Marco Sestio Augusto - il prefetto (Parte IV)

Iunius - Augusta Taurinorum
Lei arrivò portata dal sole nella domus ma lasciando il ghiaccio nel suo giovane cuore innamorato. Domina Laetitia era finalmente tornata a casa, dopo una visita di un mese alla sorella in Gallia, vicino a Nicaea[i].
Quando la vide, l’ultima schiava del padrone, la sua amante dell’ultimo mese, gelò. Dapprincipio aveva pensato che fosse un’amica di famiglia, ma quando Gerbenat le aveva detto che quella donna pacata e solare era la moglie del domine, tutto le era crollato addosso. Sposato. Lei non aveva mai preso in considerazione l’eventualità che il suo Marco fosse sposato.
Meno ancora ragionò sul fatto che fosse consuetudine degli uomini andare a donne anche dopo sposati. Rapporti solidi ed assoluti come quelli dei suoi genitori o degli zii erano cosa assai rara. Ciononostante, si sentì tradita. E subito dopo si illuse: se lei gli avesse dimostrato di non essere una schiava facendogli conoscere il suo rango, di certo Marco avrebbe lasciato la moglie per sposare lei. In realtà sapeva che quella era solo una pia illusione del suo cuore innamorato, ma non lo avrebbe mai ammesso.
Marco accolse con gioia l’arrivo della moglie e quella notte non reclamò la schiava nel suo letto. Il mattino successivo, dopo un breve momento di trambusto, il domine uscì raggiante dalla sua camera da letto ed annunciò al mondo che sua moglie attendeva un figlio.
La ragazza si sentì cedere il terreno sotto i piedi e corse da lui, non seppe nemmeno lei perché. Forse perché tra le sue braccia si sentiva al sicuro, forse perché voleva sentirsi dire che era solo un sogno. Un brutto sogno.
Marco, invece, la strinse con foga in un abbraccio allegro e felice: “Fammi le congratulazioni, mia piccola perla, sono un uomo fortunato.”
Lei deglutì piano, tentando di divincolarsi trattenendo le lacrime amare che premevano per uscire. “Le mie … congratulazioni, Marco.”
Lui la guardò severo mentre la rimetteva a terra, infastidito dall’uso del suo nome proprio al di fuori della camera da letto, Ignorò la libertà che si era presa solo perché nessuno la sentì. Gli altri servitori erano già tornati ai propri doveri dopo aver esultato alla notizia. Per fortuna. Guardò la giovane schiava e le sollevò il visetto pallido. “Stai male?”
“Un po’.”
“Allora oggi riposati. Sei esentata dai lavori.”
“Sì, domine. Grazie.”
Non ancora convinto la prese per un braccio e la trascinò nel suo studium. Una volta chiusa la porta alle proprie spalle le chiese freddamente: “Si può sapere cos’hai? Dovresti essere felice per me.”
“Sei sposato.”
“Certo che lo sono. E allora?”
“Non me l’hai detto.”
“Che differenza fa?”
“La fa, Marco. Sei sposato. Con… con un’altra!”
“Direi che è evidente.” Replicò lui freddamente, guardando quegli ammalianti occhi neri fissarlo con aria accusatoria, colmi di lacrime. Che accidenti prendeva a quella schiava? Le voleva bene, teneva a lei. Gli era mancata quella notte, ma era pur sempre una schiava. Non aveva il diritto di appellarlo come una moglie gelosa.
“Ma… ma… hai detto di amarmi!”
Lui rise. Era vero, ma lui amava anche sua moglie.
Quella risata ferì la fanciulla che, ebbra di rabbia, gli si scagliò contro tempestandogli il petto di pugni: “Io ti amo, dannazione, ti amo!! Non conta nulla per te? Non conto nulla?”
Marco le prese saldamente i polsi, allontanandola da sé e le tirò una sberla: “Dimentichi che sei solo una schiava, Rhea?”
“Io non mi chiamo Rhea!!”
La mano di Marco calò nuovamente contro la sua guancia, facendola piangere. “Smettila con questa storia assurda!”
“È la verità!”
Lui la scrollò per le spalle con forza: “Sei una schiava, Rhea, la mia schiava! Nulla di più e nulla di meno! Ti voglio bene, ma non ti permetto di comportarti come una moglie offesa, non lo sei! Sono stato chiaro?”
Singhiozzando ferita, lei si limitò ad annuire, congedandosi subito dopo.
Quando Marco rimase solo un dubbio lo sfiorò subdolo: amava Laetitia, ma amava anche Rhea. A quale avrebbe rinunciato se ne fosse stato obbligato? Con un alzata di spalle liquidò la questione come un pensiero da filosofi non adatto ad un domine romano. Dopotutto erano entrambe sue, il problema non si poneva.

