Marco Sestio Augusto - il prefetto (Parte III)

Per i contenuti erotici di questo post, la sua lettura è consigliata ai maggiori di anni 14
Augusta Taorinorum, Kalendas Maius
“Facciamo una scommessa, domine.”
Tutto era iniziato alcuni giorni prima con quella frase all’apparenza innocente e carica di sfida della discinta schiava stesa sul suo letto. Il corpo velato appena mostrava ancora curve acerbe, ma decisamente promettenti. Solitamente le donne con molto seno non erano apprezzate, ma Marco si chiese se i suoi amici non si stessero sbagliando. Era già morbida nei punti giusti, non magrissima e aveva delle gambe spettacolari. Tutto in lei, così preparata poi, era spettacolare. Doveva essere stato per questo suo momento di totale distrazione che aveva accondisceso a quell’invito.
Aveva accettato la sfida, aveva giocato a dadi con lei cinque partite.
La scommessa era semplice: se lui avesse vinto anche solo una mano l’avrebbe fatta sua in quel momento, nel modo che più gli aggradava. Se le avesse perse tutte e cinque non l’avrebbe presa e avrebbe partecipato alla festa celtica delle calende di maggio assieme a lei, colorato e dipinto come un celta.
Guardò la schiava ridere sbarazzina alla sua ennesima smorfia, intenta a colorarlo. Aveva perso clamorosamente.
Come avesse fatto, Marco ancora non se lo spiegava; non credeva certo che la Fortuna avesse arriso così sfacciatamente alla giovane, doveva aver barato in qualche modo, solo non sapeva ancora come. I dadi non erano truccati, li aveva controllati attentamente, arrivando anche a romperli per scoprire se nascondessero un peso. Erano dei normalissimi dadi.
“Hai finito?” Chiese impaziente.
“Quasi.”
“Ci vuole ancora tanto?”
“Solo due ore perché i colori si asciughino bene in vista della festa.”
“Due ore??!? Non posso stare nudo due ore ad aspettare!”
“E la scommessa? Non è onorevole da parte tua, domine.”
Lui scosse la testa, sconfitto. La ragazza aveva ragione, l’orgoglio e l’onore gli impedivano di rimangiarsi la parola data, anche se con una schiava. E così la sua notte era sfumata. Quella e tutte le successive: da allora lei aveva sempre dormito nel suo letto. Tutti gli avrebbero dato del cretino a comportarsi così con una schiava, ma lui credeva nell’onore nei confronti di chiunque, anche degli schiavi. In quanto tali erano considerati come degli oggetti, lui stesso non li teneva in maggior considerazione. Ma era sempre stato un fermo sostenitore del principio di dover mantenere la parola data, a qualunque costo. Con chiunque, anche con uno schiavo.
E lei doveva averlo capito, o lo aveva saputo parlando con gli altri schiavi della domus, e gli si era addormentata fiduciosa tra le braccia. Le sue parole ancora gli riecheggiavano in testa: “So che ti faresti tagliare un braccio piuttosto che mancare alla parola data. E allora, domine, dormirò con te tutte le volte che lo vorrai poiché so che non mi imporresti mai altro.”
Pur sapendo di torturarsi, l’aveva chiamata ogni notte. Ed ogni notte lei gli si era stesa accanto, per dormire abbracciati. Sorrise pensando a quanto era stato facile cominciare ad irretirla. Per lui era una tortura averla vicina e non prenderla, ma stava facendo assaggiare alla sua diabolica schiava la sua stessa medicina. Aveva iniziato con baci e carezze leggeri e poco alla volta nell’arco degli ultimi cinque giorni l’aveva portata a scoprire cosa fosse il piacere fisico. L’eccitazione, soprattutto. Il desiderio frustrato. Guardando la sua piccola perla bruna, ripensò al suo, di desiderio frustrato. Fece una smorfia infastidita.
Mal comune, mezzo gaudio.

