Marco Sestio Augusto - il prefetto (Parte V)

Iunius - Augusta Taorinorum
La ragazza correva nella notte per i vicoli di Augusta Taorinorum avvolta nella pesante palla, stringeva spasmodica in mano un piccolo pugnale. Si guardò freneticamente attorno, timorosa che la sua complice l’avesse tradita ed ogni latrato di cane la faceva sobbalzare.
Invocò la protezione di Apollo, suo Nume, e piangendo lacrime amare di disperazione uscì dalla città e riuscì a tornare laddove tutto era iniziato. Trovò quanto nascosto e poi, sfinita e provata pronunciò un’unica frase: “Cumar. Aiutami, ti prego.”
Travalicando il tempo e lo spazio, senza nemmeno sapere come avesse fatto, la sua invocazione arrivò a destinazione.
All’alba l’uomo giunse a cavallo, l’abbracciò affettuosamente, si assicurò che stesse bene guardandola preoccupato ed attento, quindi l’aiutò a salire in groppa all’animale e, montato dietro di lei, partirono a spron a battuto.
In distanza i cani avevano seguito le sue tracce, guidando i cacciatori di schiavi fuggiaschi, ma le persero poco dopo. Trovarono solo una buca in una radura e le vesti gettate a terra. Di lei nessuna traccia. “Qualcuno l’ha portata via, padrone. Era a cavallo.”
Marco strinse i pungi e digrignò i denti, arrendendosi suo malgrado alla sconfitta. Aveva frugato la città in lungo ed in largo per quasi tutta la notte, cercando disperato la sua piccola perla. Troppo tardi si era ricordato di quando l’aveva catturata. Di quella radura, della terra smossa come se qualcuno vi avesse scavato una buca per seppellire qualcosa, delle sue mani sporche di terra.
“MALEDIZIONE!!!”