I successivi giorni la giovane greca li passò muta, invisibile. Fu strano, nella domus, non vedere il segno di altri scherzi. Quella notte, dopo il litigio del mattino, lui l’aveva reclamata e, quando non l’aveva trovata nella propria camera, Marco l’aveva fatta prelevare dal fedele Fulvio. Era stato umiliante per la fanciulla; ancor più umiliante era stato il modo in cui l’uomo aveva fatto l’amore con lei: senza curarsi delle sue rimostranze aveva usato invece tutte le sue nozioni per farla impazzire di desiderio e amarla con rude passione. Passione ampiamente ricambiata, suo malgrado. Lui era diventato la sua droga, l’aria che le dava la vita.
Con un sospiro la schiava bussò alle porte della domina. Da un paio di giorni i suoi compiti vertevano sulla cura della padrona e quella situazione stava velocemente deteriorando tutte le sue forze interiori. Nemmeno la meditazione mattutina l’aiutava più.
Dopo quei lunghi momenti di passione, aveva cercato di parlare ancora con Marco della loro situazione e lui l’aveva confortata nuovamente, ma anche rimessa al suo ruolo di schiava con fermezza.
“Ma perché non mi credi?” Gli aveva chiesto per l’ennesima volta.
“Mi pare strano che questa storia salti fuori proprio adesso, non trovi?”
“Ma è la verità!”
“Provalo, allora.”
La ragazza era ammutolita sapendo di non avere le prove materiali che lui le chiedeva. Non lì. Marco con una carezza gentile le aveva asciugato gli occhi baciandola gentilmente, quindi l’aveva amata con una dolcezza struggente. Ancora abbracciati lui aveva detto solamente: “Sono un uomo fortunato, Rhea, ad averti accanto, ma sei testarda come un mulo… Mia moglie è una donna coscienziosa e devota alla pace domestica, sa stare al suo posto… perché tu no?”
E lei aveva pianto, rassegnandosi infine che così era la vita e che gli schiavi contavano poco o nulla. Ai suoi occhi lei era già più preziosa di qualunque altra donna in quella domus. Eccetto sua moglie, ovviamente Si era posizionata meglio, accoccolata contro la sua spalle e lui l’aveva cinta con le braccia, dandole un bacio sulle labbra ed uno sulla fronte prima di crollare addormentato. Lei, invece, era rimasta sveglia a fissare immota la parete invisibile nel buio della notte, reprimendo i singhiozzi. A dispetto di quanto lui pensasse, non riusciva ad accettare la cosa. Non ci riusciva proprio.
“Avanti.” L’invito pacato la riscosse dagli amari ricordi. Ed entrò a servire la sua padrona.

Erano al tavolo da toeletta, lei stava acconciando i capelli alla padrona di casa quando questa con un basso gemito si piegò in avanti. Persa nei propri pensieri, seguendo la musica che sentiva in testa, la ragazza vide. E ciò che vide frantumò il suo cuore.
“Domina, tutto bene?”
“Si, solo la solita nausea.”
“Posso consigliarti di bere del latte di capra e mangiare del pane raffermo?”
“Tu cosa ne sai?”
“Mia madre diceva sempre che era l’unica cosa che le faceva passare la nausea durante i primi mesi di gravidanza.”
“Capisco.”
“Domina… non ti preoccupare, andrà tutto bene. Sarà sana e forte.”
“Come fai a dirlo?”
“Il grande Apollo, talvolta, mi concede la grazia di guardare … oltre il tempo.”
La donna rimase basita e si voltò a guardare quella ragazzina, l’ultimo capriccio del marito. Una veggente. “Sana?”
La schiava annuì con espressione saggia: “Sì, è una femmina.”
“Gli dèi non volessero! Devo dare un erede maschio a mio marito.”
La risposta pungente della giovane sconvolse la nobildonna che automaticamente si voltò di scatto e con l’impeto del movimento schiaffeggiò con forza l’impudente schiava. Poi afferrò il significato recondito delle parole e, suo malgrado, iniziò a ridere.
La domina rise gaia, per poi rendersi conto dell’espressione di sofferenza della ragazza davanti a lei. E comprese l’amara realtà. Soppiantata da una schiava. L’aveva visto nello sguardo acceso del marito nei confronti della giovane Rhea, l’aveva capito da come Marco non reclamasse lei tutte le notti, ma sempre andasse da quella ragazzina nel suo nuovo alloggio privato, inconcepibile che venisse concesso tanto ad una semplice schiava. Ma in quel momento capì quanto fosse grande l’amore che quei due condividevano. Amore incondizionato e consapevole quello di Rhea, incosciente e passionale quello di Marco. Ma indubbiamente amore.
Rendendosi conto di essere osservata, la schiava chinò il capo vergognosa e si affrettò a riprendere il proprio lavoro. Le parole della matrona le giunsero al cuore come stilettate. “Tu lo ami. Povera piccola.”
Incapace di reggere la tensione e la compassione che aveva percepito nella voce della domina, la giovane schiava si sciolse in un pianto dirotto. Con un sospiro Laetitia carezzò la testa della giovanissima donna in ginocchio davanti a lei e con parole gentili la blandì e la consolò, ascoltando la sua storia. Non disse nulla, ascoltò e basta, sentendosi il cuore lacerare dal dolore quando la ragazza sollevò su di lei gli occhi colmi di lacrime, implorando il suo perdono per quel suo cedimento emotivo.
Guardandosi, entrambe compresero l’amore e la devozione l’una dell’altra nei confronti dello stesso uomo. E nessuna delle due accettava di dividerlo con l’altra. Stavano limitandosi a subire quella consuetudine sociale contro cui era impossibile andare.