Era ormai metà pomeriggio quando lei lo raggiunse nella sua camera. Marco si stava guardando rassegnato le braccia e le gambe dipinte due ore prima dalla sua bella schiava e lasciate ampiamente scoperte dalla tunica striminzita, aperta anche sul petto. Rhea era riuscita a procurargli anche una tunica alla moda celtica. Il lieve bussare alla porta della camera da letto lo distrasse dalle sue elucubrazioni.
Sorrise, pensando che, nonostante tutto, alla fin fine in quei venti giorni si era sempre divertito. Se non altro, faticava non poco a rimanere serio, alle strampalate scuse che la sua piccola perla inventava.
“Avanti.”
L’oggetto dei suoi pensieri entrò a passo lento. La osservò attento, sentendosi invadere dal desiderio, tanto era bella illuminata da quella gioia interiore che sembrava inesauribile. Sentì il cuore mancare un battito quando la vide con i capelli raccolti alla moda dei celti, intrecciati con un paio di fiori di magnolia sapientemente fermati. Le sottili treccioline che scendevano ai lati del viso ne esaltavano la linea pura. Dallo scollo non troppo evidente della corta casacca che indossava si vedevano strisce blu e ocra salire a spirale attorno alla sua gola, arrivando a lambirle le gote come dita. Gli stessi colori che decoravano le braccia nude della ragazza. La gonna, in compenso, era lunga fino alle caviglie ed i piedi erano fasciati da semplici solae che però non stonavano con l’insieme, pur non essendo tipicamente celtiche.
“Padrone, posso chiederti licenza di non indossare la targa?”
Lui la guardò serio, assicurandosi il pugio alla cinta. Quindi considerò: “So che molti schiavi partecipano a questi riti ed i loro padroni concedono loro di non portare la targa per questa occasione. Ma sono fidati. Tu, invece, sei una ribelle combina guai.”
Mestamente la ragazza abbassò le mani che stringevano la famigerata targa. Con un sospiro fece l’atto di rimetterla al collo quando lui la interruppe con una domanda: “Chi mi assicura che non tenterai di fuggire?”
Lei osò guardarlo con aria di sfida. “Nessuno, ovviamente. Dovrai fidarti di me.”
“E posso davvero farlo?”
“Sta a te scoprirlo.” Sorniona lei si aprì in un lento sorriso di sfida. “Padrone.” Aggiunse dopo una significativa pausa.
Con un gesto esasperato lui le strappò di mano la targa lasciandola cadere sopra alla cassapanca ai piedi del letto, dove riponeva le sue cose. “E va bene, va bene! Tanto sarai con me, ti terrò d’occhio!”
Con un’allegra risata lei, per tutta risposta, gli prese la mano per trascinarlo alla festa. Era impaziente di danzare e per tutta la strada lo subissò di chiacchiere allegre mentre lui l’ascoltava rassegnato.
Giunti al campo dove già una gran folla si era accalcata, lei finalmente si rilassò. Ora poteva fare a meno di porre attenzione ad ogni movimento, ormai erano arrivati e dopo qualche breve scambio con altre donne vicino ad una quercia, lei abbozzò dei passi. Una annuì convinta e le disse qualcosa che Marco, essendo troppo distante, non sentì, ma a giudicare dall’espressione gioiosa della sua Rhea doveva essere qualcosa che le provocò nuova gioia.
Dal tavolo dove spillavano la birra alla maniera germanica Marco si chiese ancora di cosa avesse parlato la sua schiava con quella donna. Seguendola con lo sguardo attento come un falco, la vide dirigersi allo spiazzo dove uomini e donne danzavano al ritmo di cetre, cimbali, trombe e tamburi, e decise di seguirla. Da ragazzo aveva partecipato alcune volte a quelle feste e sembrava proprio che i suoi piedi ricordassero ancora i passi di quelle danze scatenate.
Si dispose nella fila degli uomini cercando volutamente il posto frontale alla sua piccola Rhea, ed iniziarono a danzare. La luce felice negli occhi scurissimi della ragazza gli fece nascere un sorriso spontaneo e contento.