Marco camminava su e giù per il suo studium nervosamente. Qualcuno bussò lieve, quasi avesse timore di disturbare.
“Avanti!”
Era Laetitia, sua moglie. Con il pancione ora evidente, risplendeva di una bellezza che solo in altre donne in attesa aveva visto. Ma a lui non sortiva alcun appassionato effetto, se non un profondo rispetto ed un amore gentile.
“Posso?”
“Certo, accomodati moglie mia. Cosa posso fare per te?”
Lei si sedette su una poltroncina e si sporse a prendere un cuscino da quella accanto mettendoselo dietro la schiena.
“Avrei da chiederti un favore, mio signore.”
“Certo, dimmi pure. Dell’acqua? O preferisci dell’idromele?”
“Acqua per favore.”
“Allora?” Le chiese porgendole una coppa.
“Dimenticati di Rhea, per favore.”
Lui gelò. “Cosa ti fa supporre che io stia pensando a lei? Sono passati molti giorni dalla sua fuga.”
“Si vede. Sei intrattabile e pensieroso da quando se n’è andata.”
“Ho in ballo un grosso affare che potrebbe portarci una notevole ricchezza. Inoltre sto trattando per l’acquisto di un’insula[i] in periferia. Come vedi sono altri i pensieri che mi assillano.” Rispose lui, malamente.
Laetitia bevve un sorso d’acqua prima di replicare gelidamente: “Bugiardo.”
“Come osi donna?”
“Oso eccome. Da quando ho cominciato a gonfiarmi non mi hai più nemmeno guardata. Anche dopo che sono tornata da Nicaea hai passato tutte le notti con lei. E ora che manca da un mese un orso incattivito sarebbe comunque più trattabile di te.” La donna sbuffò, maledicendo la propria lingua. Aveva rinfacciato al marito una cosa normale. Se l’avesse presa a sberle avrebbe fatto bene, aveva addirittura alzato la voce con lui!
Marco rimase stupito da quell’attacco da parte della sua nobile ed austera moglie. Mai si era pronunciata sulle sue relazioni, ed ora scattava così per una schiava. Dev’essere la gravidanza, pensò a titolo di giustificazione. Quello sfogo era inusitato. Sospirando si accomodò a sua volta nella poltroncina accanto alla moglie. “Non voglio arrecarti danno, Laetitia. Aspetti mio figlio.”
“Figlia.”
Lui scosse la testa. “Sarà maschio, hai detto che le levatrici e le sacerdotesse di Vesta ti hanno detto tutte che sarebbe stato maschio.”
“Ma un oracolo mi ha detto che sarà femmina e credo più a quest’oracolo che a tutte le donne che ho pagato per un responso.”
“Oh.” Lui la guardò incuriosito e, finalmente dopo giorni di tensione, più rilassato. “E quest’oracolo non si è fatto pagare?”
“No. Non ha voluto niente, mi ha detto solo di amarti e rispettarti e di pretendere altrettanto da te.” Lei scosse la testa, fissando lo sguardo nella coppa ancora piena d’acqua. “Ha ragione, Marco. Dovrei pretenderlo, ma non posso. Sono solo una donna. Tua moglie. Non posso pretendere nulla da te, ho tutto quello che una donna sposata può volere. Qualunque cosa tu decida, io ti sosterrò sempre.”
Mentre la moglie beveva, Marco rifletté sulle sue parole. D’accordo che nessuno badava se un uomo era fedele o meno in un matrimonio, era prassi comune recarsi ai lupanari o portarsi a letto le schiave o gli schiavi, a seconda dei gusti. Eppure vi era un velato quanto malinconico rimprovero nella voce di Laetitia.
“Ti infastidisce che abbia altre donne?” Quando vide che lei non rispondeva, la incitò: “Sii sincera, per favore.”
“Sì, mi dà fastidio.”
“Perché?”
“Perché, Marco, nonostante il nostro matrimonio sia stato deciso da altri, io mi sono innamorata di te. E non vorrei dividerti con nessuna.” Dopo una breve pausa, lei aggiunse mesta, in un sussurro: “Nemmeno con una schiava. Ma ciò che provo io non conta, tu sei il paterfamilias[ii] e purché la cosa non arrechi scandalo alla nostra casa, sei libero di fare quel che vuoi.”
Marco si arrese all’evidenza. A modo suo amava quella donna dolce e gentile, sempre pacata. E vederla così afflitta gli fece comprendere che l’essersi portato a letto Rhea tutte le notti anche dopo il suo rientro l’aveva ferita. Ecco perché gli chiedeva di non cercare più la piccola fuggiasca.
Per la prima volta, Marco Sestio Augusto, fece una cosa che gli marchiò l’anima: diede la sua parola contro la propria volontà. “Non la cercherò più, né la farò cercare. Rhea è andata via da questa casa ed è tempo che non si parli più di lei. Hai ragione, moglie, mi sono comportato come un idiota, rischiando di far cadere su questa casa uno scandalo.” Si allungò a prenderle una mano. “Mi dispiace, cara. Davvero.”
Lei accettò muta le sue scuse.
Poco dopo l’attenzione della donna venne attirata da una piccola stretta alla sua mano, ancora racchiusa in quella grande e callosa del marito. Guardandolo, lo vide pensieroso.
“Figlia, hai detto? Una femmina, dunque?”
Lei sorrise, ripensando alle parole peperine dell’oracolo in questione. Assunse un’espressione altera e le ripeté piccata: “Prenditela con te stesso, mio caro, sei tu che hai sbagliato figlio da piantare nel mio grembo.”
Lui la fissò sconvolto. Poi vide un luccichio malizioso negli occhi della moglie e ridendo le baciò le nocche, per poi alzarsi e piazzarsi davanti a lei, mani ai fianchi. “Farò meglio la prossima volta, donna. Te lo garantisco!”

[i] Insula: l’equivalente romano dell’odierno condominio.
[ii] Paterfamilias: il capo famiglia.
Continua....

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