Alcuni giorni dopo, Laetitia si diresse con fare sicuro all’arca di famiglia. Marco sarebbe tornato quella sera e avrebbero dato un ricevimento con alcuni suoi amici e colleghi mercanti. Con la scusa di scegliere i gioielli aprì l’armadio di legno massiccio fasciato in ferro e vi rovistò dentro, trovando ciò che realmente cercava. Lesse il nome inciso sulla bulla e seppe che la storia di Rhea era vera.
Chiudendo gli occhi, colta da un malore all’idea dello scandalo che poteva travolgerli tutti se la ragazza avesse sporto denuncia alle autorità, ripose il pendente in argento al suo posto e prese una collana con dei bracciali intonati, quindi tornò alle stanze padronali pallida e tirata.
Sedendosi al tavolo da toeletta, attese che la stessa Rhea la raggiungesse. Nell’attesa prese il suo bel specchio in argento lucidato e puntò lo sguardo triste in quegli occhi nocciola che la fissavano di rimando. Vide in essi il doloroso riflesso di un amore grande, decantato dalla stessa Saffo, per un uomo che non sapeva amarla con eguale intensità.
La ragazza entrò piano e, osservando le mani tremanti di Laetitia chiudere al polso un bracciale che aveva visto una sola volta, nell’arca di famiglia, capì cosa fosse la causa del pallore della domina.
“Ora sai, non è vero?” Chiese la ragazza, a bassa voce, avvicinandosi per prendere la spazzola.
“Sì, ora so.”
“Devo andarmene, Laetitia. Non ce la faccio più a restare qui. Sto impazzendo di dolore.”
“Anche io.” Dopo una mesta pausa, la domina ribadì: “Anche io.”
Le due si guardarono negli occhi e si compresero all’istante. Come ebbe finito di preparare la nobildonna la cui gravidanza cominciava ad essere evidente, la schiava prese congedo, stringendo tra le mani il piccolo ed inaspettato dono della domina. Incrociò nel peristilium il padrone appena rientrato e, con la morte nel cuore, si sporse a baciarlo con profonda passione. Ad un tale bentornato Marco non seppe resistere, seguendola nel cubiculum che le aveva assegnato per passare la notte in pace assieme a lei, e la prese con vigorosa passione, elettrizzato dal totale abbandono con cui lei gli si concesse, come mai aveva fatto prima in quel mese e mezzo in cui avevano condiviso il letto e molto altro. Come se fosse la loro ultima volta.
Quando, al termine della cena, Laetitia tornò sola nelle stanze padronali, vide sul letto una rosa canina e la sua cassapanca aperta. Guardandovi dentro vide che mancava una palla, una sopravveste ed i nastri corredati. Quella viola scuro, che a lei non aveva mai donato particolarmente, ma che sicuramente sarebbe stata d’incanto a chi l’aveva presa. Con un mesto sorriso richiuse la cassapanca, prese la rosa e la mise in una coppa con dell’acqua.
Quando, al termine della cena, Marco tornò dalla sua schiava trovò la stanza perfettamente in ordine, il letto fatto, un vaso di fiori ad adornare il davanzale. Fiori mossi dalla fresca brezza notturna di giugno, che entrava dall’imposta aperta. Spalancata. Con la lucerna in mano si inoltrò nella stanza, stupito da tanto ordine: solitamente vi regnava il caos più completo. E poi vide la targa, delicatamente posata sul cuscino, adorna solo di una rosa canina. Il loro fiore, il fiore della loro passione.
“No, maledizione, no!!” Esclamò tirando un violento pugno sul muro. Uscì di corsa, chiamando Fulvio, per organizzare la caccia. Non l’avrebbe lasciata andare via, mai. Lei era sua.
Guardando fuori della porta che dava sul peristilio, giunsero a Laetitia le invettive del marito.
“Buona fortuna, ragazza.” Sussurrò al vento, mentre osservava il marito raggiungere le loro stanze. In silenzio assistette al suo frenetico cambiarsi d’abito per inseguire una schiava. Sarebbero bastati i cacciatori. Sciocca ragazza. Sciocca ed innamorata. Innamorata e ferita. La capiva più di quanto nessuno potesse immaginare. Laetitia si asciugò una lacrima ed andò a coricarsi.

[i] Nicaea: Nizza.
Continua......

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