Ad un passo laterale verso destra della fila delle donne strabuzzò gli occhi nel vedere la gonna di lei aprirsi, come molte altre in verità, fino in alto dando modo a tutti gli uomini di bearsi di quella gamba tornita e colorata in verde, azzurro e ocra. Riuscì, a fatica, a tenere il passo con gli uomini che danzavano con lui, fece un passo avanti, batté le mani, faticò a respirare al vedere che anche la gamba sinistra di Rhea era colorata a spirale in verde, azzurro e nero. Fino in alto. Deglutì e l’uomo accanto a lui gli diede di gomito notando sia la ragazza sia la sua espressione. Fu alla piroetta che decisamente perse il passo. Più di uno. Ventre e schiena della sua schiava erano completamente dipinti e si intravedeva addirittura il seno nudo e colorato dal bordo inferiore della corta casacca sollevata dalle braccia di lei protese al cielo.
“Ehi! Datti una mossa!” Lo appellò un compagno di danza che aveva urtato. Stravolto, si lasciò trascinare dalla musica, i piedi si mossero da soli al tempo battuto dai tamburi, tutti i suoi pensieri dileguati mentre era impegnato a non staccare gli occhi dalla sua tanto discinta quanto desiderabile schiava.
Finita la danza lei si chinò in avanti, ridente, posandosi le mani sulle ginocchia per riprendere fiato, gli occhi splendenti di gioia. “Che bello!! Non avevo mai partecipato a queste feste! Papà non me lo permetteva!”
“Ci credo! Come accidenti ti sei vestita?” L’appellò bruscamente lui.
La gioia della ragazza non si offuscò minimamente. “Come la maggior parte delle danzatrici qui.”
“Non potevi farmelo vedere prima?”
“Seee… così mi avresti costretta a cambiarmi per portarmi alla festa o mi avresti rinchiusa.”
Marco considerò che molto probabilmente l’avrebbe davvero rinchiusa. Nella sua camera. Con lui. Fino al mattino seguente, senza alcun dubbio. Sorrise truce. “Andiamo.”
“Dove?”
“A casa.”
“Ma figurati!!” Con quell’espressione così eloquente lei si precipitò verso lo spiazzo delle danze per sfuggire a quell’indesiderato ordine.
“Rhea!” La richiamò lui.
“Non sei mio padre, Marco, evita di farmi paternali.” Lo rimbeccò allegramente.
“Sono il tuo padrone.”
“Ma non mio padre.”
E Marco seppe di aver perso quella partita. Testarda come un mulo, decisamente, pensò. Sorrise scuotendo il capo andando a consolarsi con una birra. Tutto sommato, doveva ammettere che vestita così era una gradevole sorpresa e poi anche lui si stava lasciando trasportare dall’atmosfera allegra e festante, dalla musica e dai ritmi antichi che permeavano quel tardo pomeriggio incendiato da un caldo e generoso sole al tramonto.
Vennero accesi i fuochi e nuove persone si unirono al miscuglio festante; domine e serva mangiarono pasticci di carne in piedi accanto ad un fuoco, bevendo birra tiepida e chiacchierando allegramente. Scoprirono a vicenda i gusti in fatto di cibo e bevande, spaziarono dalle banalità a discussioni filosofiche profonde e Marco ebbe modo di apprezzare la cultura e la saggezza di quella ragazzina, che si stava rivelando ogni momento di più una sorpresa. Lei era colta e non mise in dubbio che sapesse leggere e scrivere altrettanto bene di come parlasse. Sempre più, nel fondo della sua mente, si palesò il dubbio che lei non fosse una schiava fuggiasca salvata da morte certa e catturata per il proprio piacere, ma ancora una volta lo ignorò, troppo preso da lei e dall’atmosfera magica di quel calendimaggio. Rhea, in quel momento, era solo una sedicenne che si stava godendo allegramente una festa.
Il ritmo sincopato dei tamburi scosse il crepuscolo, attirando la loro attenzione.
