grande ed era presente solo nelle domus più grandi.

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