“Oh dei! Devo andare!!” Esclamò lei sorpresa che fosse già l’imbrunire. Il tempo passato con quell’uomo che pretendeva di essere il suo padrone sembrava volato e quel pomeriggio passato da sola con lui stava velocemente finendo tra i suoi ricordi più belli.
Marco osservò basito la sua schiava correre verso il grande falò dell’ultima danza, quella riservata alle donne attorno al quale già si era radunata una gran folla. Osservandosi le mani ingombre del resto del pasto di lei e del suo boccale vuoto, rise. Posò il tutto e, sentendo i cimbali dare il ritmo e le trombe squillare si avviò a sua volta al falò. Avvicinandosi gli tornarono alla mente alcuni ricordi di quando da ragazzo aveva partecipato a quella festa. Tremò. Riuscì a farsi spazio a gomitate, intento com’era alla sua personalissima missione: tirare fuori da quel cerchio la sua schiava. Era sua, dannazione!!
Ostacolato dalla ressa e ricacciato indietro da qualche spintone ben assestato, nonché da qualche chiara rimostranza, non poté far altro che rimanere a guardare impotente la sua perla danzare al ritmo antico, muovendosi in perfetta sincronia con le altre donne come se non avesse mai fatto altro nella vita. La vide piroettare e la gonna si sollevò a scoprire le gambe tornite in quel ballo sensuale. Dopo tre giri attorno al falò centrale la osservò lanciarsi dietro le spalle, verso la folla, la corta casacchina ed ebbe modo di ammirare l’ultima opera di Gerbenat: un fiore di magnolia che dal ventre si apriva fin sulle spalle. Solo lei sapeva dipingere così un corpo per renderlo perfetto e degno agli occhi della dea per la più sensuale delle danze: la danza della fertilità.
I commenti a bassa voce degli uomini assiepati attorno al fuoco lo sfiorarono appena, la sua totale attenzione era attirata da quel corpo giovane e tonico. Rimase affascinato dalla sua espressione di esaltata felicità e di onirica assenza. Con la gola secca prese senza pensare un boccale posto da chissà quale mano pietosa sotto al suo naso, nemmeno badò all’altro boccale che batteva contro il suo in un brindisi. Aveva occhi solo per lei.
La danza stava volgendo al termine e Marco conosceva la fine di quel rito propiziatorio alla dea dei campi, Cerere per i romani. Realizzò anche che i termini della scommessa erano finiti. L’attesa di lei era finita. Aveva avuto troppi scrupoli con una schiava, non avrebbe atteso oltre. Agganciò lo sguardo trasognato di lei e non lo mollò più. La vide avanzare a passo di danza, ignorando le mani invitanti di alcuni uomini, arrivando fino a lui. Lei si tolse dai capelli un fiore di magnolia, offrendoglielo. Lui lo prese come in trance, il cuore impazzito, il desiderio prepotente. Lei lo aveva scelto. Si sentì eccitato come e più che alla sua prima battaglia. Quella fu la scelta di una donna verso l’uomo che amava.
Marco prese il fiore, lo annusò e, seguendo i passi finali della danza si avvicinò al fuoco, gettandovi il dono della ragazza in offerta alla dea.
Danzarono assieme attorno al fuoco, circondati da altre coppie, i suoi piedi riconoscevano da soli i passi da compiere: avanti, indietro, batti il tacco, ancora avanti, verso il fuoco, indietro. La prese per mano, corsero insieme, saltarono il falò passando attraverso le fiamme che, come in una sacra benedizione della dea, si aprirono per loro.
I tamburi cessarono di battere, nell’aria riverberò per alcuni istanti l’ultimo accordo delle cetre. Poi lui la trasse a sé e, a passo di carica, si allontanò dalla folla incurante che fosse ancora a seno scoperto. Inoltrandosi nel bosco in silenzio ascoltarono la musica della natura incontaminata attorno a loro, sembrava impossibile che a pochi stadi di distanza vi fosse una grande città romana. Arrivarono ad una radura e lei si fermò di botto.
“Cosa c’è?” Le chiese impaziente.
Senza parlare lei si tolse le solae e si inoltrò nella radura inondata dalla luce lunare. Si avvicinò ad un cespuglio di rosa canina e lo scosse, riempiendo l’aria del profumo dei fiori. “Ho visto una danza nel fuoco.”
Tremando per l’impazienza e per il desiderio, ma intuendo dalla sua voce che vi era dell’altro, le chiese cosa avesse visto.
“Ho visto un uomo ed una donna danzare una danza ancora più antica. Più…”
“Più sensuale?”
Lei annuì. “Intima.” Aggiunse poi. Alzò su di lui uno sguardo carico di comprensione, come se i segreti stessi dell’universo per lei non fossero più tali. “Danzavano alla luce della luna, sotto un cespuglio di rose canine, seguendo la musica della madre terra.” Affondando i piedi nel terreno chiuse gli occhi e sollevò le braccia verso di lui. “Qui.”
Solo in quel momento Marco comprese che lei lo aveva scelto per qualcosa di più del solo desiderio, ma la cosa non lo toccò. Lui sapeva solo che lei, con quel gesto, si era arresa a lui. In tre rapide falcate la raggiunse, prendendola teneramente tra le braccia e baciandola con passione. La trascinò a terra, nel naturale completamento di quella festa, carezzandola e scoprendo pian piano i punti più delicati e sensibili.
“Rhea….”
“Marco io…”
La voce titubante di lei ebbe il potere di bloccarlo. “Cosa?”
“Te l’ho detto, il mio nome … vorresti usarlo, per piacere? Almeno adesso …”
La zittì con un dolce bacio, pronunciando a voce bassa il suo nome. Non gli interessò null’altro, voleva solo prenderla, amarla. La desiderava come mai aveva desiderato una donna.
Stesa a terra lei lo guardò ad occhi spalancati quando si spogliò completamente, poi lui le si inginocchiò accanto e le sfilò quella gonna indecente. Ed eroticamente seducente. Tolse rapido anche l’indumento intimo, l’ultima barriera tra loro.
“Mia… adesso sarai mia …”
“Sì…”
La baciò stendendosi accanto a lei, carezzandole un seno, seguendo con le dita il bordo del disegno, facendola fremere di passione e desiderio. Tracciò sulla gola e le spalle una scia di baci infuocati, giunse al seno, affondando famelico nella sua morbidezza. Sotto di lui la ragazza tremava e si inarcava per il piacere e l’eccitazione, incapace di contenere le sensazioni che le montavano dentro in un crescendo soverchiante.
Marco soffocò con le labbra l’urlo di piacere che le sue mani avevano scatenato in lei, quindi, sentendola pronta ad accoglierlo non resistette oltre, facendola sua completamente con un abbandono ed una tenerezza che ignorava di poter avere nei confronti di una donna. Di una schiava. Ma lei era vergine e, chissà per quale scrupolo interiore, non intendeva farla soffrire più del necessario.
Perso nel calore di quel corpo che stava iniziando ai segreti dell’amore, teso sotto la sua invasione, riprese a baciarla con seducente passione, mormorandole all’orecchio dolci parole di incoraggiamento mentre iniziava con lei una danza antica quanto l’uomo.
La fanciulla si lasciò travolgere da quelle sensazioni, dalla meravigliosa completezza che provava così unita a lui. Aveva sentito una lieve fitta all’inizio, ma nulla di così doloroso come le avevano raccontato. Anzi, era meraviglioso. E tutto divenne ancora più bello e travolgente quando lui iniziò a muoversi, trascinandola in una danza primordiale. La danza che lei aveva visto nel fuoco.
L’orgasmo li colse di sopresa, l’unione dei loro corpi trascendeva il solo sesso od il rito che erano andati a completare, rappresentava l’abbraccio che le loro anime si erano scambiate, raggiungendo insieme uno spicchio di Campi Elisi tutto per loro.
Continua......

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